Storia · capitolo 5

Quattro

La strada che porta a te di Fabiana



La notizia arriva senza drammi. C’era da aspettarselo, in effetti.

Una storia su Instagram. Un aperitivo al tramonto, due paia di ginocchia vicine, un tag. La Milady esiste, ed è viva e vegeta. La cosa non mi sconvolge più di tanto. L’osservazione ha dato i risultati sperati.

Ma lei non la prende bene. «Ma che cretino demmerda

Mi sfugge una risata. «Che fa? Non lo conoscevamo neanche.»

«Sì, ma… che stronzo! Se sai di essere fidanzato da dieci anni, dieci, rispondi alla prima che ti contatta su LinkedIn?»

«Guarda che non è successo niente fra noi» le ricordo bonariamente. 

«Altro che Marchese delle Euristiche. Che piccolo pezzetto di Clown.» 

Spengo il cellulare, lo ripongo sul tavolo, a metà strada fra me e lei. 

«Vedi? È per questo che controllo sempre tutto prima.»

«Che perdita di tempo» borbotta. «Però se non lo avessimo seguito non l’avremmo mai saputo.»

Touché. «Anche questo è vero.»

Ma la vera verità è un’altra: che non si soccombe. Mi sembrava una faccenda insormontabile appena qualche settimana fa, e invece ho capito una cosa: mi sono esposta, non è successo niente di terribile, posso sopravvivere anche a questo.

La Flavia diciannovenne è imbestialita, non accetta la sconfitta senza l’aut aut. «In fondo in fondo non era neanche tutta ‘sta bellezza» dichiara.  

Amen.

 

***

 

«In che senso, “Prof, fa’ girare la testa a tutti i prof!”?»

Mattia alza lo sguardo dal suo piatto, mastica il suo pranzo con fervore, sembra divertito dalla faccenda.

La mia versione diciannovenne, invece, è gasatissima. «Dimmi, raccontamelo di nuovo.»

Prime due prove di maturità. I ragazzi erano gasati, la commissione un po’ meno. Per quanto cercassi di non darlo a vedere, io ero assolutamente devastata dall’ansia. E dall’entusiasmo. 

Per quanto navighi spesso nei dubbi, su una cosa sono certa: è questo il lavoro che voglio fare per tutta la vita. Questo, e nient’altro. I ragazzi si fidano di me, ridono alle mie battute, i colleghi mi stimano, mi lasciano spazio nonostante l’inesperienza. Primo anno come docente, primo incarico di commissario all’esame di maturità. Lo sapevo da gennaio, ma ora che è successo non mi sembra vero. Ho il cortisolo a mille. 

E non mi sto raccontando storie, non sono solo impressioni. Non ipotesi, fantasie o euristiche. Fatti. Sono esattamente nel posto giusto per me

«Sei l’unica donna in commissione, no?»

«La loro unica quota rosa» cito, canzonatoria. «Uno dei miei colleghi ci teneva moltissimo a sottolinearlo.»

Flavia fa una smorfia. 

«Mamma.» Mattia mastica voracemente il boccone, e comunque lo ingoia mezzo intero. «Lo sai, sei proprio bellissima.»

«Oh, grazie amore.»

«Sul serio» incalza. «Lo sai che cosa penserà tuo marito quando ti vedrà? “Che bella moglie che ho!”.»

Dalle sue spalle, la diciannovenne per poco non piange. «E lo sai? Il giorno che ti sposerai sarà the best day of my life

A quel punto lei esplode. La consolo stringendola a me. Mattia si ritira in buon ordine non appena spazzola via i resti del suo pranzo. 

«Infierisce, eh?»

«Una prerogativa dei bebè» ridacchio. «Sanno dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato.»

«Guarda il lato positivo: avrebbe potuto mandarti l’emoji di una luna piena su Instagram, senza alcun significato apparente per i più, nonostante la fidanzata decennale. Voglio dire, il ragazzino è sul pezzo, a confronto con certa gente.»

Mi trapassa un brivido di imbarazzo. Gli inglesi lo chiamano second-hand embarrassment. L’imbarazzo di seconda mano. Gli inglesi ne sanno una più del diavolo.

«E così, grazie al Marchese delle Euristiche, l’asticella si alza ancora un po’. Indice di lunarità: 0/10.» Mi scappa una risata.  «Il prossimo candidato dovrà affrontare un test severissimo: comunica tramite parole? È single? Invita a prendere un caffè prima di evocare corpi celesti?» Oggi è davvero su di giri. O forse io sono più stanca del solito. «Senti, ma… il tipo del bus lo hai più incontrato?»

