Storia · capitolo 1

ALLE OTTO E DODICI

IL GIORNO IN CUI PARMA PERSE TUTTE LE CHIAVI - Una cronaca surreale in cinque porte di Letizia Ciabattoni

Alle otto e dodici del mattino Parma capì di avere un problema.

Non era il traffico sui viali, non era l’umidità che si infilava nelle ossa con la confidenza di una zia invadente, non era il solito ciclista che attraversava piazza Garibaldi guardando altrove con la fede incrollabile dei santi e dei pensionati.

Era peggio.

Nessuno trovava le chiavi.

All’inizio sembrò una coincidenza.

La signora Adele, in Oltretorrente, svuotò la borsa sul tavolo della cucina e trovò tre fazzoletti usati, uno scontrino del 2019, una caramella alla menta incollata a una forcina, due rossetti dello stesso colore e un’immaginetta di Sant’Ilario.

Le chiavi no.

Le cercò nella tasca del cappotto buono, in quella del cappotto brutto, nel cassetto dell’ingresso, sotto il centrino del telefono fisso, dentro il vaso dei bottoni e perfino nel freezer, perché a ottantadue anni si impara che la memoria è un animale fantasioso.

Niente.

«Le avevo qui» disse.

Ma “qui”, quella mattina, era diventato il luogo più misterioso della città.

In via Farini, il proprietario di un negozio di scarpe rimase davanti alla saracinesca abbassata con l’espressione di chi sta subendo un torto personale da parte del metallo.

Si batté le tasche una, due, tre volte.

«Le avevo qui.»

Accanto a lui, la commessa annuì con aria grave. Anche lei le aveva “qui”.

Nessuno sapeva bene dove fosse questo “qui”, ma a Parma, quella mattina, tutti sembravano averci riposto l’intera fiducia nell’ordine del mondo.

In Borgo Giacomo Tommasini, una donna elegante frugò nella borsa con crescente disperazione.

Tirò fuori un profumo, due agende, un caricabatterie, una bustina di zucchero, un libro che non avrebbe mai letto e una quantità di ricevute sufficiente a ricostruire la sua vita fiscale.

Le chiavi no.

«Impossibile» disse.

Parma, quella mattina, pronunciò molto spesso la parola impossibile.

La disse davanti ai portoni.

Davanti alle auto.

Davanti ai cancelli.

Davanti agli studi medici, agli uffici, alle biciclette incatenate, alle cantine, alle cassette della posta.

La disse un uomo in piazzale della Pace, rimasto accanto alla macchina con la mano sospesa sulla tasca vuota.

La disse una ragazza davanti al lucchetto della bici in via D’Azeglio, mentre il campanile sembrava guardarla dall’alto con disapprovazione romanica.

La disse il parroco di una chiesa del centro, che non riusciva ad aprire la sacrestia e, per un attimo molto breve ma teologicamente interessante, sospettò Dio di ironia.

Alle otto e ventisette, quando anche il barista del bar sotto i portici non trovò la chiave per alzare la serranda, Parma smise di parlare di coincidenze e cominciò a parlare di castigo.

«È il Comune» disse qualcuno.

«Sono i ladri» disse un altro.

«È colpa dei monopattini» aggiunse un signore, senza alcun legame logico ma con grande convinzione.

In meno di mezz’ora, la città era piena di persone ferme davanti a qualcosa che non riuscivano più ad aprire.

C’era chi restava chiuso fuori.

C’era chi restava chiuso dentro.

C’era chi, per la prima volta da anni, si accorgeva di non sapere esattamente da quale parte della porta avrebbe preferito stare.

Davanti a un portone vicino al Duomo, una bambina con lo zaino sulle spalle osservava gli adulti agitarsi.

Sua madre cercava le chiavi di casa.

Suo padre quelle dell’auto.

La nonna quelle della cassetta della posta, come se tra bollette, volantini del supermercato e comunicazioni condominiali potesse nascondersi la salvezza.

La bambina li guardò tutti e disse:

«Ma se non potete entrare, potete stare fuori.»

Gli adulti tacquero.

Non perché la frase fosse geniale.

Perché era semplice.

E la semplicità, spesso, mette in imbarazzo più della verità.

Intanto, da qualche parte sopra i tetti umidi, tra i campanili, le antenne e i panni stesi che non si asciugavano mai del tutto, Parma sembrò trattenere il respiro.

Le chiavi erano sparite.

E nessuno sapeva ancora se fosse una disgrazia o un favore.

Nota d’autrice

Quante volte chiamiamo disastro ciò che ci costringe soltanto a fermarci? Una chiave sparita può sembrare una perdita, ma può anche diventare una domanda: cosa volevamo davvero aprire? E cosa, forse, continuavamo ad aprire solo perché ne avevamo ancora la chiave?

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