Storia · capitolo 4

LA CITTÀ SUL GRADINO

IL GIORNO IN CUI PARMA PERSE TUTTE LE CHIAVI - Una cronaca surreale in cinque porte di Letizia Ciabattoni

Alle cinque e mezza del pomeriggio, Parma non aveva ancora capito se fosse successo qualcosa di grave o qualcosa di necessario.

Le chiavi principali continuavano a mancare.

Quelle di casa.
Quelle delle auto.
Quelle degli studi.
Quelle dei negozi.
Quelle delle biciclette, delle cantine, dei cancelli, delle cassette della posta.

In compenso, da ogni parte della città, stavano ricomparendo chiavi sbagliate.

Chiavi piccole.
Chiavi vecchie.
Chiavi dimenticate.
Chiavi con etichette ingiallite e parole che nessuno pronunciava da anni.

diario.
casa nonna.
garage vecchio.
armadio papà.
cantina.
mare.
prima casa.
scatola lettere.

Sembrava che Parma avesse smarrito il presente e, in cambio, avesse ricevuto indietro tutto quello che aveva nascosto per poter andare avanti.

La notizia si sparse in fretta.

A Parma le notizie camminano in modi misteriosi: passano dai gruppi WhatsApp dei condomini, dai bar, dalle parrucchiere, dalle edicole, dai pensionati sulle panchine e da certe madri che, senza essere state nominate in alcun sistema di protezione civile, riescono comunque a sapere tutto prima della Protezione Civile.

Alle sei meno un quarto, un gruppo di persone si era radunato in piazza Garibaldi.

Non era stata convocata nessuna assemblea.

Nessuno aveva scritto “vediamoci lì”.

Eppure erano arrivati.

Quelli rimasti fuori.
Quelli rimasti dentro.
Quelli che avevano ritrovato chiavi inutili.
Quelli che non avevano ritrovato niente, ma volevano vedere se almeno gli altri stavano messi peggio.

C’erano il proprietario del negozio di scarpe di via Farini e la sua commessa, che ormai si davano del tu dopo trent’anni di “signorina, per cortesia”.

C’era l’avvocato di via Repubblica con il cliente della causa di confine, seduti uno accanto all’altro come due reduci da una guerra catastale appena sospesa.

C’era la ragazza della bicicletta, con il libro di storia contemporanea sotto il braccio e il ragazzo del marciapiede al fianco. Non si tenevano per mano, ma camminavano abbastanza vicini da creare aspettative nella parte più pettegola della città.

C’era Livia, uscita finalmente dal bagno dopo due ore e quarantasette minuti di pace illegale.

C’era Vittorio, l’uomo della riunione su Zoom, che aveva spento il computer e acceso il telefono solo per dire a sua figlia:
«Oggi vengo a prenderti io. A piedi.»

Sua figlia aveva risposto:
«Davvero?»

Quel “davvero” gli era rimasto addosso più di qualsiasi rimprovero.

C’era Nina, la ragazza chiusa in camera, uscita non perché sua madre glielo avesse ordinato, ma perché sua madre, seduta per terra fuori dalla porta, aveva aspettato in silenzio.

Questo era stato molto più efficace di qualsiasi predica.

C’era la signora Adele, con il diario blu dentro la borsa e sette chiavi inutili in meno nel mazzo che, nel frattempo, non era ancora ricomparso.

Camminava piano, ma con un’aria nuova. Non giovane, non ringiovanita. Quelle sono parole da pubblicità di creme. Aveva piuttosto l’aria di chi, dopo molto tempo, si era ricordata di avere avuto un nome prima di diventare funzione.

Figlia.
Moglie.
Madre.
Vedova.
Vicaria delle cassette della posta altrui.

Adele.

Solo Adele.

In mezzo alla piazza, la gente parlava.

All’inizio ognuno raccontava la propria disgrazia con il tono competitivo tipico delle piccole catastrofi.

