Sei
«E, allora, quando dovreste vedervi?»
«Siamo indecisi tra giovedì e sabato.»
«Come mai?» Mi passa un piatto, lo ripongo nel mobile. C’è ancora il tavolo apparecchiato, qualcuno dovrà pur occuparsene.
«Giovedì è il suo giorno libero, ma noi iniziamo gli orali» le ricordo. «Ciò significa che so quando entro a scuola ma non so quando uscirò. Non vorrei vederlo per poco. Vorrei… insomma, non voglio avere orari fissi.»
Annuisce, interessata. «E sabato?»
«Sabato io sono libera, ma lui ha un doppio turno. In ogni caso sarebbe venuto comunque, ma a me dispiacerebbe fargli fare tutta questa strada fra un turno e l’altro, per poi vederlo pochissimo.»
«E che ti ha detto?»
«Che non c’è alcun problema. Che può anche venire a prendermi a scuola, se mi va.»
Flavia strabuzza gli occhi. Conosco quello sguardo. Sono pronta a farle cambiare idea, a farla desistere, ma forse non voglio, o non riesco. Lei mi risparmia, non dice nulla. Il suo sguardo dice molto più delle parole.
Prendo il cellulare e leggo il messaggio che mi ha lasciato stamattina: Va bene, aggiornami tu in base agli orali, promuovi tutti e via. Digli che ti devi vedere con il simpatico romano.
Flavia ride di gusto. Legge ad alta voce la mia risposta saccente: Va bene, signor Simpatico Romano. Domani convoco un consiglio di classe straordinario.
«Ci ha chiamate di nuovo “bel faccino”?»
«Mh-mh.» Mi sforzo di ricacciare indietro lo stimolo di sorridere come un’ebete. «Gli ho anche detto di smetterla di adularmi, che sono un Ariete. E si sa che con gli Arieti non si sta mai tranquilli.»
Ridacchia. «Però è un Ariete anche lui, no?»
Ripesco la vecchia informazione rimasta in sospeso su Latch. «È vero.»
«Chiedigli che giorno è nato» sbuffa. «Devo insegnarti sempre tutto.»
Il cellulare vibra, la voce roca di Gabriele anticipa la mia domanda. È già diventata un suono familiare.
«E quando sei nata tu, scusa? Mamma mia, due arieti…» Ride sul finale, il cuore salta un battito. Mi acciglio, serro la mascella. No.
Rispondo rapidamente, senza pensarci. La sua risposta accavalla la mia.
Vabbè, addio. Io anche!
Alzo la testa di scatto, Flavia fa lo stesso. «Oddio!» Lo esclamiamo in sincrono.
Non ci credo! Tu menti!
Giuro!
Tre anni precisi ci separano. Neanche un minuto di più. Assurdo pensare che mentre spegneva le candeline sulla torta del suo terzo compleanno, io stavo emettendo il primo vagito di saluto all’umanità.
Sembra sinceramente divertito da tutta questa faccenda. Faccio fatica a crederci, scrive, nati lo stesso giorno.
La cosa mi sta sfuggendo di mano, lo sento. Poso il cellulare. Vibra sul piano. Lo riprendo.
Troppe coincidenze qui. Vanno seguite. Ci deve essere un motivo!
So già che me ne pentirò, ma scrivo: L’Universo sta cercando di dirci qualcosa?
Chi lo sa, forse qualche segnale ce lo sta dando.
In tutta onestà, vorrei non essere così felice in questo momento. Vorrei che la cosa non mi toccasse. Non vorrei tutte queste coincidenze, questi segnali, queste peculiarità. Vorrei tornare a una settimana fa, quando non sapevo assolutamente nulla della sua esistenza.
«Fla’» mi dice, seria. Mi prende le spalle, punta gli occhi nei miei. «Tu ti rendi conto, vero?»
«No.»
«Sì. Siete nati lo stesso giorno» sottolinea, il tono grave. «È un segno.»
Scuoto la testa con forza. «Non è un segno.»
«Hai letteralmente chiesto all’Universo di mandarti il grande amore della tua vita.»
«Ma cosa c’entra?»