«Ma chi, il Maestro delle Potature?»

«Il tipo che parla al telefono di coltivazioni e di quote in borsa, no?»

Rido. «Lui. Boh, mai più visto. Non che sia successo granché. Un mezzo saluto, ma neppure.»

«Ed è per questo che ti fissava sempre?»

«Mera curiosità» archivio sbrigativa. Ora che il Verbale della Commissione Straordinaria per il Reclutamento del Futuro LOML è stato redatto, la diciannovenne torna all’attacco spietato. Ci appollaiamo sul divano. 

«Come va con… tu-sai-cosa

Sono tentata di alzare un sopracciglio, poi capisco. Scuoto la testa, smaliziata. Mi sento diversa, per qualche motivo. Ho più curiosità che paura, più entusiasmo che rimpianto, più voglia di vivere che voglia di capire il passato.

Quindi sì, la terribile verità è emersa: la professoressa ha sentimenti; la professoressa ride; la professoressa prende delle cantonate. Che scandalo atroce.

«Non ho neanche idea di come abbia fatto a convincermi.»

«Il tuo problema è che non flirti in modo sfacciato» mi rimbrotta. «Non lanci segnali luminosi da aeroporto.»

«Scusami tanto.»

Si appropria del mio cellulare. «Latch. L’app di dating pensata per essere eliminata» dichiara, con voce seria.

Sono parzialmente divertita dalla faccenda, parzialmente preoccupata per il suo eventuale epilogo.

«Ma che te frega» è stata la sua ultima annotazione per convincermi a provare. «Nella peggiore delle ipotesi la cancelli.»

Sono passati tre giorni da quando l’ho scaricata. Tre giorni che mi chiedo se il mio orientamento sessuale sia in qualche modo mutato senza che me ne giungesse notifica.

Non è così che lo avevo immaginato. Non ci riesco. Non riesco proprio ad abbandonarmi all’eventualità di conoscere la mia persona in questo modo, sfogliando un catalogo di visi tutti uguali, tutti diversi fra loro. Di impostare un range di età, delle preferenze basilari, un raggio di chilometri entro i quali circoscriverne l’esistenza. 

Dio, che pena. Ho sempre pensato che il love of my life si sarebbe palesato un po’ per casualità. Quelle circostanze assurde della vita che riavvolgendo il nastro pensi: ma no, quale coincidenza? Era proprio destinoEravamo destinati ad incontrarci, è così chiaro.

Eppure, è una scelta che ho preso io, non mi ha obbligata proprio nessuno. Devi lasciare andare il controllo sulle circostanze, mi sono detta. Perché le eventualità di conoscere in modo organico qualcuno di 1) disponibile, 2) interessato, 3) non terrorizzato dall’idea di un bebè novenne senza peli sulla lingua, 4) emotivamente equilibrato e 5) quantomeno compatibile con la sottoscritta sono sembrate improvvisamente più impegnative di quanto avessi preventivato. 

E così, eccomi qua. Tre pomeriggi fa, a compilare il mio profilo con minuzia.

«Ma sì, non stare a pensarci troppo, inventati qualcosa e vai avanti. Sono le foto che contano.»

Non sono d’accordo. «No, non sono solo le foto che contano. Conta anche la verità.»

«È per questo che stai cercando di sabotarti già dalla bio

«Non sto cercando di sabotarmi» la rimbrotto. «Sto cercando di essere sincera.»

«Lo sai che nessuno lo è, qui sopra, vero?»

Flavia diciannovenne è diventata improvvisamente l’Armadillo di Zerocalcare. Comincio ad averne abbastanza, in tutta onestà.

«Io voglio esserlo. E spero che anche il LOML, ammesso che possa trovarsi qui sopra, e che gli astri si allineino in nostro favore per farci incontrare, lo sia altrettanto.»

Non dice nulla. Si sporge oltre la mia spalla. Legge ad alta voce: «“Impazzisco per…”.»

Sorrido. Questa è semplice. «La combo tramonti estivi e musica in macchina.»

Fa una smorfia. «Molto romantico.» Schiocco la lingua. «Andiamo avanti. “Non mi giudicare, ma…”.»

Ci rifletto per qualche istante. «Sono capace di trasformare una semplice conversazione in un romanzo di 400 pagine ambientato nella mia testa.»

