Storia · capitolo 3

QUELLI RIMASTI DENTRO

IL GIORNO IN CUI PARMA PERSE TUTTE LE CHIAVI - Una cronaca surreale in cinque porte di Letizia Ciabattoni

Alle dodici e diciassette, Parma scoprì che il vero problema non era restare fuori.

Era restare dentro.

Quelli chiusi fuori avevano almeno il cielo, i marciapiedi, i bar che servivano caffè da finestrelle improbabili e altri esseri umani con cui lamentarsi. Chi era chiuso dentro, invece, aveva solo la casa.

E la casa, quando non puoi uscirne, smette in fretta di essere rifugio e comincia a fare domande.

La signora Adele lo capì seduta al tavolo della cucina, davanti al secondo caffè della mattina.

Abitava in Oltretorrente, al terzo piano di un palazzo con le scale antiche, quelle che scricchiolano come parenti anziani quando si alzano da tavola. Aveva ottantadue anni, una vestaglia viola, una dignità di ferro e un mazzo di chiavi che, fino a quella mattina, sembrava sufficiente ad aprire non solo porte, ma intere epoche della sua vita.

Poi era sparito.

E al suo posto, sul tavolo, erano rimaste solo cose inutili: una borsa svuotata, fazzoletti, scontrini, rossetti doppi, Sant’Ilario e una caramella sopravvissuta a tre governi.

Adele guardò la porta d’ingresso.

«Va bene» disse.

La porta non rispose.

Era una porta educata.

Per cinquant’anni Adele era uscita anche quando non aveva voglia. A fare la spesa, a controllare la sorella, a portare documenti, a pagare bollette, a comprare medicine, a vedere se qualcuno avesse bisogno di qualcosa. La sua vita era stata una lunga processione di commissioni e chiavi.

Chiave di casa.

Chiave del garage.

Chiave della cantina.

Chiave della casa al mare che non aveva più.

Chiave del cancello della sorella.

Chiave del mobiletto dove il marito teneva i documenti importanti.

Chiave della cassetta delle lettere della vicina, “così se arriva qualcosa e io non ci sono”.

Sempre così.

Se qualcuno non c’era, Adele c’era.

Quella mattina, invece, non poteva esserci per nessuno.

All’inizio le sembrò una colpa.

Poi un imprevisto.

Poi, con una lentezza quasi scandalosa, un sollievo.

Mise il caffè nella tazzina buona, quella con il bordo dorato. Di solito la usava solo quando veniva qualcuno. Poi pensò che, se aspettava ancora qualcuno per usarla, prima o poi l’avrebbero trovata nella credenza insieme al servizio da dodici e a tutti i “meglio non sprecarlo”.

Bevve.

Il caffè sapeva uguale.

Ma lei no.

Nel frattempo, al quarto piano di un palazzo vicino a barriera Repubblica, un uomo di nome Vittorio era chiuso dentro casa con il computer acceso e una riunione su Zoom già iniziata.

«Vittorio, ci sei?»

Lui guardò lo schermo.

C’erano otto facce dentro otto quadratini, tutte con l’espressione di chi avrebbe preferito essere un geranio.

«Sì, ci sono.»

«Perfetto. Puoi condividere il file?»

Vittorio guardò la porta chiusa.

Guardò la scrivania.

Guardò se stesso nel riquadro in basso, pallido, spettinato, con una camicia buona sopra e i pantaloni del pigiama sotto.

«No» disse.

Gli otto quadratini tacquero.

«Come no?»

«Non posso.»

«Hai problemi di connessione?»

«No.»

«Problemi tecnici?»

Vittorio inspirò.

Avrebbe potuto mentire. Dire che il file era corrotto, che il sistema non rispondeva, che il programma era bloccato. Aveva anni di esperienza nella nobile arte di trasformare l’esaurimento in linguaggio aziendale.

Invece disse:

«Sono chiuso in casa e non ho voglia di parlare del file.»

Silenzio.

Poi una collega spense la videocamera.

Un altro scrisse in chat: “capisco”.

Il capo fece un mezzo sorriso rigido.

«Magari riprendiamo dopo.»

La riunione finì.

Vittorio rimase davanti allo schermo nero.

Da mesi sognava una giornata senza riunioni, ma non aveva mai avuto il coraggio di chiederla. Aveva aspettato che sparissero tutte le chiavi di Parma.

Gli parve un metodo un po’ eccessivo, ma efficace.

Si alzò e andò in cucina.

Sul frigorifero c’era un disegno di sua figlia: lui, lei e una casa con il tetto rosso. Nel disegno tutti sorridevano. Perfino la casa.

Sotto, in stampatello, c’era scritto:

PAPÀ QUANDO NON LAVORA.

Vittorio lesse la frase due volte.

Poi si sedette.

Non sapeva bene se ridere o chiedere scusa a un elettrodomestico.

In una mansarda di via XXII Luglio, intanto, una ragazza era chiusa dentro la camera.

Non perché le chiavi fossero sparite.

O meglio, anche.

Ma soprattutto perché quella era la sua condizione abituale: porta chiusa, cuffie, letto sfatto, telefono in mano e una famiglia dall’altra parte del muro che la chiamava “difficile” con la stessa leggerezza con cui si dice “nuvoloso”.

Si chiamava Nina, aveva sedici anni e un numero impressionante di felpe nere.

Quando la madre provò ad aprire la porta e non trovò la chiave, cominciò a bussare.

«Nina?»

«Sì.»

«Apri.»

«Non posso.»

«Come non puoi?»

«Non ho la chiave.»

«Ma sei dentro.»

«Appunto.»

La madre sospirò.

«Non fare la spiritosa.»

Nina guardò il soffitto.

Avrebbe voluto spiegare che non era spirito. Era geografia. Dentro e fuori non erano mai stati così semplici come credevano gli adulti.

Da mesi sua madre diceva: “Esci da quella stanza.”

Nina avrebbe voluto rispondere: “Entrateci voi, una volta, invece di ordinarmi da fuori come dovrei stare dentro.”

Ma non lo diceva mai.

Quel giorno, forse perché la porta era chiusa davvero, le sembrò meno pericoloso.

«Mamma?»

«Cosa?»

«Puoi sederti lì fuori?»

«Dove?»

«Per terra.»

Dall’altra parte ci fu un silenzio offeso dal pavimento.

Poi un fruscio.

Sua madre si sedette nel corridoio.

«Così?»

«Sì.»

«E adesso?»

Nina si tolse una cuffia.

«Adesso non dire niente.»

Restarono separate da una porta chiusa e unite da un silenzio nuovo.

Non fu una conversazione.

Fu meglio.

In borgo del Naviglio, una donna di nome Livia era chiusa dentro il bagno di casa.

Questa, in qualunque altra giornata, sarebbe stata una disgrazia minore. In quella, sembrò perfettamente in linea con il destino cittadino.

Livia aveva quarantasei anni, due figli, un marito, un lavoro part-time diventato full-time senza che nessuno avesse aggiornato lo stipendio, e l’abitudine di chiudersi in bagno per tre minuti quando la casa diventava troppo piena di tutti tranne che di lei.

Solo che, quella mattina, la chiave del bagno era sparita dalla serratura.

La porta si era chiusa.

E non si riapriva.

Da fuori, il marito chiese:

«Tutto bene?»

Livia guardò il flacone del bagnoschiuma.

«Benissimo.»

«Sei chiusa dentro?»

«Pare.»

«Provo a chiamare qualcuno?»

«No.»

«Ma come no?»

Livia si sedette sul bordo della vasca.

Era la prima volta in anni che nessuno poteva entrare da lei senza permesso.

Niente figli che spalancavano la porta per chiedere dove fossero i calzini.

Niente marito con domande sulla lavastoviglie.

Niente notifiche della chat di classe.

Niente “mamma, vieni un attimo”.

Niente “Livia, sai dov’è”.

Non sapeva dov’era.

E per una volta, non voleva saperlo.

«Aspettiamo» disse.

«Aspettiamo cosa?»

Livia sorrise.

«Che mi dispiaccia.»

Non le dispiacque subito.

Alla Pilotta, in un ufficio rimasto chiuso dall’interno, una guida turistica approfittò dell’impossibilità di uscire per rileggere un vecchio taccuino. Aveva cominciato a prendere appunti anni prima, quando voleva scrivere un libro sulle città che si lasciano guardare solo da chi cammina piano.

Poi erano arrivati turni, gruppi, prenotazioni, ricevute, “mi scusi dov’è il bagno?” e una quantità di spiegazioni su pietre antiche dette a persone che spesso guardavano il cellulare.

Nel taccuino trovò una frase:

Ogni città ha una porta che non mostra ai turisti.

La guida la lesse ad alta voce.

La stanza, chiusa com’era, sembrò approvare.