«Pensaci! Pensa al tempismo! Scarichi un’app perché sei stanca di uomini vuoti, perché hai voglia di innamorarti. Lo vedi, ti piace, ma non fai nulla. Lui ti mette like, fate match. Lui ti scrive, tocca tutte le tue corde. Parla la tua lingua, ti fa sentire vista per ciò che sei, non per la tua bellezza. Ti chiede di continuare a parlare, si impegna per vederti, ti dice che ti viene a prendere a scuola… a scuola, Fla’! Il sogno che abbiamo da sempre! Ma ti rendi conto? Sono piombata qui dicendoti: vorrei che venisse a prendermi dopo la maturità. Lui vuole farlo! Non era il Consulente l’amore della nostra vita, è chiaro, è lui! È lui, Fla’! Abbiamo trovato il love of my life!»
«Lui non è… non è…»
«Pensaci: una settimana fa eravate due perfetti sconosciuti. Parlate, flirtate senza ritegno, palesemente vi piacete. Oggi scoprite che siete nati lo stesso giorno! Non un giorno prima, non un giorno dopo, lo stesso identico giorno! Ma quante possibilità c’erano?»
«Non ci siamo neanche mai visti…»
«E allora?» strilla. «Vorresti dirmi che ti è mai capitata una cosa normale in tutta la tua vita?»
Mi sfioro una tempia. «Per favore…»
«Io lo so che dentro di te c’è ancora la Flavia sognatrice che eri.»
«Fin troppo» ammetto. Le cose che dice le avevo già intuite. Ero già scappata da esse, le avevo già relegate nel fondo della mente. «Non posso. Non posso illudermi.»
«Perché? Sta andando tutto bene!»
«Bisogna essere preparati allo schianto. Lo sai.»
Fa un passo in avanti. «Quante possibilità c’erano che Mattia nascesse?»
«Non cominciare con questa storia…»
«Lo sai anche tu, quante volte hai rischiato di perderlo. Quante volte ti hanno detto “non sappiamo se ce la farà”. E tu ogni volta hai pianto. Lo sai. Me lo hai raccontato tu, ricordi? Io queste cose non le ho ancora vissute.»
Incasso, abbasso la testa. «È diverso. Si trattava di mio figlio…»
«E quante possibilità c’erano che ti laureassi in tempo, con tutto quello che è successo? Con i problemi di salute di mamma, papà che non ci parla più, la nonna…» Scuoto la testa, lei mi interrompe prima ancora che possa parlare. «Quante possibilità c’erano che trovassi il primo incarico di docenza a quaranta giorni esatti dalla laurea? È da pazzi, Fla’. La gente ci mette anni prima di iniziare ad insegnare. A te sono servite solo cinque settimane.»
«Non…»
«Quante possibilità c’erano che ti capitasse l’incarico di commissario interno agli Esami di Maturità» fa la voce grossa, importante, «al primo anno di insegnamento?»
«Senti…»
«Quante possibilità c’erano che ti facessero Vicepresidente della commissione?»
«Quello è un titolo onorifico senza alcun potere, e lo sai anche tu.»
«Quante possibilità c’erano che fossi proprio tu, il genitore perfetto per Mattia? Lo sai. Con le sue peculiarità, quella curiosità tutta sua… sei l’unica che potrebbe crescerlo. Perché lo conosci. Perché siete uguali.» Mi guarda fisso, non molla la presa neanche per un istante. «Quante possibilità c’erano che rompessi lo stereotipo, mh? La gente come te ha un’etichetta ben precisa. Ragazza madre. Fa schifo, è volgare, e onestamente suona anche male. Ma tu non sei rimasta impantanata nella maternità, non ne hai fatto un’etichetta, non ti sei cibata della tua sfortuna. Perché alla fine, diciamoci la verità, sei stata proprio una sfigata demmerda. Tu cammini a testa alta, studi, e la gente ha paura di te. Lo sai perché? Perché si vede, da fuori, che sei inscalfibile.»
Mi tocco il petto. Mi manca il fiato. Non puoi farmi questo. Non puoi costringermi a tornare quel che ero.
«Lascia che prima lo incontri.»
«Ho letto i suoi messaggi» incalza. «Ha davvero voglia di vederti, Fla’.»
«Vedremo» dico soltanto. Lascio andare lo straccio sul bancone. Merda.
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