Storia · capitolo 6

Cinque

La strada che porta a te di Fabiana



E invece poi succede che lasci andare il controllo. Che, un’ora dopo, lo schermo si illumina all’improvviso.

Avvia una chat con Gabriele

Bastano tre parole e un’emoji.

Ciao Flavia, piacereEmoji.

E un Ciao, piacere mio. Emoji.

Un Insomma, l’hai finita questa magistrale in lingue?

Domande basilari, Tecniche Avanzatissime. Una festa che finisce tardi, lo schermo che illumina la mia camera da letto immersa nell’oscurità. Il caldo, il balcone aperto, la tenda che svolazza con la brezza estiva. Mattia che dorme adagio al mio fianco. Le sue parole, le mie. La sua professione, la mia. La sua città di origine, la mia città di origine. E quella zona franca che ci ospita entrambi da forestieri: il suo lavoro, la mia università. La curiosità, la leggerezza, il non pensarci due volte prima di rispondere. La maturità, i suoi turni.

Hai presente quando pensi “sono proprio dove volevo essere”?

Ho presente benissimo, perché ho provato la stessa cosa. Sono contento per te infatti.

E io per te.

L’equilibrio, la prima voglia di vedersi. Il calcolo della distanza. 

La me diciannovenne salta da tutte le parti quando le mostro la chat, la mattina successiva. 

«Il colpo di scena non è lui» rantola: è senza fiato. «Il colpo di scena sei tu che me lo stai raccontando con questo tono così tranquillo!»

Le sorrido, infilo le ultime cose nello zaino prima di andare al lavoro. «Sta’ calma. Non dobbiamo trasformarlo subito in qualcosa. 

«Che fa?»

«Lavora in aeroporto» lo dico a testa basta, soffocando un sorriso. Lei non se ne accorge. «Lo so cosa stai pensando: quest’anno il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ce l’ha con me.»

«Pensa un po’» bofonchia. «Non è solo il Ministero dell’Istruzione e del Merito a darti filo da torcere.»

La giornata a scuola passa lenta, con il ventilatore che frulla in un angolo della stanza. E con le risate con i colleghi, le correzioni dei compiti, quella sensazione di eccomi, sono io, sono la versione grande che sognavo da una vita.

E poi arriva Gabriele, come un pensiero dapprima debole, nel fondo della testa che rumina. 

«Quindi ti ha scritto ancora?» mi bracca non appena metto piede in casa. 

Le nascondo un sorriso, mi ricompongo alla svelta. «Sì, certo, abbiamo parlato un po’ mentre ero a lavoro.»

«Ti ha raccontato della sua giornata?»

«Beh, sì, ma è il minimo in una conversazione umana, sai. Le massime conversazionali di Grice ti dicono qualcosa?»

Sembra confusa, e irritata. Mi risponde male. «Sei proprio una stupida.»

La seguo in camera. Prima forza la porta, poi mi lascia entrare. 

«Non vuoi sapere lo scoop?» le chiedo, indulgente. 

«Che scoop?»

«Gabriele ha iniziato a seguirmi su Instagram.»

«Davvero?» Si tira su a sedere alla svelta. «E come ha fatto?»

«Non ci crederai. Ha scritto: “Ma hai Instagram? Se ti va parliamo là”.» Ridacchio. «Tecniche Avanzatissime.»

Ora sorride anche lei, il volto imbrunito da un cattivo presagio. «Per favore, vedi di non mandare tutto all’aria stavolta.»

Mi siedo sul letto, crucciata. «Non mi sembra che le altre volte sia stata esattamente colpa mia, se proprio vogliamo cercare qualcuno da imputare.»

Alza gli occhi al cielo, rotola su un fianco, mi dà le spalle.

Quando torna a parlarmi, ore dopo, sembra essere tornata la stessa di sempre.

«Che fai?»

Ho i libri sparsi sul tavolo, segni di biro sulle dita. «Sto studiando.»

«Ancora studi?»

«Sai, la professione dell’insegnante è infima. Triennale, magistrale, corso di abilitazione, nel mezzo qualche anno di servizio per il punteggio… una passeggiata, insomma.»

Mi sorride adagio, tira via una sedia e ci si siede. Guarda Mattia che sta disegnando un fumetto, spiaccicato sul pavimento per combattere il caldo.

«Un esame?»

Annuisco. «Mh-mh.»

«Quando?»

«Il mese prossimo.»

Tamburella le dita sul tavolo, alzo lo sguardo verso di lei. «Che c’è?»

«Niente.»

Ma quella non è un’espressione da niente. Conosco quella faccia. Lei è me. Non so con certezza cosa pensa, ma posso facilmente intuirlo.

«Lo hai sentito?»

Mi sfugge un sorriso. «Certo.»

Il cellulare vibra sul tavolo. Lei lo guarda per prima. «Di che parlate?»

«Di film. Commedie leggere…» Prendo il telefono. Lo sblocco. L’anteprima ci coglie di sorpresa: ma tu hai un figlio, giusto?

«Ecco qua» borbotta, le mani fra i capelli. «Bella merda.»

Metto a tacere il cuore che sussulta. «Sta’ calma.» le dico. Lo penso davvero. «Vediamo prima che succede.»

Si morde un’unghia. «Che gli rispondi?» 

Ci penso un attimo. «Una cosa semplice: yes, il bimbetto che si intravede nelle foto

«Tu lo sai che finisce tutto così, giusto? Era la scusa che gli serviva.»

Stringo la mascella. «Lui sa che ho un figlio. C’è scritto anche su Latch. “Ho figli; voglio dei figli”. Più chiaro di così.»

Provo a tornare alla dispensa, ma il cellulare vibra di nuovo. Mi tocca un braccio, febbricitante.