«Io sono rimasta fuori casa due ore.»
«Io avevo un appuntamento dal dentista.»
«Io la macchina in divieto.»
«Io il sugo sul fuoco.»
«Io mia suocera dentro casa.»
«Allora ha vinto lei.»

Ci fu una risata.

Una vera.

Non la risata di circostanza, quella che si fa quando qualcuno dice “almeno non piove” e infatti piove. Una risata larga, collettiva, quasi stupita.

Parma, per qualche minuto, rise di se stessa.

Non capita spesso.

Le città eleganti hanno sempre paura di spettinarsi.

Poi, lentamente, i racconti cambiarono.

Non più soltanto:
«Ho perso le chiavi.»

Ma:
«Ho trovato una chiave che credevo di aver buttato.»

«Ho aperto una scatola che non toccavo da anni.»

«Sono rimasto chiuso fuori dall’ufficio e ho scoperto che il mondo non finisce alle nove.»

«Mia figlia mi ha chiesto di stare zitto. E aveva ragione.»

«Ho passato due ore in bagno e nessuno è morto.»

«Ho capito che quella causa forse non mi serve più.»

«Ho ritrovato un diario. Purtroppo scrivevo poesie tremende.»

La signora Adele lo disse con tale dignità che nessuno osò ridere troppo forte.

Un bambino chiese:
«Tremende quanto?»

Adele ci pensò.

«C’erano molte lune.»

Il bambino annuì, come se fosse una diagnosi sufficiente.

In quel momento arrivò anche il barista sotto i portici, quello che aveva servito caffè dalla finestrella del retro.

Portava un vassoio con bicchierini di plastica, termos e brioche tagliate a metà.

«Non posso aprire il bar» disse. «Ma posso aprire il vassoio.»

Fu applaudito.

Nessuno seppe bene perché.

Forse perché il caffè, in certi momenti, è una forma laica di speranza.

Le persone cominciarono a sedersi dove potevano.

Sui gradini.
Sui bordi delle aiuole.
Sotto i portici.
Sui muretti.
Per terra, con una disinvoltura che Parma non avrebbe mai ammesso in condizioni normali.

La città diventò un salotto all’aperto, ma senza divani buoni e senza nessuno che dicesse “attenzione alle briciole”.

La bambina del Duomo, quella che aveva detto che se non si poteva entrare si poteva stare fuori, si sedette accanto alla nonna.

La nonna teneva ancora in mano la chiave della cassetta della posta, una delle poche non scomparse. La osservava con diffidenza.

«Questa è rimasta» disse.

«Forse perché non serviva a niente» rispose la bambina.

«Come non serviva? Ci sono le bollette.»

«Appunto.»

La nonna non poté darle torto.

Vicino alla statua, una donna raccontò di aver trovato la chiave della casa in cui viveva prima di sposarsi.

«Non l’ho mai buttata» disse. «Non so perché.»

Un uomo rispose:
«Perché certe case restano nella tasca anche quando non esistono più.»

La donna lo guardò.

«Lei fa il poeta?»

«No, il geometra.»

«Ah.»

Rimasero entrambi un po’ delusi.

Ma la frase, ormai, era stata detta.

Poco più in là, il proprietario del negozio di scarpe teneva in mano un calzascarpe di metallo.

Non c’entrava niente con le chiavi, ma lo aveva portato via dal negozio una settimana prima per lucidarlo e poi se l’era dimenticato in macchina. La macchina, naturalmente, non si apriva. Quindi il calzascarpe era diventato, per puro caso, l’unico oggetto della sua attività ad aver raggiunto la piazza.

La commessa lo guardò.

«Potrebbe usarlo come scettro.»

«Non dica sciocchezze.»

«Re delle scarpe chiuse.»

Lui cercò di restare serio.

Non ci riuscì.

«Sa» disse dopo un po’, «questa mattina, quando non ho aperto il negozio, ho pensato che fosse una tragedia.»

«E adesso?»

Lui guardò la piazza.

