QUELLI RIMASTI FUORI
Alle nove meno dieci, Parma era piena di persone ferme davanti a qualcosa.
Non era una novità assoluta. Parma, come molte città, conosceva bene l’arte di stare fermi: al semaforo di barriera Repubblica, in coda alla posta, davanti a una vetrina con scritto “saldo” anche quando saldo non era, dietro a qualcuno che ordinava il caffè come se stesse negoziando un trattato internazionale.
Ma quella mattina era diverso.
Nessuno stava fermo per scelta.
O almeno così credevano.
In via Farini, il proprietario del negozio di scarpe aveva ormai controllato tutte le tasche, compresa una tasca interna della giacca che non ricordava di avere.
«Niente» disse.
La commessa, con il cappotto ancora addosso e una borsa termica in mano, guardò la saracinesca abbassata.
«Magari le ha lasciate a casa.»
«Non le lascio mai a casa.»
«Magari oggi sì.»
Lui le lanciò uno sguardo offeso.
Era un uomo ordinato. Di quelli che mettono le penne in fila, separano gli scontrini per mese e possiedono un calzascarpe lungo abbastanza da sembrare un oggetto cerimoniale.
Perdere le chiavi, per lui, non era un inconveniente.
Era una crisi d’identità.
«Io non perdo le cose» disse.
La commessa si strinse nelle spalle.
«Forse, per una mattina, le cose hanno perso lei.»
Lui la fissò.
«Lei legge troppi libri.»
«Meglio che leggere solo fatture.»
Rimasero davanti alla saracinesca. Dietro il metallo chiuso c’erano le scarpe lucide, le scatole impilate, i cartellini dei prezzi, il profumo di pelle nuova e quell’ordine rassicurante che ogni mattina lui riaccendeva insieme alle luci del negozio.
Fuori, invece, c’era il marciapiede.
Le persone che passavano.
Il cielo basso.
Una città che non chiedeva permesso.
Dopo dieci minuti, il proprietario fece una cosa mai fatta in trent’anni di commercio.
Si sedette sul gradino.
La commessa lo guardò quasi commossa.
«Sta bene?»
«No.»
«Vuole un caffè?»
«Sì.»
«Lo prendo al bar?»
Lui indicò la serranda del bar accanto, chiusa anche quella.
«Con quali chiavi?»
Per la prima volta da quando lo conosceva, la commessa lo sentì ridere.
Non molto.
Ma abbastanza da far sembrare il mattino meno difettoso.
In via Repubblica, intanto, un avvocato cercava di aprire il portone dello studio con una graffetta.
Non sapeva bene perché. Nei film americani funzionava sempre. A Parma, invece, la serratura rimase ostinatamente parmigiana.
«Avvocato, è sicuro che sia legale?» chiese il cliente alle sue spalle.
«Sto cercando di entrare nel mio studio.»
«Sì, ma con una graffetta.»
L’avvocato si fermò.
Il cliente aveva ragione, cosa che lo irritò moltissimo.
Aveva un appuntamento importante alle nove: una causa di confine, una di quelle questioni nate da venti centimetri di giardino e cresciute negli anni fino a diventare una guerra ereditaria, catastale e spirituale.
Il cliente era venuto con una cartellina gonfia di documenti, fotografie, lettere, perizie e rancore.
«Dobbiamo entrare» disse.
«Non posso.»
«Ma dobbiamo parlare della strategia.»
L’avvocato guardò la porta chiusa.
Poi il cliente.
Poi il marciapiede.
«Si sieda.»
«Dove?»
«Sul gradino.»
Il cliente esitò, come se sedersi su un gradino potesse compromettere la dignità della causa.
Poi cedette.
Rimasero lì, uno accanto all’altro, con la cartellina tra i piedi.
Passò una donna con un cane piccolo e nervoso. Il cane annusò la cartellina, poi tirò dritto, evidentemente poco interessato alla giurisprudenza.
Dopo qualche minuto, il cliente disse:
«Sa che forse questa causa non la voglio più fare?»
L’avvocato voltò la testa lentamente.
«Come sarebbe?»
«È per il principio, dicevo. Ma forse il principio è che sono arrabbiato da otto anni e non so più con chi.»
L’avvocato aprì la bocca.
Aveva pronte molte frasi. Frasi sulla tutela dei diritti, sulla proprietà, sul valore della documentazione, sulla necessità di procedere.
Erano frasi solide.
Pagabili a parcella.
Ma senza lo studio, senza la scrivania, senza la penna d’argento con cui sottolineava i punti importanti, gli sembrarono improvvisamente troppo grandi per quel gradino.
«Capita» disse.
Il cliente lo guardò.
«Capita cosa?»
«Di continuare ad aprire una causa anche quando si è chiusa la ferita sbagliata.»
Il cliente rimase zitto.
L’avvocato pure.
Fu la consulenza più onesta della sua carriera, e nessuno dei due seppe bene cosa farsene.
In via D’Azeglio, la ragazza della bicicletta era ancora davanti al lucchetto.
La bici era lì, appoggiata al palo, fedele e inutile.
Lei aveva un esame il giorno dopo e tutti gli appunti dentro casa. Casa, naturalmente, era chiusa. La chiave di casa era sparita. La chiave del lucchetto anche.
«Perfetto» disse al nulla.
Il nulla, educatamente, non rispose.
Si sedette sul bordo del marciapiede con lo zaino tra le ginocchia e la sensazione netta che la vita avesse appena aperto una chat di gruppo senza chiederle il consenso.
Dopo un po’, un ragazzo si fermò.
