Otto
Il trambusto del motore è talmente forte e fastidioso da coprire i miei pensieri. Proprio ciò che mi serviva.
Tiro fuori dallo zaino l’agenda e il portapenne. Sono stati giorni folli, con questa storia della maturità. Un cerchio perfetto di dieci anni che si chiude senza lasciare niente al caso. E ho mandato indietro molte altre cose, è vero, ma non posso fingere di non pensare che ne valga le pena.
L’agenda mi restituisce una panoramica di questa settimana. È venerdì, il bilancio perfetto per la fine. Sistemo i miei appunti, gli impegni che ho saltato o che ho rimandato. Giovedì è una coltellata.
Appuntamento Gabriele Valenti, ore 17.00
Tamburello la penna. Non me la sento di tirarci una linea netta, come farei per un semplice impegno cancellato. Faccio qualcosa di più poetico: cerchio la dicitura, ci aggiungo un asterisco che rimanda alle note in basso alla pagina: *da riprogrammare.
Il bus frena bruscamente. Siamo appena una decina di passeggeri su questa corsa, veniamo tutti destati dall’assopimento mattutino. A me va peggio: il portapenne balza in avanti, l’intero contenuto schizza fuori e si sparge per tutto l’abitacolo.
Alzo gli occhi al cielo. Proprio ciò che mi serviva. Mi infilo fra i sedili davanti, riesco ad arrabattare appena poche cose.
La signora davanti mi scruta divertita mentre mi porge una penna. Già, immagino che la situazione da fuori debba sembrare più comica che nella mia testa. «Le altre cose sono finite davanti» mi fa sapere.
Non ci metto molto ad accorgermi che ha ragione, che manca ancora qualcosa all’appello: un evidenziatore, due matite, la pen-drive. Se non fosse per quest’ultima non mi prenderei nemmeno la briga di tentare di recuperarle.
Mi sporgo oltre il corridoio. I sedili davanti sono vuoti. I miei tacchi battono lungo il tragitto che mi porta verso l’inizio del pullman. The walk of shame.
L’autista mi rivolge un’occhiata pigra dallo specchietto. È uno di quelli simpatici, chiacchieroni, ma oggi stranamente tace. Una volta si è fatto enunciare tutto il mio albero genealogico, a proposito di Tecniche Avanzatissime.
Il controllore, seduto in testa, si volta. «Che è successo, signori’?»
Lo scruto, vorrei mettermi a ridere dall’imbarazzo. Ecco qua. Ci mancava solo questa. Il Maestro Controllore delle Potature. Questa creatura mitologica presente solo nella mia fantasia, che per molto tempo, in questi anni di viaggi verso l’università, ho incrociato solo di sfuggita durante la mia personalissima saga di pendolarismo. Un uomo all’incirca mio coetaneo che, tra una multa di sale e l’altra, passa le giornate a intrattenere argute conversazioni all’auricolare sui temi più disparati: la semina degli ulivi, la raccolta dell’olio, situazioni di discreta emergenza per cui pare imprescindibile richiedere il suo aiuto. È uno che se ti becca senza biglietto ti fa piangere, ma è anche uno che ferma il traffico per far attraversare le vecchine, non so se mi spiego.
Il frullo del motore qui è ancora più forte, e non capto bene l’ultima parola. Per qualche motivo mi sembra simpatico borbottare un laconico: «No, ti prego, “signora” no, non ho neanche trent’anni.»
Una risata collettiva si leva dai sedili posteriori. Persino l’autista assonnato ride. Lui obietta, alza le mani, si scusa a profusione.
«Si-gno-ri-na. Ho detto “signorina”.»
«Ma figurati» minimizzo. Ridiamo entrambi.
Torno al mio posto con la coda fra le gambe. La pen-drive è andata. Cerco di ricordare quali file ci tenessi sopra. La nomina a commissario, forse? Che succede se perdi un documento del genere?
Mi gratto la nuca, metto via tutto ciò che si è salvato dal tracollo di poco fa. Controllo il cellulare. Niente. Mh.
Nel frattempo mi arriva un messaggio del prof. Buono: mi aspetta per fare colazione. Rispondo rapidamente: arrivo fra 10 minuti.
Alzo la testa, lo sguardo mi finisce sullo specchietto retrovisore, quello grande e tondo. Da dietro i suoi occhiali da sole scuri, il Maestro delle Potature mi sta fissando. Lo noto, si capisce. Non c’è alcun dubbio: qui ci sono seduta solo io.
Assurdo pensare che non succede niente per moltissimo tempo, e all’improvviso l’Universo decide di far accadere tutto assieme. Un anno e mezzo che lo incrocio senza averci scambiato niente in più che un saluto formale, e adesso questo. Che tempismo.
Abbozzo un sorriso nella sua direzione, lo ricambia prontamente.
Abbasso la testa. La pen-drive luccica fra i sedili, sul pavimento non ancora insozzato. Mi sporgo in avanti, chiedo gentilmente alla signora di recuperarla al posto mio.
«Figlia mia» ridacchia, «stamattina hai perso il mondo.»
Il cellulare vibra. Non è Gabriele. Annuisco, sovrappensiero. «Ha proprio ragione.»
Quando prenoto la mia fermata, il Maestro delle Potature è occupato con una telefonata. Bene, mi dico. Meglio così. Avanzo con calma. Lui deve vedermi, perché all’improvviso lo sento borbottare nell’auricolare: «Ti richiamo, mh?»
Nessuno dei due dice niente, io evito di incrociare il suo sguardo nello specchietto. L’autobus accosta. Vedo l’auto di Buono in sosta a pochi metri di distanza.
Mi schiarisco la gola. «Scherzavo, prima. La storia del… “signora”, “signorina”…»
La corsa si ferma, lui mi sorride. «Avevo detto “signorina”.»
«Sì, ho capito.» Un mero misunderstanding, errore mio. «Buona giornata, allora. E buon lavoro.»
Annuisce. «Anche a te. Ti vengo a prendere dopo.»
Oddio, mi scappa da ridere. Taglio corto: «Va bene».
***
Niente per metà mattina. Voglio dire, dovevo aspettarmelo, no?
Mi dico che va bene così. Insomma, meglio prima che dopo. E se avessimo trascorso altri giorni a parlare, a conoscerci meglio, per poi finire così, da capo a dodici?
Forse non sono pronta per una relazione, forse mi sono illusa. Forse mi sono lasciata trascinare dalla frenesia della mia versione diciannovenne, quella che guardava il mondo attraverso le lenti rosa dei suoi occhiali. Forse ho sbagliato a rimettermi in gioco, avrei dovuto proteggermi di più. Avrei dovuto preparare meglio il Protocollo di Sicurezza, anticiparmi nel caso in cui fosse successa una cosa del genere. Forse ho sbagliato a impelagarmi in questa situazione di Latch. Che poi, a dirla tutta, potevo davvero prevederlo? Nessuno pensa: scarico un’app di dating e il terzo giorno mi contatta il grande amore della vita a cui sono destinata. Neanche io. Neanche Flavia diciannovenne.
Gli esami proseguono lenti. Oggi che non ho fretta di andare via quasi quasi preferisco questo: un candidato che suda sette camicie per far venire fuori che Pirandello, a suo dire, è nato a Sciacca. Che mi dice: I have eighteen years. E vabbè.
So che ieri aveva la cena di lavoro, lo ha detto. È uno che ti fa partecipe delle sue cose anche se non glielo chiedi. E poi si informa, vuole sapere. Voleva sapere persino dei miei studenti, se qualcuno rischiasse la bocciatura.
E invece stamattina non parla, non dice nulla. L’appuntamento è saltato e io sono qui, a parlare di Girgenti, di Sciacca, e a pensare a Gabriele.
Sospiro.
Ma poi mi balza in mente una cosa assolutamente rivoluzionaria. Una Tecnica Avanzatissima, come direbbe la me diciannovenne. Se ti stai chiedendo qualcosa, e continui a pensarci, allora perché non domandi al diretto interessato?
Tra un candidato e l’altro mi imbosco. La professoressa non c’è più: di colpo sono di nuovo una studentessa chiusa in bagno, con il cellulare fra le mani per scrivere al ragazzo che le piace. Solo che all’epoca non lo avrei fatto, oggi sì.
Lo specchio mi restituisce un’espressione sconcertata. Già.
Digito: Ehi, simpatico romano, che combini stamattina?
Mi risponde con un audio, la voce impastata dal sonno: «Buongiorno. Scusami, ieri siamo andati a cena e mi hanno fatto tornare alle due, e poi so’ morto. Me so’ svegliato mo’.» Metto in pausa: ecco l’accento. Rido. Oh-oh. Questo è un problema. «Devo sistemare tutta casa, che poi devo andare a lavorare. Te che fai? Esami?»
L’audio che registro mentre risalgo i corridoi fino all’aula dei colloqui è la cosa più imbarazzante, e spensierata, e sconsiderata che abbia fatto negli ultimi anni. Sono una scolaretta. Se ne accorgono tutti, persino Silvia, la segretaria, che mi passa di fianco e mi lancia un’occhiata come a dire: ma sei proprio tu?
Nessuno mi conosce sotto queste vesti. Il personaggio che ho creato, questa versione adulta e professionale di me stessa, è stoica, intangibile. È da anni che vado avanti così. Qualche mese fa qualcuno che mi conosceva da prima mi ha detto: eri cambiata, solo ora mi sembra tu stia tornado quella che eri. Non devi stare sempre a proteggerti, Fla’. Forse aveva ragione.
Lui smuove qualcosa di cedevole dentro di me, mi ammorbidisce. E la cosa, in tutta onestà, mi terrorizza. Ma non posso farne a meno, di dirgli: «Ma allora quando ce lo andiamo a prendere ‘sto gelato? Alla fine mi farai fare come Secco: “ao’, annamo a pijà er gelato?”.»
Mi passo una mano sul viso. Che scema.
Mi risponde mentre torno a casa. Ride della battuta, mi chiede dei ragazzi. Io sorrido e scuoto la testa a sentirlo parlare. «Io ora guardo i turni della prossima settimana, perché domani non so a che ora stacco e c’è il problema del doppio turno. Insomma, saremmo sempre un po’ limitati.»
Gli racconto degli studenti, mi viene da ridere mentre ne parlo. E gli dico dei colleghi da cui spesso devo difendermi. Figli del patriarcato. Finisce che devo difendermi con le unghie e con i denti. Gli racconto delle piccolezze più assurde.
Io sono così, mi ricordo. I miei amici sono abituati ai miei podcast, mi dico, ma lui? È pronto a questa versione chiacchierona di me? E se non dovesse piacergli? Se lo annoiassi?
Gli dico che mi piacerebbe vederci con calma, senza fretta, per capire quanto questi due nati lo stesso giorno possano essere compatibili.
Lui conviene con me. «Voglio farmi una bella chiacchierata senza avere il tempo contato.» E mi racconta dei piani per tornare a casa a Roma, dai suoi, che festeggiano trent’anni di matrimonio.
A questo punto mi sciolgo. Non è possibile. Anche i miei genitori avrebbero festeggiato trent’anni di matrimonio questo mese, se non si fossero lasciati. Glielo racconto.
Deve essere bellissimo sapere che dopo anni i tuoi genitori si amano ancora, no?
È il mio obiettivo finale. Il main goal della mia vita futura. Sapere che mio figlio ci spia da lontano e coglie le occhiate che ci scambiamo, i baci rubati, i balli lenti nel bel mezzo del salotto. Preferisco di gran lunga che i nostri figli vivano nell’imbarazzo di sapere che i loro genitori non riescono a staccarsi le mani da dosso, che siano stucchevolmente innamorati. Oddio, potrebbe pure andarmi male: potrebbe essere della Lazio. Ma non che a un certo punto raccontino di noi dicendo: «Non andavano più d’accordo, non li colpevolizzo.» Come faccio io, per esempio.
Il panorama al di fuori del mio finestrino muta e si presta alla proiezione delle mie fantasie più recondite. Ho passato anni a convincermi di non volere più niente del genere, né l’amore viscerale, né altri figli. Non è così, e sono stanca di mentire a me stessa.
Voglio i viaggi, i Natali, le vacanze lente, appollaiarmi tra le sue gambe su una sdraio troppo piccola per ospitarci in due, svegliarmi accanto a qualcuno, qualcuno che mi conosca meglio di quanto io non conosca me stessa, che dica: mia moglie non è una donna vendicativa, è una che ti augura di spendere tutto ciò che hai in antidiarroici. Voglio infilare il naso nel suo collo, riconoscere il suo odore come qualcosa di familiare. Sentire la sua risata vibrargli in gola. Voglio qualcuno che mi guardi provare un abito nuovo, mi passi il braccio sui fianchi, mi attiri a sé, prema il petto sulla mia schiena. Voglio qualcuno di cui Mattia possa fidarsi, a cui possa decidere di dare quelle lettere che di tanto in tanto scrive mentre è a scuola, quelle indirizzate a quel caro papà che non esiste. Voglio una bambina che gli somigli, che le irriti le guance con la barba a forza di baci, che lei gli stringa la testa fra le braccine tozze, che si avvicini a lui e lo chiami: amore! E gli mostri il suo abitino nuovo, perché lo ha visto fare a me. E che rida, si sciolga, torni bambino, si lasci laccare le unghie con lo smalto giocattolo.
