Nove
«Ancora che studi?»
Sorrido, alzo la testa nella sua direzione. Negli ultimi giorni è stata un po’ silenziosa, un po’ chiusa in sé stessa, e mi fa piacere che cerchi di nuovo un confronto.
«Sempre quell’esame di cui ti ho parlato» le ricordo. La diciannovenne tira una sedia dal tavolo, getta un’occhiata ai compiti delle vacanze di Mattia. Lui le sorride, torna al suo tema estivo.
Mi fa un cenno strano, che non capisco. Indica il balcone con il mento. Aggrotto la fronte.
«Dobbiamo parlare» mi dice, quando siamo fuori.
«Di cosa?»
«Ma come di cosa? Di Gabriele!» Sono appena tornata dal parco, sono accaldata di sole e senza energie. È domenica pomeriggio, sono cotta. Non mi va di mettermi a pensare a cose che non esistono. «Si è fatto sentire?»
«Oddio, ancora! Negli ultimi dieci giorni non c’è stato un solo giorno in cui non ci siamo sentiti. Sta’ calma, ti prego. Ci stiamo ancora solo conoscendo.»
«Sì, ma si dà il caso che le persone debbano anche guardarsi negli occhi, a un certo punto, non credi?»
Alzo gli occhi al cielo. «Sono d’accordo. Ma in questo momento è a Roma, dalla sua famiglia, ed è una cosa meravigliosa. Vorrei che tu lo capissi.»
«Lo capisco. È bello, infatti.»
«E allora?»
La vedo deglutire. «Ho un brutto presentimento.»
Sbuffo, le braccia serrate sul petto. «Senti, stanno arrivando gli zii da Lavinio, mh? Godiamoci il pomeriggio, facciamo due chiacchiere. E poi, più tardi, ci pensiamo, ok?»
Il pomeriggio trascorre veloce, e la sera cala sul quartiere. Ci ritroviamo di nuovo in balcone, io e lei, lei e io. Una brezza leggera smuove gli alberi.
«Che ti ha detto?»
«Mi ha chiesto dell’esame» racconto, divertita. «Avete tutti un debole per quest’esame, a quanto pare.»
Aggrotta la fronte. Risponde piccata. «Mi interessa sapere come sarò da grande e cosa studierò. Scusa tanto.»
Ignoro la sua provocazione. Quando ricevo il suo audio, lei scatta dalla poltrona.
«Ah, però, interessante come esame però, no? Io mi sono riposato, sono stato con i miei, che non li vedevo da un po’. Ho mangiato con loro. E stasera, non so, vorrei andare a fare un giro con qualche amico, ma non lo so…» Sembra improvvisamente serio. «Perché mi è uscito il dente del giudizio, credo mi stia uscendo, e quindi è problematica questa cosa. È un problema.»
Rido sul finale, il modo in cui lo dice mi diverte. Questa è la quotidianità che mi aspetto da una relazione. Sono fuori, ti penso. Mi fa male un dente, te lo racconto. Poco romantico, molto poetico. Un giorno potremmo essere le stesse persone che dicono: ho un attacco di colite. Anche questo è amore.
Flavia mi sta guardando. Ricambio la sua occhiata un po’ turbata.
«Lo so che a te sembra noioso, ma a me piace» mi giustifico. «È questo che desidero: non fuochi d’artificio, ma una persona umana, in carne e ossa, con i suoi dolori, le sue paure e le sue debolezze.»
«Sì, eh?» È imbronciata, non capisco perché.
«Sì. Vedi? Io gli ho detto che studiare con questo caldo mi fa passare la voglia di laurearmi, per esempio» rido.
Il cellulare vibra dopo un po’. «Eh, lo so, studiare a luglio con questo caldo penso non sia per niente piacevole. Eh, lascia perdere, ‘sto dente… Era uscito tempo fa, quando stavo facendo un corso, sempre con l’azienda, e non potevo toglierlo. Poi era passato. Ora sta riuscendo. Quindi non lo so, penso che dopo Ponza me lo leverò.»
Sorrido. Gli inciampi della vita. Ma il suo malumore mi disorienta, attira la mia attenzione. La guardo bene: ha gli occhi lucidi.
«Che succede?»
Stringe la mascella. «Niente.»
Poso il cellulare, mi sporgo sulla sedia. «Oh, che ti prende?»
Alza la testa, ricaccia indietro le lacrime.
«Ponza» ripete. Non capisco. Giuro, questa volta non ho la minima idea di dove voglia andare a parare. «Ponza, Fla’.»
«Eh. E quindi? Lo ha detto, che spesso viaggia con gli amici. Il suo feed è pieno di foto di vacanze. E allora? È una cosa bella, un uomo che viaggia, che è indipendente, che sa quello che vuole e ciò che non gli piace…»
Adesso singhiozza. Non so che cosa fare. Le sfioro un braccio.