«Hai perso le chiavi anche tu?»
«No, le ho donate alla città per un progetto artistico.»
Lui sorrise.
«Storia contemporanea?»
Lei lo guardò.
«Come fai a saperlo?»
«Hai un libro che si chiama Il Novecento europeo che ti sta uscendo dallo zaino con l’aria di voler scappare.»
La ragazza abbassò lo sguardo.
Il libro era lì, mezzo aperto, effettivamente esausto.
«Domani ho l’esame.»
«Io l’ho dato l’anno scorso.»
«Quanto hai preso?»
«Ventisette.»
Lei lo squadrò.
«Abbastanza da aiutarmi, non abbastanza da vantarti.»
«Esatto.»
Si sedettero sul marciapiede, accanto alla bici incatenata, e cominciarono a ripassare.
Lui parlava piano. Lei prendeva appunti sul retro di uno scontrino. Ogni tanto passava qualcuno che imprecava contro una porta, un’auto, un cancello, una cassetta della posta.
Alle dieci e un quarto lei sapeva ancora poco del Novecento, ma aveva imparato che lui beveva il caffè senza zucchero, odiava le note a piè di pagina e aveva un sorriso storto molto pericoloso per la concentrazione.
Non tutte le perdite sono perdite.
Davanti al bar sotto i portici, il barista aveva organizzato un sistema d’emergenza.
Non potendo aprire la serranda principale, serviva caffè dal retro, attraverso una finestrella che nessuno aveva mai considerato degna di attenzione.
La città, privata delle chiavi, riscoprì improvvisamente i passaggi laterali.
«Un macchiato.»
«Da dove entro?»
«Non si entra. Si riceve.»
«Come in confessionale?»
«Più o meno, ma con meno peccati e più brioche.»
Si formò una piccola fila nel vicolo. La gente arrivava spaesata, arrabbiata, nervosa. Poi prendeva il caffè da quella finestrella ridicola e, per qualche motivo, sorrideva.
Una signora disse:
«Sembra di comprare il pane durante la guerra.»
Il barista rispose:
«Signora, è un cappuccino senza cacao. Manteniamo le proporzioni.»
Lei rise.
Anche questo, in una mattina così, aveva il valore di un servizio pubblico.
Verso le undici, quelli rimasti fuori cominciarono a parlarsi.
Prima per necessità.
Poi per noia.
Poi perché, a forza di stare davanti alle porte chiuse, qualcuno aveva iniziato a guardare le facce aperte.
In una traversa dell’Oltretorrente, due vicine che si detestavano da anni si trovarono sedute sullo stesso gradino.
Una accusava l’altra di sbattere il tappeto fuori orario.
L’altra accusava la prima di parcheggiare la bici troppo vicino al muro.
Avevano costruito una guerra condominiale su polvere, ruote e principio.
Quella mattina erano entrambe chiuse fuori.
«Lei le ha trovate?» chiese la prima.
«Secondo lei sarei qui?»
«Chiedevo.»
«No.»
Silenzio.
Poi la seconda tirò fuori dalla borsa un pacchetto di caramelle.
«Ne vuole una?»
La prima esitò.
Accettare una caramella dal nemico richiedeva una certa revisione geopolitica.
«Che gusto?»
«Limone.»
«Va bene.»
Restarono sedute a succhiare caramelle al limone come due bambine anziane.
Dopo un po’, una disse:
«Mio figlio non chiama quasi mai.»
L’altra guardò dritto davanti a sé.
«Mio marito è morto a gennaio.»
La guerra si fermò.
Non finì.
Le guerre condominiali non finiscono mai del tutto, hanno radici più profonde di certi alberi.
Però, per una mattina, tacque.
E fu già moltissimo.
A mezzogiorno, Parma era ancora chiusa.
O aperta.
Dipendeva da dove la si guardava.
Le serrande erano abbassate, i portoni immobili, le biciclette prigioniere dei pali, le auto ferme come animali addomesticati male.
Ma i marciapiedi erano pieni.
Davanti al negozio di scarpe, il proprietario e la commessa bevevano un caffè preso dalla finestrella del bar.
Davanti allo studio legale, l’avvocato e il cliente avevano smesso di parlare della causa e stavano osservando un piccione camminare con l’arroganza di chi non ha serrature.
In via D’Azeglio, la ragazza studiava il dopoguerra con un ragazzo sconosciuto e una bici sequestrata dal destino.
Sotto i portici, il barista serviva cappuccini dal retro e cominciava a pensare che forse quella finestrella, chiusa da anni, meritasse un nome.
Qualcuno disse che era un disastro.
Qualcun altro disse che era assurdo.
Un bambino chiese se il giorno dopo sarebbero sparite anche le password.
Gli adulti si guardarono con autentico terrore.
Sopra la città, le nuvole restavano basse, come se anche il cielo volesse ascoltare.
Poi, poco dopo mezzogiorno, accadde una cosa piccola.
Una donna davanti a un portone in via XXII Luglio infilò la mano nella tasca del cappotto e trovò una chiave.
Una sola.
Non era quella di casa.
Non era quella dell’auto.
Non era quella dell’ufficio.
Era una chiave sottile, vecchia, con un’etichetta ingiallita legata al ferro da un filo.
Sull’etichetta c’era scritto:
cantina.
La donna impallidì.
«Questa non può essere qui» disse.
Nessuno le chiese perché.
Ma tutti, per un istante, smisero di parlare.
Perché a Parma, quella mattina, le chiavi non erano soltanto sparite.
Cominciavano a tornare quelle sbagliate.
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