Alle due del pomeriggio, Parma era attraversata da un fenomeno strano.

Le persone chiuse dentro cominciavano a trovare chiavi che non cercavano.

Non le chiavi giuste.

Quelle no.

Quelle sembravano ancora in sciopero.

Trovavano chiavi vecchie, dimenticate, piccole, arrugginite, con etichette ingiallite.

cantina.

diario.

garage vecchio.

casa nonna.

armadio.

mobile papà.

Una donna trovò la chiave di una scatola dove teneva lettere ricevute a vent’anni.

Un uomo trovò la chiave di un cassetto che non apriva dalla morte della moglie.

Un ragazzo trovò una chiave senza etichetta e scoprì che apriva il lucchetto di un quaderno pieno di poesie scritte male, ma sincere in un modo che gli fece paura.

Le chiavi giuste continuavano a mancare.

Quelle sbagliate, invece, tornavano con una precisione inquietante.

O forse erano giuste loro.

Adele trovò la sua alle quattro meno dieci.

Era in dispensa, dentro una scatola di latta con sopra disegnati biscotti danesi che non avevano mai visto la Danimarca.

Cercava il riso.

Trovò una chiave minuscola.

Aveva un nastrino blu sbiadito legato all’anello.

Adele la prese tra le dita e sentì qualcosa muoversi nella memoria.

Per un attimo tornò ragazza.

Non vecchia ragazza, non “giovane una volta”, non fotografia ingiallita da tirare fuori ai compleanni.

Ragazza davvero.

Con le ginocchia sbucciate, le mani sporche d’inchiostro e un diario chiuso a chiave sotto il materasso.

Il diario.

Pensava di averlo buttato.

O forse aveva solo smesso di cercarlo.

Andò in camera, aprì l’armadio, spostò una coperta, tre scatole di lenzuola, una borsa di pelle che non usava da dieci anni e un sacchetto pieno di bottoni.

In fondo, dentro una busta di plastica, c’era il quaderno.

Copertina blu.

Serratura piccola.

Ridicola.

Solenne.

Adele infilò la chiave.

Girò.

Il diario si aprì con un rumore secco, come un colpo di tosse dopo anni di educazione.

Le prime pagine erano piene di poesie.

Brutte.

Molto brutte.

Drammatiche, piene di lune, fiumi, eternità e un ragazzo di nome Giulio che, a giudicare dai versi, doveva aver avuto ciglia sufficienti a destabilizzare l’Emilia.

Adele lesse.

Poi arrossì.

A ottantadue anni, seduta sul letto, arrossì per una ragazza che era stata lei e che non aveva chiesto il permesso a nessuno per sentire troppo.

Girò pagina.

C’era una frase sottolineata tre volte:

Io non voglio diventare una donna che tiene solo le chiavi degli altri.

Adele rimase immobile.

Fuori, da qualche parte, una sirena passò lenta.

Nella stanza, il tempo fece silenzio.

Lei appoggiò il diario sulle ginocchia.

«Ma guarda te» disse.

Non pianse.

Non subito.

Prima rise.

Una risata piccola, incredula, quasi scortese.

Poi chiuse il diario e guardò il comodino, dove da anni teneva il grande mazzo di chiavi.

Quando fosse ricomparso, decise, lo avrebbe alleggerito.

Non tutto ciò che si può aprire merita di essere portato.

Alle cinque del pomeriggio, Parma era ancora priva delle sue chiavi principali.

Le porte restavano chiuse.

Le auto mute.

Le biciclette legate ai pali.

Gli studi irraggiungibili.

Ma nelle case, nei bagni, nelle camere, nelle dispense e nei cassetti, altre serrature cominciavano a cedere.

Un diario.

Una scatola.

Un cassetto.

Un ricordo.

Una conversazione attraverso una porta.

Un padre davanti a un disegno sul frigorifero.

Una donna seduta sul bordo della vasca che, per una volta, non si affrettava a uscire.

La città non lo sapeva ancora, ma forse le chiavi non erano scomparse.

Forse avevano solo smesso di obbedire.

E quando, poco prima del tramonto, la signora Adele aprì la finestra e guardò giù nella strada, vide una cosa che non vedeva da anni.

La gente era ancora lì.

Fuori.

Dentro.

Sulle soglie.

Nessuno sembrava sapere bene da che parte stare.

E per la prima volta, quella incertezza non somigliò a una disgrazia.

Somigliò a una possibilità.


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