La gente.
I bicchierini di caffè.
I gradini occupati.
Le biciclette ferme.
Il cielo grigio.
Le facce finalmente non di passaggio.

«Adesso penso che forse avrei potuto aprire mezz’ora più tardi anche altri giorni.»

La commessa sorrise.

«Rivoluzionario.»

«Non esageriamo.»

«A Parma mezz’ora è già insurrezione.»

Intanto l’avvocato e il suo cliente erano seduti accanto alla fontana.

La cartellina della causa giaceva chiusa tra loro.

Il cliente la guardò.

«Secondo lei, se domani ritiro tutto, mio fratello penserà che ho perso?»

L’avvocato rifletté.

«Probabilmente sì.»

«E quindi?»

«E quindi dovrà decidere se preferisce vincere contro suo fratello o smettere di perdere contro se stesso.»

Il cliente lo fissò.

«Lei di solito parla così?»

«No. Di solito ho uno studio.»

«Le fa bene stare fuori.»

L’avvocato non rispose.

Temeva fosse vero.

Al centro della piazza, qualcuno propose di chiamare un fabbro.

Qualcun altro disse che tutti i fabbri di Parma erano chiusi fuori dai loro laboratori.

Qualcuno telefonò comunque.

Il primo fabbro non rispose.
Il secondo aveva perso le chiavi del furgone.
Il terzo disse:
«Ragazzi, oggi non è giornata.»

La città accettò la notizia con una maturità sorprendente.

A quel punto non si trattava più solo di risolvere.

Si trattava di capire.

E capire, come sempre, richiedeva molto più tempo di un intervento tecnico.

Verso le sette, il cielo sopra Parma cambiò colore.

Non diventò bello in senso classico. Nessun tramonto da cartolina, nessuna luce dorata da pubblicità di prosciutto, nessuna nuvola spettacolare da mettere su Instagram con una frase sul destino.

Solo una schiarita.

Un varco pallido tra il grigio e il sera.

Sufficiente perché tutti alzassero la testa.

In quel momento, dalla borsa della signora Adele cadde una chiave.

Fece un rumore piccolo sul selciato.

Tutti si voltarono.

Adele la raccolse.

Non era la chiave di casa.

Non era quella della cantina.

Non aveva etichette.

Era lunga, sottile, scura, con un’impugnatura antica e consumata.

«Questa non è mia» disse.

La bambina del Duomo si avvicinò.

«Magari è di Parma.»

Qualcuno rise.

Poi smise.

Perché la frase, come certe frasi dei bambini, aveva fatto il giro lungo ed era arrivata troppo vicino alla verità.

Adele alzò la chiave verso la luce.

Per un attimo sembrò che la città intera trattenesse il fiato.

Poi, da un portone sotto i portici, arrivò un rumore.

Uno scatto.

Secco.

Metallico.

Antico.

Tutti si voltarono.

Il portone, che nessuno aveva toccato, si aprì di pochi centimetri.

Nessuno parlò.

Dall’interno non uscì nessuno.

Non entrò nessuno.

Si vide solo una fessura di buio, e oltre il buio qualcosa che assomigliava a una scala.

Il barista, con un bicchierino di caffè in mano, sussurrò:
«Io non entro.»

«Nessuno ha chiesto a lei» disse la commessa del negozio di scarpe.

L’avvocato si aggiustò la giacca, gesto inutile ma identitario.

La ragazza della bicicletta strinse il libro di storia contemporanea.

Nina fece un passo indietro.

Vittorio pensò a sua figlia.

Livia pensò al bagno chiuso.

Adele guardò la chiave sul palmo della mano.

Poi guardò la bambina.

«Secondo te?»

La bambina osservò il portone socchiuso.

«Secondo me non è una porta per entrare.»

«E per cosa?»

La bambina sorrise.

«Per vedere chi resta.»

La città rimase immobile.

Perché, dopo una giornata passata a cercare chiavi, Parma cominciava finalmente a sospettare che il punto non fosse aprire.

Il punto era scegliere.


Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche