NON TUTTE LE PORTE
Il portone rimase socchiuso per sette minuti.
Sette minuti, a Parma, possono essere pochissimo o moltissimo.
Pochissimo se aspetti l’autobus.
Moltissimo se hai un parcheggio in doppia fila.
Un’eternità se una città intera trattiene il respiro davanti a una porta che si è appena aperta da sola.
Nessuno entrò.
Non subito.
La chiave senza etichetta era ancora nella mano della signora Adele. La teneva come si tiene un oggetto fragile, anche se era di ferro. O forse proprio perché era di ferro: certe cose dure, quando arrivano al momento sbagliato, si rompono dentro di noi.
La bambina del Duomo era in piedi accanto a lei.
Il barista stringeva il vassoio.
L’avvocato la cartellina.
La ragazza il libro di storia.
Il ragazzo il coraggio di non sembrare troppo interessato a lei.
Livia la libertà temporanea conquistata in bagno.
Vittorio il telefono spento.
Nina una manica della felpa, perché a sedici anni spesso ci si aggrappa a quello che pende.
«Qualcuno dovrebbe vedere cosa c’è» disse il proprietario del negozio di scarpe.
«Qualcuno chi?» chiese la commessa.
Lui si sistemò il colletto.
«Qualcuno.»
«Tradotto: non lei.»
«Io ho il negozio.»
«Chiuso.»
«Comunque mio.»
La commessa sorrise.
Il portone si aprì di un altro centimetro.
Il rumore fu minimo.
Ma tutti lo sentirono.
Adele fece un passo avanti.
«Vado io» disse.
«Mamma mia, Adele» mormorò qualcuno.
«Ho ottantadue anni» rispose lei. «Se c’è da vedere una cosa assurda, preferisco non rimandare.»
La bambina le prese la mano.
«Vengo anch’io.»
Sua madre fece per protestare, poi si fermò.
Era successo qualcosa, quel giorno, anche agli adulti: si erano accorti che dire sempre “no” ai bambini non li rendeva più saggi. Solo più soli nelle proprie paure.
Adele e la bambina spinsero il portone.
La scala all’interno era stretta, buia, di quelle che sembrano portare in alto e invece, dopo due rampe, ti fanno dubitare della geometria.
Sui muri c’erano segni di umidità, vecchi nomi incisi con una chiave, chiodi senza quadri, tracce di mani.
Non era una scala elegante.
Era una scala vera.
Salivano piano.
Dietro di loro entrarono pochi altri: l’avvocato, perché non riusciva a sopportare un mistero senza verbale; Livia, perché dopo il bagno aveva deciso che poteva affrontare qualsiasi vano chiuso; Nina, perché fingere indifferenza le era venuto male; Vittorio, perché sua figlia gli aveva scritto “poi me lo racconti?”; la ragazza di storia e il ragazzo con il sorriso storto, che ormai avevano perso il controllo della situazione e forse non volevano recuperarlo.
Il barista rimase fuori.
«Io tengo il presidio caffè» disse.
Nessuno ebbe da ridire.
Ogni civiltà ha bisogno dei suoi sacerdoti.
La scala finiva davanti a una porta piccola, verniciata di verde scuro.
Al centro non c’era una maniglia.
Solo una serratura.
Adele guardò la chiave senza etichetta.
Poi la infilò.
Girò.
La porta si aprì.
Dentro c’era una stanza.
Non grande.
Non spettacolare.
Non piena d’oro, documenti segreti, mappe sotterranee o reliquie di Sant’Ilario.
Era una stanza piena di chiavi.
Migliaia di chiavi.
Appese alle pareti.
Ammucchiate in ciotole.
Disposte su scaffali.
Legate con spago.
Etichettate con calligrafie diverse.
Chiavi antiche, moderne, arrugginite, lucide, minuscole, enormi, doppie, spezzate.
Le chiavi di Parma.
O almeno così sembrò a tutti.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi l’avvocato disse:
«Questo è irregolare.»
Livia lo guardò.
«Davvero? Tra tutte le cose possibili, questa è la sua prima frase?»
«È una deformazione professionale.»
Nina si avvicinò a una parete.
Ogni chiave aveva un’etichetta.
Non con indirizzi.
Non con nomi di vie.
Con frasi.
La chiave della casa dove non torno.