Soffoca una risata. «Molto te, effettivamente.»

«Esattamente. Non sarà la cosa più sexy al mondo, ma è molto allineata con il mio modo di essere.»

«Molto» conviene. «In effetti tu non hai proprio niente di sexy.»

La mia smorfia le strappa una risata. «Guarda il lato positivo: sei la Taylor Swift degli scrittori. Ti basta una cotta per inventare una storia di sana pianta.»

«Non è vero.»

«Sì, che è vero. Non ricordi le storie che scrivevi in classe?»

Lo schermo va in standby, mi si spegne davanti. È vero. Lo avevo dimenticato. Alzo lo sguardo, mi guarda. C’è un velo di tenerezza nel fondo dei suoi occhi. 

«Non dirmi che le hai buttate.»

Scuoto la testa. «Non credo. Devono essere di là, da qualche parte…»

«Dovresti cercarle.» No, mi dico. Non le leggerei. Mi vergogno di rileggere ciò che scrivo. Soprattutto dopo che qualcuno lo ha letto. Come a dire: ecco, mi hai tolto tutto ciò che avevo, e ora sono nuda. Ti prego, voltati, non guardarmi mai più

«Immagina il giorno che lascerai che qualcuno legga ciò che scrivi» mi canzona. «È così che sapremo che hai trovato il tuo grande amore.»

«O che sono impazzita.» Taglio corto. «Poi? Che altro c’è?»

«“Voglio una persona che…”»

«Sia gentile senza dare spettacolo…»

Annuisce, pensierosa. «E che non comunichi tramite satelliti naturali ma tramite le Tecniche Avanzatissime.»

«Che novità sarebbe? Sentiamo un po’.»

«Le Tecniche Avanzatissime» ripete. «Sai, tipo… le parole. Sono convinta che da qualche parte ci dovranno pur essere uomini che fanno questa cosa rivoluzionaria tipo: parlare.»

Rileggiamo il profilo. Voglio dire, credo sia abbastanza. Le foto ci sono, le informazioni pure. Manca la materia prima. 

«Com’è finita con quello che ti ha chiesto del bambino?»

«Indovina un po’?»

«Evaporato?»

«Chi lo sa, forse aveva paura di dovermi versare gli alimenti.»

Ridacchia appena, ma non sembra pienamente divertita. Penso che la cosa la preoccupi sul serio. Io non so se sbaglio a pensarla così, ma credo che al mondo esista qualcuno che non si lascia terrorizzare da una donna con un figlio. A maggior ragione se non è costretto ad avere a che fare con un ex scomodo. Ma forse non è il momento giusto per parlarne con lei.

«Allora, possiamo controllare chi ti ha scritto?»

like sono numerosi, ma scialbi, le chat piene di niente. Onestamente, mi annoio. Non mi piace.

«Aspetta» esclama, strappandomi il cellulare dalle mani. «È il tipo di ieri!»

«Il tipo di ieri?» 

«Sì, quello che ti sei messa a guardare. Stavi tutta lì che lo fissavi, e dicevi: mah… con gli occhiali da sole mica si capisce che espressione ha…»

Faccio una smorfia. «Io non parlo così.»

«Invece sì. Comunque, pensavo lo avessi scartato.»

«No, non l’ho scartato. Ho solo chiuso l’app.» E mi sono messa a contemplare il soffitto in attesa che l’Universo mi desse una risposta chiara: ha senso perseguire l’ideale del grande amore o non sto facendo altro che illudermi?

«Ti ha messo like» annuncia. «O matchi, o scarti. Cosa fai?»

Scorro il profilo. Ricordo queste foto, hanno un che di familiare. Mi sento osservata: quando alzo la testa scopro che lei mi sta fissando.

«Che c’è?»

«Niente.» Sogghigna, maliziosa. «Non sembra proprio il nostro tipo.»

«In che senso?»

«È… casual

«Casual?»

«Guardalo. Non è un giacchettino» bofonchia. «Niente cravatta, niente foto impomatate. È riccio, ha la barba, una gamba tatuata…»

«E allora?»

Aggrotto la fronte. Mi mordo l’interno della guancia. Accetto, e non ci penso più.

«Non hai neanche visto da dove viene, quanto è alto…»

«È Ariete e vuole dei figli, mi basta sapere questo» taglio corto.

«Ma come, non eri quella del “eh, bisogna conoscere tutti i dati, per non fare errori, per non cascare nelle euristiche…”?»

«Certe volte no.»

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