Tre
Non pensavo sarebbe stato così difficile. Non pensavo fosse possibile, a dirla tutta, accogliere una versione di sé stessi a lungo dimenticata in un angolo remoto della propria coscienza. Eppure è successo.
Ho dovuto reinventarmi un nuovo modo per accogliere le mie fragilità. Fragilità che credevo superate ma che sono sgorgate fuori all’improvviso. All’impazzata.
La Flavia di diciannove anni piange spesso, e ci sono molte cose di me che non capisce. Che non accetta.
Ma c’è una cosa che di lei comincio ad apprezzare, nonostante gli anni: lei non si arrende. Il no non è neanche contemplato.
Le ho proposto, suo malgrado, un quadro irrimediabilmente corrotto del proprio futuro, nella maniera in cui si era abituata a immaginarlo, eppure ha fatto qualcosa di incredibile. Ha continuato a sperare.
Ho dovuto raccontarle del fatto che ancora piangiamo ai matrimoni, che ci emozioniamo per le piccole cose, anche se la ragazza che è in me ha dovuto scegliere di allontanarsi da ciò che la feriva. E ha capito. Non mi ha giudicata.
I miei amici si sono sposati, per la seconda volta in dieci anni. E lei è rimasta seduta accanto a me, la mano stretta alla mia, e ha sorriso. L’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito. L’ho sentita sporgersi verso il mio orecchio, ha detto: «Un giorno toccherà anche a noi, vedrai».
La mia vita è come la sognavo. Ho il pieno controllo sulla mia posizione. Le persone che mi circondano, di cui mi fido, non sono molte, ma sono importanti. E ci sono, quando la vita si fa un po’ più melmosa.
Una sera mi si avvicina e mi fa: «Ma tu vorresti altri figli?»
Non mi chiede più perché è qui, quando tornerà a casa, quanto tempo sarà passato, se quando ritornerà qualcosa sarà irrimediabilmente cambiato, o perduto per sempre. Credo che stia procrastinando il momento di rifletterci sul serio.
Non ci penso neanche. «Sì.»
«E non hai paura?»
«Di cosa?»
«Di sentirti… diversa.» Sembra seria. «Normale.»
Sta cercando di chiedermi come sarebbe programmare la nascita dei propri figli, vivere la gravidanza con due mani grandi sulla pancia, con un uomo che ci parla, che ci posa dei baci, che aspetta pazientemente che suo figlio venga al mondo.
«Non rinnegheremmo Mattia, giusto?»
«Assolutamente no.» E lo penso davvero. «Mattia è Mattia, gli altri figli avranno una storia diversa.»
«E non vorresti un padre anche per lui?»
Le sorrido. «Amerà prima lui, poi me. E poi i figli che verranno.»
«Ne sei sicura?»
«No» ammetto, senza giri di parole. «Ma lo spero.»
«È per questo che vuoi incontrare l’amore della tua vita?» Mi segue come un’ombra. «Perché vuoi sentirti normale?»
«Non voglio sentirmi normale, io sono normale» reitero.
«Ti manca qualcosa?»
«Non mi manca nulla.» Le sorrido, amorevole. «Do a me stessa tutto ciò che desidero. Tutti i giorni. Ho lavorato sodo, mi sono pagata gli studi, ho cresciuto mio figlio dalle briciole. Tutte le volte che ho avuto il coraggio di fare quel passo in più, l’ho fatto con me stessa, per me stessa.»
«Appunto!» Sbatte i piedi: è arrabbiata. «E allora perché lo vuoi così tanto?»
«Perché voglio condividere tutto ciò che ho con qualcuno di simile a me.»
«Non uguale?»
«No. Simile. Qualcuno che impari a conoscermi, e che si lasci conoscere. Che mi stringa la mano sotto al tavolo, che mi inviti a ballare anche se non gli piace, che mi stringa al suo petto quando è stanco. Che non mi tenga testa in una gara, ma che resti in piedi accanto a me. Stabile. Uno che quando c’è un problema non scompare. Non fa il muro, non gioca, non tira e molla. Che non mi faccia chiedere: ma oggi mi vuole bene oppure no? Ironico, che sappia ridere. Di sé, di me, che mi lasci ridere di lui. Curioso della vita, delle cose che si nascondono dietro alle cose, che si ponga domande, che si interessi, che osservi. Gentile. Con il cameriere. Con i bambini. Con gli anziani. Con il cane del vicino. Con le persone di cui non ha bisogno. Competente, uno che quando parla del suo lavoro trasmetta: so fare questa cosa. Non uno da grandi gesti, non uno che vive tutto a mille, perché questo difetto ce l’ho già io. Uno che dopo una giornata orribile mi accolga fra le braccia e dica: raccontami. E basta. Sicuro di sé ma non in modo rumoroso. In modo tranquillo. Quel tipo di sicurezza che non ha bisogno di essere esibita, quella che si percepisce. E che sia paziente. Che veda tutto ciò che va oltre la professoressa, la madre, la donna che lavora, quella che tiene insieme mille cose. Quella che si emoziona per la storia d’amore dei vicini, che conserva vecchie lettere, che parla con gli sconosciuti sul bus, che ritrova il diario della maturità e si commuove, che vuole una casa piena di vita e continua a credere nell’amore nonostante tutto. Che non cerchi di convincermi che ho torto. Che mi ascolti, sorrida e dica: forse hai ragione, o forse no, però raccontami anche il resto.»
«Tutto qui?»
«Sì. Un uomo con cui ridere. Un migliore amico da sposare. Una casa piena di affetto. Figli che guardano i propri genitori e pensano: che bello l’amore.»
Mi scruta, sembra spaesata. «Significa che chiediamo ancora alle persone come hanno conosciuto l’amore della loro vita?»
Sorrido. «Sempre.»
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