Sette
Che ci facevi sveglia alle due di notte?
Party hard col pigiamino. Ahaha. Niente, una piccola parentesi di insonnia.
Soffri d’insonnia all’età tua?
Sono alla fermata del bus, come al solito. Sorrido. Gli rispondo con un audio: «Ma no, non è che si tratta proprio di insonnia. È che sotto questa corazza da dura ragazza cattiva si nasconde un fascio d’ansia e di nervi. No, sto scherzando. Quando devo fare qualcosa ci devo pensare, e pensare, e pensare. Stamattina iniziano gli orali e quindi ci dovevo pensare, e pensare, e pensare.» Ridacchio. «E niente, poi mi sono riaddormentata.»
«Ah, quindi hai una corazza dura davanti? Vabbè, ma sicuramente stavi un po’ in ansia per il primo giorno d’esami. Poi fammi sapere come vanno, eh!»
***
Il prof Buono ride dietro al suo caffè, mi guarda come si guarderebbe un puzzle a cui manca un pezzo. Ha l’età di mio padre, una figlia mia coetanea, e spesso e volentieri si dimentica di non essere lui l’uomo che mi ha messo al mondo.
«E quindi?»
Sistemo le scartoffie nella cartellina. «Quindi… non lo so. Dobbiamo trovare il modo di convincere il Presidente a finire prima. Dobbiamo ridurre all’osso questi orali il più possibile.»
«Devi fare qualcosa?» Ghigna dietro ai suoi occhiali da vista.
Mi do un’occhiata intorno, guardinga. «Devo tornare a un orario decente. Ho bisogno di cambiarmi, rifarmi il trucco, lasciare Mattia con mia madre…»
Adesso aggrotta la fronte, e il ghigno diventa una risatina divertita. «Hai un appuntamento?»
L’ammissione scivola come acqua. «Sì.»
«Lo sapevo!» gracchia. «Ti vedevo fare sempre cici-cici con quel telefonino.»
Mi passo una mano sulla nuca. Sedici gradi in questa maledetta aula, ma avvampo. «Vieni» bofonchio. «Parliamone nel mio ufficio.»
Il mio ufficio è il balconcino dell’aula, affaccia sul cortile della scuola. Fa caldo, l’aria è cupa e frizzante, ma non sembra minacciare pioggia.
«Ho bisogno di un pollice in su.»
Annuisce, serio. «Lo sai che il tuo papà putativo c’è sempre.»
Che privilegio dev’essere, mi dico, avere un padre così.
Gli spiego la storia per sommi capi. «Ah, però» ammette. «Sembra uno apposto.»
Annuisco. «E domani ci vediamo.»
«Dove andate?»
«Viene in città. Ho pensato di fargli da Cicerone, non ci è mai stato.» Scrollo le spalle. «Magari ci prendiamo un gelato, non so.»
«Ci penso io. Stai in mano mia. Ci parlo io col Presidente.» Mi sorride, visibilmente intenerito. «Ti piace, eh?»
Sorrido. «Non lo so se mi piace, non ci siamo ancora visti.»
«Eh, ma dalle foto ti piace.»
«Dalle foto sì.» Rido, devio il suo sguardo, mi gratto il mento. «Dalla voce, pure.»
Ora ride di gusto, getta indietro la testa. «È normale, le cose belle iniziano così.»
«E quindi, professor Buono, ho davvero bisogno di convocare una riunione plenaria straordinaria della commissione d’esame.»
«Va bene!» Batte i palmi, teatrale. «Ordine del giorno?»
Spingo il balconcino ad aprirsi, faccio per rientrare. «Devo vedermi con il Simpatico Romano.»
Emette una risata gutturale. «Gabriele, no?»
Annuisco. «Gabriele.»
«Chi è questo Gabriele? Uno dei candidati di oggi?» tuona il Presidente, la cartella sottobraccio, entrando in aula. Arrossisco. Ho una vera e propria venerazione per quest’uomo, per il suo cervello, per la vastità della sua cultura. Non voglio che mi veda sotto questa luce, nelle vesti cialtrone di una scolaretta alla prima cotta. Ho una reputazione da difendere.
Buono mi scocca un’occhiata, vorrei ridere e sparire nello stesso istante. Svio.
Mentre firmiamo i verbali di oggi, mi sussurra: «Ma, quindi, lui com’è?»
Gli lancio uno sguardo da: come vuoi che sia? «Bello, ovviamente.»
Il collega al mio fianco sputa una risata rumorosa che tenta invano di nascondere in una spalla. «Professoressa, mi meraviglio di te! Tentata come noi comuni mortali, mh?»
«Dove lavora?» insiste Buono. Glielo dico. Naturalmente persevera: vuole sapere quanto è alto, se è single, se proviene da una buona famiglia, se ha precedenti in galera, se ha fatto il richiamo dell’antitetanica.
«Il codice fiscale glielo chiedo più tardi» rilancio.
Il Presidente ci coglie impreparati. Non alza neanche gli occhi dal pc, indica con una biro il banco al centro della stanza, quello sistemato apposta per i candidati.
«Non si preoccupi professoressa. Lo porti qui domani. Ci pensiamo noi a fargli un bell’esame.»
Rettifico: avevo una reputazione da difendere.
***
Mentre aspetto il bus del ritorno, mi rendo conto che raccontargli della mia giornata è facile. Vorrei dirgli di tutte le baggianate che scambio con i ragazzi, degli scivoloni, delle piccolezze che mi hanno fatto ridere, per capire se divertirebbero anche lui allo stesso modo. Ma non gli dico tutto, perché non vorrei annoiarlo.
«Anche domani dovresti finire per l’ora di pranzo?» mi chiede invece.
Gli dico che potremmo vederci nel pomeriggio.
«Dove vuoi che ci vediamo? Ci possiamo organizzare. Forse a cena ho un impegno lavorativo e… quindi tu finisci all’una? Dove vuoi che ci vediamo, intanto?» Ride. «Beh, in effetti forse all’una fa abbastanza caldo.»
«No, infatti, moriremmo di caldo. E io non posso morire, ho un sacco di cose da fare. In realtà non ho organizzato nulla come primo appuntamento. Diciamo che non sono ferrata in queste cose. Avevo pensato a una passeggiata, un giro in centro, anche perché qui non c’è nulla, poi vedrai. Nulla, nulla. Zero.» Schiocco la lingua. «A maggior ragione, se devi andare via per cena direi che il pomeriggio è ottimo. Ti mando la posizione per il centro. Ci facciamo un giro, andiamo a prenderci un gelato. Insomma, poi, è ovvio, se ci saranno altri appuntamenti, Simpatico Romano, vedremo di fare qualcosa di più divertente. Ora, visti i tempi un po’ ristretti, secondo me va bene così. Che dici?»
Dio, mi sento una cretina. Era il caso di sottolineare “primo appuntamento”? Mi pento di aver registrato quest’audio nel momento esatto in cui lo mando, ma ormai è tardi.
Ma lui mi rincuora, perentorio. «Se vuoi ti raggiungo a scuola, o direttamente in città.» Poi potrei giurare di sentirlo sorridere. «Il gelato si può fare, con questo caldo. E… perché non sei abituata a organizzare uscite?»
«Diciamo che sono brava su molte cose, ma su questo proprio no. Sono molto brava a organizzare riunione plenarie, consigli di classe…» rido, «ma quando si tratta di cose romantiche… proprio zero.»
«Ma scusa, non avevi detto di essere quella romantica? Eh?» Ora ride chiaramente. «E ora? Mi dici il contrario?»
«No, attenzione, io sono molto romantica. Amo le cose romantiche, ma non è detto che le sappia fare. Diciamo che non ho ancora trovato la persona giusta con cui rendermi vulnerabile al cento per cento. Ok? Ti piace questa descrizione?» Rido sul finale.
«Sì, questa descrizione mi piace.» Ride a sua volta. «Diciamo che uno si apre solo se davanti ha la persona giusta. Comunque ok, fammi vedere un po’ dov’è questo posto.»
Il suo tono dolce e fintamente canzonatorio mi mette all’angolo. Vorrei aprire un varco sotto ai miei piedi e sotterrarmici. Vorrei smettere di sorridere. Smettere di contare le ore che ci separano. Gli mando la posizione. Ah, merda.
***
«Ti sei svegliata mille volte stanotte.» Non è una domanda, è un’affermazione laconica. La diciannovenne mi guarda, ha gli occhi gonfi dal sonno, i capelli arruffati. «Che succede?»
Infilo le mie cose nello zaino. «Niente. Sto andando al lavoro.»
«Questo lo vedo» borbotta. «Gabriele?»
«Non so» bofonchio, «non l’ho ancora sentito stamattina.»
Evito il suo sguardo, lo sento bucarmi le meningi. So cosa vorrebbe dirmi, io non so cosa risponderle. Un te lo avevo detto di non affezionarti all’idea suonerebbe troppo autoritario, temo.
«Ieri sera avete parlato fino a tardi, no?» Soffia dal naso, si massaggia un braccio. «Ti ha chiesto tutte quelle cose su… sulla tua situazione con Mattia…»
«In effetti il discorso l’ho aperto io, facendo quella battuta “sposerò il mio migliore amico ma in regime di separazione dei beni”.»
Ridacchia, ma sembra seria. «Che cavolata, questa cosa qui.»
«È pragmatica, non si sa mai nella vita. E poi lui è d’accordo con me, quindi…» Le sorrido. Ricambia il sorriso a metà, in piedi nel bel mezzo della cucina.
«E poi ha fatto bene» taglio corto. «Come ha detto anche lui, vista la situazione si fanno domande, si cerca di capire…»
Le sue parole sono state rassicuranti: «Non si sa mai in che situazione si trova una persona, quindi… va bene, ed è giusto. Uno fa delle scelte. Anche io, te l’ho detto, non mi sono mai accontentato in vita mia. Piuttosto che accontentarmi preferisco stare da solo. Quindi o trovo una persona che mi dà quel qualcosa in più… capito? Oppure no.»
Alla fine del vocale lei sembra preoccupata. «Pensi di avergli fatto capire per bene la situazione, no? Cioè, sei stata chiara o ti sei persa in discorsi come al solito?»
Onestamente, non ricordo. «Gli ho detto che ne avremmo parlato nel dettaglio, della mia epopea sentimentale.»
«Giusto per terrorizzarlo un po’.»
«Il grosso è stato detto, fidati. Sono sola perché non volevo accontentarmi, e tenermi le corna. E perché voglio incontrare l’amore della mia vita, e in questo il mio ex mi avrebbe solo ostacolata.»
Legge tra le righe, non insiste. Mi segue con lo sguardo prendere le chiavi e avviarmi verso il portone. Mi lascia uscire senza rimbrottarmi. Che fortuna.
***
Raggiungo scuola sotto una coltre di nuvole pesanti che aumentano la mia percezione di disagio. Ho la testa che pulsa, colpa dell’aria condizionata.
Guardo Buono, che in commissione occupa il posto di fronte al mio. Gli mimo: ho fretta. Lui sorride, mormora: lo so, lo so.
Ma qualcosa oggi non funziona bene. Ho una strana sensazione. Il cellulare tace da questa mattina. È appoggiato davanti a me sul banco, fra le griglie di valutazione e un bicchiere d’acqua lasciato a metà.
Poi, a dieci minuti alle dieci, mi scrive: Buongiorno, hai iniziato gli esami?
Gli rispondo non appena mi libero, il caffè bollente mi scotta un labbro. Una fitta mi trapassa la testa. Digito: sono in pausa caffè. Ahaha.
Alla fine il messaggio arriva, poco prima dell’ultimo candidato.
Ti devo dare una brutta notizia. Mi hanno chiamato a lavoro per fare uno straordinario oggi e sono dovuto andare. Stacco alle sei. Mi rode troppo, ma purtroppo non potevo declinare.
Eccola qua, la fine dei giochi. L’abbiamo aspettata così tanto che alla fine è arrivata. Vorrei dire alla diciannovenne: hai visto? Che ti avevo detto? L’euforia è una pessima consigliera.
L’ultimo candidato ci stringe la mano, si riappropria del suo documento e lascia l’aula. Prendo il cellulare, scrivo solo: ah, cavolo, che peccato. Perché lo penso davvero. Ma non ho voglia di dire altro, perché non so proprio cosa significano queste emozioni tutte ingarbugliate.
Sta dicendo la verità? È solo una bugia? E chi può saperlo.
Alzo gli occhi, Buono mi scruta attento. Aggrotta la fronte. Siamo tutti in piedi, aspettiamo che il Presidente torni per lasciare l’aula.
Mi fa segno: va tutto bene?
Scuoto la testa. Oddio, mi viene da piangere. Cazzo. Taglio corto, gli faccio segno: ci vediamo domani. E lascio l’aula.
All’esterno l’aria è rovente, appiccicosa. Afa senza sole.
Procedo fino alla fermata del bus. Ma che scema, mi dico. Ci sei cascata di nuovo. Hai di nuovo diciannove anni, nel bel mezzo dell’androne del palazzo, e aspetti qualcuno che non arriva. Che cretina, davvero. Stupida, stupida!
Il telefono mi vibra in tasca: Sì, ti giuro, oggi era il mio giorno di relax con una ragazza simpatica.
Non ho elementi a sufficienza per giungere a una conclusione. Potrebbe stare prendendomi in giro, potrebbe essere stata davvero una casualità. Il gatto di Schrödinger, sempre lui.