«È come Amsterdam.»
Oh, Dio. No. No. Nonononono.
«No…» tento.
«Sì. È come Amsterdam.» Adesso i singulti la scuotono.
«Non è come Amsterdam» incalzo. Ora capisco: lo ha appena vissuto. È una memoria fresca per lei, ma per me no. Era una storia diversa, una questione diversa. «Amsterdam era diverso. Lui era diverso. Stavamo insieme da mesi, non era una conoscenza di pochi giorni. Non ci aveva presentate a nessuno dei suoi amici, di Gabriele non sappiamo ancora molto, come è giusto che sia. Capisci la differenza?»
«E allora perché… perché non ci ha dato un’altra data?» Aggrotto la fronte. Lei insiste: «Ha detto che avrebbe controllato i turni, che tornato da Roma… e ora… e ora Ponza, e poi il dente…»
«Aspetta…»
«Te lo ricordi che cosa ci ha detto all’inizio, su Latch? Che il suo lavoro è impegnativo, ma che gli lascia tanto tempo libero. Perché non ha ancora trovato un momento per noi, allora?»
Il cuore salta un battito. Pensavo di aver dimenticato tutto questo: come ci si sente a stare nella zona grigia, quel luogo senza tempo né spazio in cui si resta sospesi ad aspettare qualcosa, senza avere la certezza matematica che possa arrivare.
«Ci ha lasciate in sospeso, Fla’.»
«È solo una data, stiamo parlando di un programma senza impegno… con il Consulente era diverso. Lui è partito senza dirmelo, non mi ha neanche invitata.»
«Avrebbe potuto farlo.»
«Lo so» mormoro. «Ma non voleva farlo.»
Adesso mi guarda fisso negli occhi. Ha le pupille come pozzanghere, tumide e infradiciate. «E chi ci dice che per Gabriele non sia lo stesso?»
Non voglio ascoltare una parola di più. «No. Dobbiamo aspettare. Vediamo che fa, come si comporta, prima. Poi decidiamo.»
Si prende le gambe fra le braccia, piange senza contegno.
Trascorre la notte così, su un angolo del materasso, e non mi lascia chiudere occhio.
Il mattino successivo non parla neanche. Prende una fetta biscottata, va a mangiarla in balcone. Mattia mi guarda come a dire: che le prende? Credo che per lui sia facile fino a un certo punto coabitare con lei: è letteralmente sua madre da giovane.
Mi sporgo oltre il terrazzo per salutarla prima di andare via.
«Devi dirglielo» borbotta, senza voltarsi né guardarmi. «Digli che stai iniziando a provare qualcosa per lui. Strappa il cerotto.»
Non le dico che penso sia presto, che non sia giusto, che a lui potrebbe sembrare una ripicca. Che tempismo di merda, voglio dire. La prima persona equilibrata che incontro, che mi piace, a cui piaccio, ed ecco che i traumi che pensavo di aver ormai superato ritornano a galla tutti assieme. Ma che sfiga assurda.
Niente e nessuno ti può veramente preparare al momento in cui incontri una persona sana dopo relazioni discutibili. È atroce. E terrificante.
La fermata del bus è vuota a quest’ora, è ancora presto. C’è una ragazza sulla panchina, ha una valigia accanto a sé. È impegnata al cellulare e neanche mi vede. C’è un uomo che fuma sotto la pensilina. Il sole è a metà della calotta, già tiepido. Mi riscalda una porzione di viso.
Tiro fuori il cellulare. L’ultimo messaggio che gli ho inviato risale a stanotte.
Figo. Emoji.
Lo penso davvero. È proprio una figata. Eppure continuo a pensare alle parole dell’adolescente che tre mesi fa mi è piombata in casa all’improvviso: e se ci stesse solo mettendo in pausa? E se non avesse proprio più intenzione di vederci e cercasse il modo di uscirsene senza dirlo apertamente? E se ci stessimo illudendo di nuovo? Hai idea di quanto cazzo farà male questa volta, sì?
Ingoio un boccone di saliva dolorosissimo. Mamma mia, che palle. Non so se lo voglio fare. Ma non era meglio continuare a vivere in quella gabbia d’oro? Ci stavo così bene, dopotutto.
Ma il cellulare lo prendo comunque. Premo il microfono, lo trascino fino al lucchetto.
«Buongiorno… Sai cosa mi stava venendo in mente? Ho pensato: stamattina sicuramente Gabriele mi scrive “ma tu dormi sempre così poco? Eh? Ti svegli sempre a quest’ora?”. Però… poi in realtà stanotte poi mi sono resa conto che avevo una scusa per restare sveglia. E la scusa era che stavo pensando al fatto che… non lo so, mi sento… non so neanche come dirlo per non sembrare, non lo so, troppo emotivamente coinvolta? Però mi sono resa conto che mi fa piacere leggere il tuo nome sullo schermo, che in un certo senso a volte mi trovo a pensare “chissà che sta facendo”, “chissà a che sta pensando”, “chissà… chissà che fa”, “chissà che cosa gli piace, che cosa non gli piace…”. E questa cosa un po’ mi ha spaventata, perché ho detto: non so neanche se siamo sulla stessa lunghezza d’onda in questo momento. Perché, non lo so…Oddio, non so come dirtelo. Cioè, nel senso, ho un po’ timore di starmi affezionando a questa cosa. Magari è anche prematuro dirlo, non lo so. Però io sono così. Cioè, meglio strappare il cerotto adesso che restare impantanati in una cosa che poi non si muove, e quindi non lo so… Il mio timore è essere un po’ troppo coinvolta con il potenziale di questa cosa e avere paura, allo stesso tempo, che per te possa non essere ancora la stessa cosa, com’è giusto che sia. Voglio dire, io non sono nessuno per obbligarti a fare cose, però mi sono resa conto che, non lo so, sarei disposta a prendere il primo treno per venirti a vedere, cioè, solo per passare dieci minuti in tua compagnia. Per capire le piccolezze, le sfaccettature, il modo in cui mi guardi, il modo in cui cammini, non lo so… sentire… scoprire che profumo indossi. E… non lo so. Non mi sembra che, almeno per adesso, siamo sulla stessa lunghezza d’onda, perché non è ancora arrivata l’occasione per vederci, quindi… Io ho capito che hai una vita impegnativa, una vita piena. Giustamente hai le tue cose. Però ce le ho anche io. Parecchie. Eppure ho pensato lo stesso di, non lo so, lasciare Mattia da mia madre per venire a vederti, non lo so… Quindi vorrei chiarire questa cosa. Se per te non è lo stesso guarda che questa cosa può anche finire qua. Però io, te l’ho detto, non voglio negoziare con questa cosa. Voglio… la favola. Per me la favola è che anche per dieci minuti ti voglio vedere, prendo la macchina, prendo il treno, l’aereo, quel che cazzo sia, anche la mongolfiera se necessario… anche se non so dove porterà questa cosa, anche se sto camminando sul ciglio del burrone, però… sentivo di dovertela dire questa cosa. Quindi, se per te non è lo stesso, è stato bello, insomma, parlare in questi giorni. Non ti fare alcun problema. Però non mi sembra giusto restare bloccata in questa cosa, capito? Cioè, voglio qualcuno che faccia le stesse follie che io farei per qualcun altro. Quindi… non lo so. Vabbè, poi ne parliamo di questa cosa.»
Per il resto della mattina il mio cellulare resta sul banco, lo schermo coperto. Non voglio sapere. So già come andrà a finire. Lo schianto è vicino. Gli ho aperto la porta, ora può attraversarla liberamente.
***
La sua risposta arriva sulla strada verso casa. Infilo le cuffie e ascolto, ma non subito. Attendo qualche minuto.
«Buongiorno. No, vabbè, ma non c’è niente di male in quello che hai detto. Anzi, sono cose belle che poi, cioè, penso anche io. Quindi. L’unica cosa è che ci ha fermato è stato il problema… il fatto che non ci siamo potuti vedere subito per alcuni motivi. Però il modo c’è. Te l’ho detto, a me piacerebbe vederti, conoscerti, tutto quanto. Ti ripeto: non c’è nulla di male in quello che hai detto, e spero che ci sarà occasione di farlo, ecco. Purtroppo abbiamo beccato l’estate, che magari si parte, tra una cosa e l’altra, però non penso che sia un problema così grande.»
Flavia diciannovenne è una maschera di imperturbabilità. Non dice nulla, neanche: te lo avevo detto.
«La zona grigia» mormora dopo un po’, «da cui non sei riuscita a uscire, quella che ci ha viste impantanate per mesi e soffrire come cani in attesa di essere scelte.»
Non vuole neanche sapere cosa gli rispondo. In realtà, cambio idea un paio di volte.
La mia versione adulta scrive: Grazie per la sincerità, mi ha fatto piacere potermi aprire senza che la prendessi male insomma.
Il che è vero. È un sollievo, sapere che dall’altra parte non c’è qualcuno che dice: dopo dieci giorni, mamma c’accollo.
E ancora: Le vacanze non sono mica un problema, ma va, è solo che anche io penso che vederci di persona ci aiuterebbe a capire tante cose che qui in chat è difficile cogliere. Quindi goditi Ponza, risolvi il dente e poi organizziamo questo gelato.
È il mio non-negotiable. Ho paura di ciò che non posso prevedere, è questa la verità. Che lui lo sappia subito potrebbe renderci la vita un po’ più facile, credo.
Ma quando resto sola con me stessa, non appena lo schermo torna a scurirsi, un macigno mi preme sul petto. No. Non è quello che voglio.
Io voglio qualcuno che mi dica: visto che domani parto, stasera vengo a darti un bacio.
Anche se è prematuro, se è presto, se non sappiamo ancora moltissime cose l’uno dell’altra. Ma io ho immaginato così tante volte il momento in cui lo avrei visto, che mi manca. Mi manca l’idea di qualcosa che non ho neanche avuto.
«Hai persino pensato di comprare due braccialetti rossi della fortuna, e dargliene uno che ricordasse il filo rosso che vi unisce» infierisce, dietro di me, la mia diciannovenne arrabbiata. «E lo sai perché non li hai ancora presi?»
Scuoto la testa. Non ho voglia di mettermi a discutere con lei.
«Perché in fondo tu lo sapevi, che questo incontro non sarebbe mai avvenuto. Lo sapevi che era troppo bello per essere vero!» ora grida, ma non cerco di zittirla. Che strilli pure, se ne sente la necessità. Sono stanca di provare a soffocarla, è impossibile. «Per questo hai detto: li compro prima di incontrarci!»
Sospiro. Per la prima volta in tre mesi, vorrei che se ne andasse. Che sparisse dalla mia vista.
Ma la me ragazza, quella che è ancora da qualche parte dentro di me, si lascia soggiogare.
«Diciamo che questa zona grigia del “poi vediamo”, “l’estate…” a me non… io non la vivo bene. Non mi piace nelle relazioni, neanche all’inizio, pensare questa cosa del “poi vediamo”. Poi fondamentalmente penso che non ci sia niente di male ma credo che non siamo allineati su questo. Cioè, vorrei costruire fin da subito qualcosa con qualcuno. Non partire da “poi ci vediamo”. Ovviamente ci sono stati dei problemi che erano giustificati, però poi a lungo andare “poi vediamo”, “dopo le vacanze”, “poi l’estate”, e poi vediamo… Per ora non è quello che sto cercando. Quindi spero che per te vada bene, però non mi piace aspettare che qualcuno mi scelga. Insomma, io preferirei quella cosa romantica, da film, di qualcuno che fa di tutto per vedere… forse, sai che ti dico? Forse anche dieci minuti. Però non credo che sia quello che noi… non penso che stiamo andando nella stessa direzione, semplicemente. Però mi ha fatto tanto piacere conoscerti, ecco.»
Quando smetto di parlare, lei mi fissa attonita.
Non succedeva da tempo, questo credo che lo abbia intuito anche lei. Lo noto dal fatto che trattiene il fiato, mi guarda asciugare in fretta le lacrime prima ancora che possano solcarmi le guance.
Il telefono vibra ripetutamente.
No che non la prendo male, ti capisco.
Certo, ma l’avremmo già fatto. Il problema è che non ci siamo potuti vedere, ma non vuol dire che a me non vada.
Va bene, su questo ovviamente rispetto la tua scelta.
Se pensi che non siamo allineati mi dispiace, ma lo rispetto.
Sembra fuori di sé, afferra il mio cellulare, me lo passa con foga.
«Rispondigli! Rimangiati tutto! Ma sei impazzita?!»
Digito adagio: Anche a me dispiace… È che sto cercando qualcuno che quando sente nascere qualcosa dice “troviamo subito il modo” e non “troveremo il momento giusto”, che è una piccola sfumatura ma per me fa tutta la differenza.
Ciò non toglie che sei proprio una bella persona, e ti auguro di trovare la donna giusta per te.
Io non credo di esserlo, vorrei aggiungere. Non lo faccio. Vorrei davvero esserlo, davvero. Ma qualcosa dentro di me è rotto, impossibile da sistemare. Ho paura, sono terrorizzata. Di lasciarmi avvicinare, di guardarlo allontanarsi. Di non sentire mai più il suono della sua voce, di non scoprire mai il modo in cui mi guarda. Ma non voglio che lui si trovi a dover sistemare ciò che qualcun altro ha distrutto.
Vibrazione. Ma troveremo il momento era per dire che appena torno il modo lo avremo trovato. Però capisco anche quello che dici tu.
Penso lo stesso di te. E troverai sicuramente la persona che ti farà vivere la favola che meriti.
Mi mordo un labbro, pizzica. Take care, e al prossimo compleanno esprimi un desiderio anche per me.
Tre puntini. E tu per me.
A questo punto non riesco più a fermarmi: Una parte di me, quella un po’ irrazionale, sentirà sempre la tua mancanza, lo sai?
La sua risposta arriva immediatamente. Io un po’ di fiducia la terrò sempre, sul fatto che ci vedremo.
Da capo a dodici, dunque.
Se il destino ci metterà lo zampino, sul serio stavolta.
Lo spero tanto.
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