Il posto accanto
Dopo la fine di una relazione, Andrea continua ad andare al cinema da solo. Sceglie sempre lo stesso posto e lascia libero quello accanto, come se qualcuno dovesse ancora arrivare. Non per nostalgia, ma per qualcosa di più sottile, difficile da interrompere. Tra gesti ripetuti e piccoli spostamenti quasi impercettibili, si accorge che il vuoto accanto a lui
Dopo la fine di una relazione, Andrea continua ad andare al cinema da solo. Sceglie sempre lo stesso posto e lascia libero quello accanto, come se qualcuno dovesse ancora arrivare. Non per nostalgia, ma per qualcosa di più sottile, difficile da interrompere. Tra gesti ripetuti e piccoli spostamenti quasi impercettibili, si accorge che il vuoto accanto a lui non è più un’attesa, ma uno spazio nuovo da abitare. Un racconto sul cambiamento silenzioso, su ciò che resta quando le abitudini si svuotano, e sul momento in cui smettiamo di proteggere quello che non c’è più.
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Il posto accanto
Da qualche settimana Andrea arrivava al cinema sempre con qualche minuto di anticipo. Non per evitare la fila. Non per scegliere il posto migliore. Per assicurarsi che quello accanto al suo restasse libero. All’inizio non ci aveva fatto caso. Aveva comprato il biglietto come sempre, fila centrale, lato corridoio. Poi si era seduto e aveva appoggiato il giubbotto sulla poltrona accanto. Un gesto automatico. Senza pensarci. Il film era iniziato. Le luci si erano abbassate. Nessuno si era seduto lì. Quando erano tornate, Andrea aveva raccolto il giubbotto e se n’era andato. Solo fuori, camminando verso la macchina, si era accorto di averlo fatto apposta. Da allora aveva continuato. Sempre lo stesso posto. Sempre lo stesso gesto. Il giubbotto piegato male sulla poltrona accanto. Non per occupare spazio. Più per segnarlo. Come si fa con le cose che non si vogliono perdere. Non andava spesso a
Nota d'autrice
Quanto spazio occupa chi non c’è più? A volte il posto accanto resta vuoto, eppure continua a parlare: nel modo in cui apparecchiamo, nel lato del divano che evitiamo, nella mano che cerca ancora una presenza per abitudine. È davvero assenza, quel posto? O è il modo discreto con cui l’amore continua a sedersi vicino a noi, anche quando nessuno lo vede?
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