Mi mordo un labbro. Sbuffo. Il cellulare vibra di nuovo.
Però recuperiamo, eh.
Una magra consolazione. Però non mi va di prendermela con lui. Quante volte sono tornata tardi da lavoro, facendo saltare tutti i piani? Quante volte sono rimasta bloccata in università più tempo del previsto? Quante volte sono stata chiamata per riunioni improvvise?
Così scrivo: L’Universo a ‘sto giro ha toppato. Questa è la sola cosa che penso davvero, per quanto sciocca possa sembrare.
Mi risponde durante il tragitto verso casa: Sì, confermo, non me lo aspettavo proprio, poi.
Mi dico di non restarci male. Guardiamo la faccenda assumendo che si tratti della verità. Non lo conosciamo abbastanza da capire se è uno che mente su tutto, o uno che non indora mai la pillola.
Al prossimo giorno libero?
Vibrazione. Il cuore salta un battito. Sì, per forza. Ormai i due nati lo stesso giorno come fanno a non vedersi?
Sorrido, ma mi viene ancora da piangere. Che vergogna. Una cosa così non me la sarei proprio aspettata. Che necessità c’è di aprire i rubinetti proprio ora?
Decido di giocarmi il tutto per tutto: Lo so. Mi è dispiaciuto un po’ (tanto) però so che non è mica colpa tua.
Una parte di me si dice: non rendergli la vita ancora più complicata. Metti che ti chiamano da lavoro, ti cambiano un’intera giornata… a te piacerebbe se venissero a farti anche la morale? Certo che no.
Passo il dito sul suo messaggio, rispondo: Ti immagini dover condividere la torta di compleanno?
Non so neanche perché glielo dico, mi esce spontaneo. Non dovrei né essere felice, né pensare a queste cavolate.
Scendo alla fermata e trovo la sua risposta. Anche a me, credimi. Te l’ho detto, non me lo aspettavo proprio. Sospiro. Poco dopo arriva un altro messaggio, che risponde a quello della torta di compleanno: questo sarebbe strano ma bello, no?
Sorrido appena. Digito: Sono certa che troverai un modo molto dolce per farti perdonare, a cui risponde con un inequivocabile: assolutamente sì.
Mi tocco una tempia. Io non lo so se sto facendo la cosa giusta. E se stessi ricadendo nei vecchi schemi? Se mi stessi infilando in questa zona d’attesa da cui so già che uscirò martoriata?
«Ha detto che festeggiare con una torta e le vostre candeline assieme sarebbe strano ma bello?» domanda la diciannovenne quando rientro a casa. Dovrebbe rivedere le sue priorità. Voglio dire, ci hanno appena tirato bidone. «E tu che cosa gli hai risposto?»
Le porgo il cellulare. Sa tanto di filo rosso che tira questa cosa qui.
Filo rosso, cioè?
«Mi stai dicendo che non conosce la teoria del filo rosso?» borbotta, impassibile. «Che tonto.»
Le tolgo il cellulare. Digito: Mai sentito parlare della teoria del filo rosso? Fuori diluvia. Alla fine il temporale è arrivato, orrido e prepotente. Non perdo occasione per farglielo sapere.
Anche qui diluvia. Dici che l’Universo ha voluto proteggerci?
E poi: No, spiegami un po’ questa faccenda del filo rosso.
Lo faccio, per sommi capi. Gli dico che secondo una leggenda orientale le persone nascono con un filo rosso invisibile che li lega alla propria anima gemella, o qualcuno che sarà particolarmente importante nel corso della vita. E che si dice che volte si sente che il filo tira nella direzione di questa persona.
«Questa sì che è una cazzata bella e buona» ammetto. «Ecco come ho perso quel poco di dignità che mi restava.»
«Almeno lo hai fatto rendendoti vulnerabile, per una buona volta nella vita. Per amore, Fla’. Te lo ricordi, no, come si ama?»
Sbuffo. Io non voglio essere vulnerabile. Voglio restare intera.
Mi manda un audio quando esce da lavoro, sembra entusiasta all’idea: «Ah, non la sapevo questa filosofia. Bella, però, mi piace! Quindi, scusa, tu dici che per il fatto di essere nati lo stesso giorno magari questo filo tira verso di noi?»
«Questo non lo so» ammetto, sul finire del pomeriggio. «Ti posso dire la teoria, ma la pratica si deve mettere in pratica. Tutto bene a lavoro?»
Poso il cellulare. Lei mi guarda. Vorrebbe dirmi tanto, ma non dice nulla. E io vorrei dire tanto, ma non dico nulla. Nessuna delle due riapre più il discorso.
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