La chiave della paura di deludere.
La chiave del lavoro che mi ha mangiato.
La chiave della stanza in cui non entro più.
La chiave del perdono mai chiesto.
La chiave del sì detto per stanchezza.
La chiave del no rimandato.
La chiave dell’amore confuso con abitudine.
La chiave di ciò che ho chiuso per sembrare forte.
La chiave del posto lasciato vuoto.
La chiave della leggerezza non autorizzata.
La ragazza di storia contemporanea lesse a bassa voce:
«La chiave del futuro che continuavo a preparare senza viverlo.»
Il ragazzo accanto a lei non disse niente.
Per una volta, il silenzio fu una forma di discrezione e non di vuoto.
Vittorio trovò una chiave con un’etichetta bianca.
La chiave del tempo promesso a mia figlia.
La prese in mano.
Era piccola, quasi ridicola. Non sembrava capace di aprire niente di serio.
Eppure gli pesò come una valigia.
Livia ne trovò una appesa vicino alla finestra.
La chiave del bagno dove ho imparato a respirare.
Scoppiò a ridere.
Poi pianse.
Poi rise di nuovo, perché a volte il corpo non sa scegliere una sola risposta e fa un minestrone emotivo dignitosissimo.
Nina guardò una chiave nera, sottile, con un filo rosso.
La chiave della porta che chiudo perché nessuno bussa davvero.
Si irrigidì.
Sua madre non era entrata con lei. Era rimasta giù, in piazza.
Nina prese la chiave, poi la rimise al suo posto.
Non era ancora pronta.
Ma per la prima volta non le sembrò una sconfitta.
Adele camminava lungo gli scaffali con il diario blu sotto il braccio.
Si fermò davanti a una chiave dorata, piccolissima.
La chiave della ragazza che non voleva tenere solo le chiavi degli altri.
Adele sorrise.
«Questa sì» disse.
La prese.
Nessuno le chiese se fosse sua.
Era evidente.
Intanto l’avvocato fissava una chiave appesa da sola.
La chiave delle cause che porto per non ascoltare le domande.
Il cliente, alle sue spalle, tossì.
«Forse quella è sua.»
L’avvocato gli lanciò uno sguardo severo.
Poi prese la chiave.
«Forse.»
Il cliente ne vide un’altra.
La chiave del confine che ho tracciato per non dire che mi mancava mio fratello.
Si sedette su una sedia.
Nella stanza c’erano tre sedie, tutte diverse. Sembravano messe lì per chi trovava una verità e non aveva subito la schiena per reggerla in piedi.
Il cliente appoggiò la cartellina sulle ginocchia.
«Credo che domani lo chiamo» disse.
«Suo fratello?»
«Sì.»
«Per la causa?»
«No.»
L’avvocato annuì.
«Allora forse è meglio.»
Fu in quel momento che tutte le chiavi della stanza cominciarono a tremare.
Non molto.
Un tintinnio leggero, come pioggia sottile sul metallo.
Poi, una dopo l’altra, alcune caddero.
Non tutte.
Solo alcune.
Quelle che qualcuno aveva riconosciuto.
Quella di Vittorio.
Quella di Livia.
Quella di Adele.
Quella dell’avvocato.
Quella del cliente.
Altre, in giro per Parma, forse facevano lo stesso: cadevano da un gancio invisibile nel momento esatto in cui qualcuno, da qualche parte, ammetteva una cosa semplice.
Ho paura.
Sono stanco.
Non voglio più.
Mi manca.
Mi dispiace.
Non era amore.
Non era colpa mia.
Non era casa.
Non è tardi.
Non apro.
La stanza si riempì di un rumore minuto e luminoso.
Nina chiuse gli occhi.
La ragazza di storia prese la mano del ragazzo senza guardarlo.
Lui ebbe il buon senso di non fare commenti. Segnò mentalmente quel momento come il più alto risultato della sua educazione sentimentale.
Adele mise la chiave dorata nella tasca del cappotto.
Poi la stanza si spense.
Non diventò buia.
Semplicemente smise di essere necessaria.
Quando scesero, la piazza era ancora piena.
Il barista distribuiva caffè come se fossero comunicati ufficiali.
«Allora?» chiese la commessa del negozio di scarpe.
«C’erano le chiavi» disse Livia.
«Questo lo avevamo intuito.»
«Non quelle normali.»
«Figuriamoci.»
Adele uscì per ultima.
Teneva la chiave senza etichetta in una mano e quella dorata in tasca.
La bambina le chiese:
«Adesso le chiavi tornano?»
Adele guardò la piazza.
«Secondo me sì.»
«Tutte?»
Adele ci pensò.
«Quelle che devono.»
Alle otto di sera, Parma cominciò a ritrovare le chiavi.
Non con un miracolo spettacolare.
Niente luce dal cielo, niente musica, niente annunci solenni.
Semplicemente, le chiavi ricomparvero dove in teoria erano sempre state.
Nelle tasche.
Nelle borse.
Sotto gli zerbini.
Nei cassetti.
Sul comodino.
Nel portachiavi all’ingresso.
Nel cruscotto dell’auto.
Accanto alle ciotole dei cani.
Dentro una scarpa.
Nel vaso delle monete.
Sotto un libro mai finito.
Con quell’arroganza tipica degli oggetti che ti fanno dubitare della tua salute mentale.
La città tirò un sospiro collettivo.
Le serrande si alzarono.
I portoni si aprirono.
Le biciclette tornarono libere.
Le auto ripartirono.
Le cassette della posta rivelarono bollette, pubblicità, una comunicazione dell’amministratore e una cartolina arrivata con tre settimane di ritardo.
Tutto tornava normale.
Quasi.
Perché il giorno dopo, Parma non riaprì nello stesso modo.
Il proprietario del negozio di scarpe arrivò alle nove e mezza invece che alle nove. Mise un cartello sulla porta:
OGGI SI ENTRA CON CALMA.
La commessa lo fotografò.
«Non si monti la testa» disse lui.
Ma sorrideva.
L’avvocato chiamò il cliente.
«Ha parlato con suo fratello?»
«Sì.»
«E?»
«Non abbiamo risolto.»
«Però?»
«Però abbiamo pianto come due idioti davanti a un confine di venti centimetri.»
«Ottimo inizio.»
L’avvocato guardò la sua agenda.
Poi cancellò tre appuntamenti che aveva accettato solo perché non sapeva dire no a parcelle travestite da battaglie.
Fu un gesto economicamente discutibile.
Ma respirò meglio.
Vittorio andò a prendere sua figlia a piedi.
Non guardò il telefono per ventidue minuti.
Lei se ne accorse al diciottesimo.
Non disse niente.
Gli prese la mano.
A volte i figli perdonano in silenzio, ma solo quando finalmente smettiamo di chiedere loro di capire tutto.
Livia comprò una targhetta per la porta del bagno.
C’era scritto: OCCUPATO.
La mise fuori quando voleva restare sola.
Il marito, la prima volta, bussò lo stesso.
Lei non rispose.
Dopo qualche secondo, lui disse:
«Ok.»
Livia, dall’altra parte, quasi si commosse.
La ragazza di storia contemporanea prese ventisette.
Il ragazzo con il sorriso storto le offrì un caffè.
Lei accettò, ma precisò:
«Non perché ho bisogno di ripassare.»
«Certo.»
«Davvero.»
«Mai pensato.»
«Bugiardo.»
«Un po’.»
Fu l’inizio di qualcosa.
O forse solo di un caffè.
A vent’anni, spesso, non serve sapere subito la differenza.
Nina lasciò la porta della camera socchiusa.
Non aperta.
Socchiusa.
Sua madre passò nel corridoio e non entrò.
Fu la più grande dichiarazione d’amore che riuscì a fare quel giorno.
La signora Adele, invece, alleggerì il mazzo.
Tolse sette chiavi inutili.
Poi nove.
Poi dodici.
Le mise in una ciotola sul tavolo.
Chiave garage marito.
Chiave casa mare venduta.
Chiave cantina sorella.
Chiave mobiletto documenti.
Chiave cancello amica Modena.
Chiave cassetta vicina.
Chiave non si sa mai.
Le guardò a lungo.
Alla fine tenne solo quelle necessarie.
E quella dorata.
La mise nel portafoglio, dietro la carta d’identità.
Non apriva una porta visibile.
Ma apriva una frase.
Io non voglio diventare una donna che tiene solo le chiavi degli altri.
Adele la rilesse nel diario.
Poi prese una penna e, sotto, aggiunse:
Non lo sono diventata del tutto.
Era una correzione onesta.
E a ottantadue anni, l’onestà vale più dell’ottimismo.
Il portone misterioso sotto i portici, invece, non fu più trovato.
La mattina seguente qualcuno cercò la scala, la stanza, la porta verde.
Niente.
Al suo posto c’era un muro con una piccola edicola votiva e un cartello scolorito:
VIETATO AFFIGGERE.
Il barista giurò che il portone era lì.
La commessa confermò.
L’avvocato prese appunti.
Il proprietario del negozio di scarpe disse:
«Non parliamone troppo, o finisce che arriva qualcuno a regolamentarlo.»
Per una volta furono tutti d’accordo.
La bambina del Duomo, passando davanti al muro, sorrise.
«Secondo me c’è ancora.»
«Dove?» chiese la madre.
La bambina si toccò la tasca.
«Da qualche parte.»
La madre non capì.
Ma non sempre capire è obbligatorio.
Qualche giorno dopo, Parma sembrava quasi la stessa.
I portici erano pieni.
Le biciclette attraversavano strade con coraggio discutibile.
Le serrande si aprivano.
Gli uffici telefonavano.
I bar servivano caffè dal lato giusto.
I gruppi condominiali erano tornati a discutere di ascensori, rumori e raccolta differenziata con la passione dei grandi sistemi politici.
Eppure qualcosa era rimasto.
Una lentezza.
Un’esitazione davanti alle porte.
Una mano che, prima di infilare la chiave nella serratura, si fermava un momento.
Non per paura.
Per domanda.
Voglio entrare?
Devo entrare?
Sto tornando o sto obbedendo?
Questa porta è ancora mia?
E se restassi fuori ancora un poco?
Non tutti cambiarono vita.
Sarebbe una bugia, e le città non cambiano mai tutte insieme. Hanno troppi citofoni, troppe abitudini, troppe scuse ben parcheggiate.
Molti tornarono esattamente dove erano prima.
Stesse case.
Stessi uffici.
Stesse cause.
Stessi sì.
Stessi mazzi pesanti.
Ma non tutti.
Qualcuno lasciò chiusa una cantina.
Qualcuno aprì una scatola.
Qualcuno chiamò un fratello.
Qualcuno cancellò un appuntamento.
Qualcuno non rispose a un messaggio.
Qualcuno entrò più tardi.
Qualcuno uscì prima.
Qualcuno, davanti a una porta, capì che non aveva perso la chiave.
Aveva perso il desiderio di aprirla.
La sera del terzo giorno, la signora Adele scese sotto casa con un sacchetto.
Dentro c’erano le chiavi inutili.
Le portò fino al ponte di Mezzo.
Non le buttò nel torrente. Non era una donna teatrale, e poi l’ambiente va rispettato anche quando si chiude con il passato.
Si sedette su una panchina.
Aprì il sacchetto.
Le guardò.
Poi decise di portarle a casa e metterle in un barattolo di vetro.
Non come peso.
Come promemoria.
Le cose inutili non vanno sempre eliminate.
A volte basta smettere di portarle addosso.
Prima di rientrare, Adele infilò la mano in tasca.
La chiave dorata era lì.
La strinse.
Poi guardò Parma.
Le finestre accese.
I portoni.
Le biciclette.
La gente che entrava e usciva senza sapere di essere miracolosa.
Le case antiche che custodivano cene, litigi, silenzi, televisioni accese, cani addormentati, adolescenti chiusi in camera, madri nel corridoio, padri davanti ai disegni, diari blu, bagni occupati e scatole mai aperte.
La città respirava.
Non meglio di prima.
Solo con un po’ più di spazio.
Adele sorrise.
Poi tornò verso casa.
Davanti al portone si fermò.
La chiave era ricomparsa.
La infilò nella serratura.
Girò.
La porta si aprì.
Rimase un momento sulla soglia.
Non perché avesse paura di entrare.
Perché, per la prima volta da molto tempo, sapeva di poter scegliere.
Entrò.
Ma lasciò la porta socchiusa.
Il giorno dopo Parma aveva di nuovo tutte le sue chiavi.
Ma non tutte le porte vennero riaperte.
- FINE -
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