Queste fatal fantasies esistevano già, ben prima di Gabriele. Solo che ora quell’uomo senza volto che di tanto in tanto appare nelle mie fantasie, da un paio di giorni ha assunto le sue fattezze. E questo non va bene. Non è sano, non è razionale. Non lo conosco, lui non conosce me. Non ci siamo mai visti. Non posso ricascarci, non posso innamorarmi solo del potenziale.
Ma la conversazione è già andata oltre. Mi dice: «Ma è vero, tu farai trent’anni! Hai già in mente che festa fare?»
Mi abbandono a un sorriso. Ecco, la differenza fra la mia fantasia e ciò che la realtà mi restituisce. La mia mente viaggia troppo, e troppo spesso, e non ho ancora capito come frenarla.
«Certo, ho già organizzato tutto!» gli rispondo, sagace. «Visto che io faccio trent’anni e mio figlio dieci, festeggeremo in un bel ristorante, con la torta e le candeline condivise.» Lui sembra più divertito dal fatto che anche mio figlio è un Ariete. «Ho organizzato già tutto, nella mia testa.»
Che è un po’ il riassunto di ciò che sono. Io vivo nel futuro, e qualche volta nel passato, ma quasi mai del tutto nel presente. Ciò che vivo mi passa davanti agli occhi come scene di un film, spesso e volentieri una commedia di quelle che ti sganasci per mezz’ora e poi dici: non è possibile, queste cose succedono solo nei film. E invece.
***
Mia sorella non sa nulla di lei. Delle Flavia diciannovenne. A volte penso di aver avuto un’allucinazione. Questa sera me ne dimentico addirittura.
Mattia ci trascina entrambe per il centro, ci passeggia di fianco come un ometto. Fa caldo. È una serata afosa e terribile. Sabato sera in centro. La serata delle coppiette.
Gli mando una foto, in un eccesso di goliardia. Vorrei che sapesse che io non sono così, di solito, ma è successo qualcosa in questi giorni che mi ha disinibita. Sono in auto, al tramonto, e vorrei che lui fosse qui. Una foto semplicissima, appoggiata alla portiera, che se la guardi bene s’intravede il cuore che mi rimbomba nel petto.
Ho pensato ti facesse piacere ricevere un selfie. Emoji.
Perché? Perché sì.
E quando torno a casa, ore dopo, scopro la sua risposta. Guardo Mattia avviluppato nelle lenzuola nonostante il caldo, abbasso il volume del cellulare al minimo.
«E perché non sei più venuta a Roma a vivere?» Sorrido. Sta rispondendo a un messaggio che gli avevo scritto nel pomeriggio. «Vabbè, magari ci andrai in futuro, che ne sai? Eh, beh… certo che mi fa piacere. Poi da ‘sto bel visetto, come fa a non farmi piacere? Pensa a me che sto andando a lavorare di notte. Ma… dove stai andando?»
Non dovrei pensarci, ma lo faccio comunque. Mi mordo un labbro. Il tono della sua domanda mi fa venire voglia di dirgli: dove vuoi che vada? Ho pensato a te tutta la sera. Ci sei anche quando non ci sei. Vorrei essere io, quel qualcosa in più. Ma non lo faccio. È irrazionale.
Digito: Il prossimo anno, dopo la laurea, dovrò scegliere la città in cui fare domanda per le statali. Ci farò sicuramente un pensierino per Roma.
Mi mordo un’unghia, appoggiata alla testiera del letto. Il cellulare è l’unica fonte di luce nella stanza buia.
Sono andata a fare un giro in centro per combattere il caldo, ma è stato il caldo ad abbattere me.
E ancora: Bel visetto, eh? Oh, Valenti, ma ci stai a prova’?
Il cellulare vibra sul comodino.
Lo vedi che tutto va nel verso giusto?
Questa storia di Roma ci sta sfuggendo di mano. Sospiro. Arriva una seconda notifica, risponde alla mia provocazione goliardica.
Ahaha. Sì, direi di sì. C’è poco da dire.
C’è poco da dire.
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