«Aspetta, fammi leggere.» Mi gratto una guancia. Sì, ho visto. Quanti anni ha?

«Dai, guardiamo il lato positivo… non è un poppante.»

«Appunto. Sta’ tranquilla. E poi nessuno gli sta chiedendo di spingere passeggini.» Digito con calma: 9 anni.

Flavia diciannovenne sbuffa, questa cosa mi irrita un po’. Non stiamo seguendo i Mondiali, stiamo solo rispondendo a un messaggio. 

Vibrazione. Scatta sulla sedia. Ha già preparato l’esercito degli Unni. La valigia, il passaporto, ha già cambiato identità. Lui risponde solo: ammazza è grandicello. Ma quello che lei non nota è che nel frattempo sta avvenendo una conversazione parallela in cui parliamo di film, commedie romantiche melense, sta tirando fuori nomi di attori che piacciono anche a me. Lei sorvola tutto questo.

«Vedi? Ti ha detto che lo hai fatto molto giovane.»

«E non serviva lui per arrivarci» rido. «Questo è un dato di fatto.»

«Senti, si è capito, sta trovando la scusa giusta per smettere di parlare.»

«Beh, può farlo subito, perché si dà il caso che nessuno lo trattiene.»

Flavia si imbroncia, tira fuori tutta la sua immaturità. «Che gli hai risposto?»

«Che ero decisamente giovane» bofonchio, sovrappensiero, mentre rispondo a un altro messaggio. «E pare che parliamo anche la stessa lingua in fatto di film.» 

Il cellulare vibra di nuovo. Si sporge sul tavolo.

«Mamma che ansia però» mi lamento. «Ecco, vedi? La conversazione è totalmente decaduta.»

Le mostro il cellulare: Lo vedi, abbiamo già una cosa in comune, no?

Flavia cambia espressione, ora sorride. Si morde un labbro. E non ha ancora visto niente.

«Mi ha chiesto come sta andando l’esperienza su Latch

«E tu che gli hai detto?»

«La verità: una catastrofe. Che l’ho scaricato per gioco e che mi annoia.»

«E lui?»

Abbasso lo sguardo sullo schermo. Anche io l’ho scaricato così, sono rassegnato ormai. Poi dipende. Tu cosa cerchi?

«Oh, Dio» rantola. «Ti ha appena detto che sta cercando il grande amore.»

Alzo gli occhi al cielo. «Non ha detto esattamente così.»

«E tu?»

Rido, mi prendo un labbro fra i denti. Digito: il grande amore, come tutti. Scherzi a parte, conoscenze al di fuori della solita cerchia. Appuntamenti, romanticherie da film, insomma.

«Ma non è vero! Cioè, stai sminuendo la questione!»

«Ma lui questo non deve saperlo. Non subito, almeno.»

«E se lui stesse cercando quello che cerchi tu?»

Vibrazione. Scherzando si dice la verità. Io ci spero sempre, anche se penso non lo troverò così. Vibrazione. Le cose belle di una relazione, che ormai sembrano aver perso valore.

Flavia scatta in piedi: «Lo vedi!» strilla, senza controllo. «È lui! Digli la verità, diglielo!»

Mi lascio trascinare dal suo entusiasmo. Esatto. Io ho sempre sperato di incontrarlo per caso, che poi ci ripensi e dici “era destino!”.

Si copre la bocca fra le mani, soffoca una risata isterica nei palmi. Mattia alza la testa dai suoi fogli, ridacchia divertito.

Esatto, così sarebbe romantico, però diciamo che la società ci porta anche un po’ a questo.

Digito con calma: Che se lo dici ad alta voce ti guardano anche straniti.

Ma a me non interessa. Io sono comunque romantico.

La conversazione vira sulle città di origine, la famiglia che ogni tanto gli manca. Mi chiede se voglio rimanere qui per tutta la vita. Lei si sganascia dalle risate.

«Diglielo! Digli: “volevo andarmene a Roma ma un deficiente mi ha messa incinta e mi ha abbandonata qua”.»

«Mamma mia» mi lamento. «Che tatto.»

Mi gioco un jolly: la verità edulcorata. Una parte di me vorrebbe restare, una vorrebbe andare via. Il più delle volte vorrei andare via e non tornare, ma questo non glielo dico. Non voglio spaventarlo.

Vibrazione. Magari un giorno conoscerai un simpatico romano e ti trasferirai con lui a Roma.

Oh, Dio, proprio ciò che mi serviva. Flavia scatta in piedi, intona un canto liberatorio. Saltella, mi abbraccia, condiziona anche Mattia. Sembrano impazziti. Mi prendo la testa fra le mani.

«Andiamoci piano» le intimo. «Piano. Una cosa per volta.»

«Digli dell’accento.»

«Che accento?»

«L’accento romano. Diglielo che lo ami.»

Nascondo gli occhi in un palmo. «Mamma mia…»

La sua risposta arriva dopo poco: lo vedi? Possiamo dire che era destino questo.

Flavia strilla, io taccio. Destino.

Tocca le corde giuste. Si parla bene, spesso, la conversazione non trova davvero dei punti morti, non finisce e non ricomincia. Semplicemente, prosegue. Si crea presto un linguaggio condiviso, tutto nostro, fatto di battute e di rilanci. Dobbiamo vederci, su questo siamo d’accordo. Lui è categorico: lo dovrò valutare per bene, quel bel faccino.

Flavia diciannovenne deraglia totalmente, senza cuscinetti di protezione. Spera senza paura, perché la speranza è il suo linguaggio naturale. «Ci ha chiamate “bel faccino”!»

Quanto a me, aspetto. Piano, mi dico. Non devo capire tutto oggi.

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