Storia · capitolo 3

Due

La strada che porta a te di Fabiana



La casa versa nell’oscurità. C’è qualcosa di poetico nella luce che filtra attraverso i buchi delle persiane. Ricordo che da bambina passavo moltissimo tempo a fissare i fasci di luce scivolare attraverso quei bucherelli perfettamente allineati.

La sveglia non è ancora suonata, manca un quarto d’ora alle sei. Sono indecisa se restare o alzarmi, farmi un caffè, trovare il colpevole cui imputare il malumore di quest’oggi. Ma la verità è che oggi non sono di malumore. Anzi. Sono inspiegabilmente felice, il che è incoraggiante.

Mi decido a tirarmi su. E mentre contemplo il mio riflesso nello specchio, un rumore sordo e improvviso mi scuote dal torpore.  

Conosco quel suono, mi è familiare: sembra quasi il fondotinta che casca nel lavandino. Si dice che suoni e odori seguano autostrade privilegiate, bypassino le aree di elaborazione razionale e che evochino in qualche modo vecchi ricordi da tempo dimenticati. E io quella reminiscenza ce l’ho ben ficcata in testa: mi ricorda quando mi svegliavo presto per ripetere, e poi mi preparavo in fretta per scuola. Era una Flavia spensierata, quella lì. Come dimenticarsene.

Il suono diventa facilmente distinguibile: la boccetta di vetro risale i bordi del lavandino in ceramica. Aggrotto la fronte. Era un’imprecazione, quella?

Scatto in piedi. La porta del bagno è chiusa, ma la luce è accesa. Questo non dovrebbe succedere.

Tento di abbassare la maniglia, la porta oppone resistenza. Riprovo, stavolta con più forza.

«Un attimo!» Un brivido mi percorre la schiena. Dio. La chiave gira nella serratura, la porta si schiude di qualche centimetro appena. La voce al suo interno bofonchia un debole: «Vieni.»

Spingo con un indice la porta ad aprirsi lentamente. Ha acceso solo i faretti sul lavabo. Ha sparpagliato l’intero contenuto del mio beauty case. Una macchia di fondotinta densa e cremosa si è sparsa sul bordo. Posa il pennello del blush, ticchetta contro la superficie.

La luce le illumina il viso, ma la riconosco all’istante. Sta canticchiando un motivetto a bassa voce, le anche contro il mobiletto, e tiene la bocca aperta mentre sistema accuratamente il mascara.

Quella ragazza sono io

L’affare è talmente sorprendente da risultare incredibile. Quante possibilità c’erano che facessi un sogno del genere proprio la notte del mio compleanno? Quasi più originale di quando ho sognato di dover rifare la maturità.

Chiudo la porta del bagno, mi stiracchio. Ma quando riapro gli occhi lei è ancora lì. 

Ora mi fissa, ha la fronte corrucciata, un’espressione torva sul viso. Stringe il mascara in una mano, ha la mascella serrata.

Dannazione. Ora sì che ho paura. 

«E tu chi sei?» strilla e, mio malgrado, il primo pensiero non va a lei, né a me, né alla situazione e alla sua peculiarità.

La azzittisco con un cenno. «Non urlare.»

«Ma tu chi sei?» ricalca sull’ultima parola, e il suo tono mi spaventa. Ho il cuore che mi martella in gola, nelle tempie, nelle orecchie. 

Le passo lo sguardo addosso. Indossa dei jeans skinny slavati, un maglioncino di filo bianco a righe nere. Al collo una collanina a forma di aeroplano di carta, argento. Ha i buchi alle orecchie ma non indossa orecchini.

«Ti fanno allergia, mh?» trovo il coraggio di pronunciare.

Sembra più stranita di me quando tenta: «Cosa?»

«Gli orecchini.»

La sua mano scatta, si tocca istintivamente il lobo sinistro. Aggrotta di più la fronte. «Sì.»

Mi passo una mano sulla fronte. Sono febbricitante. Potrebbe essere qualunque cosa: un tumore, meningite? No, non scotto. Stamattina stavo bene. Benone. Era prima che trovassi la mia versione giovane nel bel mezzo del mio bagno. Merda

«Merda» pronuncia, proprio mentre lo sto pensando. Si è sporcata la maglietta con il fondotinta, sbuffa, lascia andare il pennello. «Che palle.»

Banale nella sua normalità, si sfila la maglietta dalla testa, i capelli castani si arruffano. Era il periodo della piastra tutti i giorni, del ciuffo bloccato in cima alla testa con un paio di forcine. Ha gli occhi truccati con un filo di matita nera, e il viso rotondo, fanciullesco. La rotondità di quel viso mi commuove e devo trattenermi a forza dal piangere.

«Che cosa stai facendo?» 

Ho bisogno di attingere a tutto il mio coraggio per pronunciare quelle quattro parole, e dopo che l’ho fatto sono senza fiato. Lei è qui. Come diavolo è possibile?

«Devo sbrigarmi. La Morante oggi interroga.»

Aggrotto la fronte. Non ricordavo di essermi mai preoccupata per un’interrogazione della Morante.

Mi sento smascherata, nuda come un verme. Lei resta senza maglietta, un reggiseno troppo grande per lei, le costole nascoste da una rotondità puerile. Morbida, ecco cosa penso quando la guardo. Non ricordavo di essere così.

Negli anni sono diventata spigolosa, appuntita. Il mio corpo oggi è un tempio. Un tempio fortificato, serrato ai visitatori, e di ciò che era un tempo ora non restano che i gomiti nodosi, costole e clavicole accentuate, le sporgenze dei polsi.

Si volta, ora mi dà le spalle. Non c’è traccia dei noduli della spina dorsale, né del tatuaggio sul braccio. Eh già. Quello è venuto dopo.

«La Morante?» replico, sovrappensiero. 

Mugola in assenso. Poi si volta. Mi guarda fisso. Il suo sguardo sembra una premonizione. Finalmente mi vede: me ne accorgo dal guizzo nel fondo delle sue pupille. Sembra spaventata. Confusa, soprattutto. Ma terrorizzata. Lascia andare la maglietta che teneva fra le mani, cade accanto ai suoi piedi scalzi. Sono scalza anch’io, un vizio che non ho mai tolto.

«Oh, mio Dio.» Lo dice prima lei, poi io. Lo diciamo insieme, ce ne accorgiamo solo dopo.

Ora che il verbo è stato emesso è impossibile tornare indietro. L’elefante nella stanza è appena stato fronteggiato. 

Mi chiudo la porta alle spalle, ho bisogno di distogliere un secondo lo sguardo. Ma quando mi volto lei è ancora lì. Intatta. Incorruttibile. Lei è già me, ma ancora non lo sa.

Smascherata, ecco come mi sento in questo momento. Come se mi avessero denudata nel bel mezzo di una spiaggia. Provo vergogna, pietà, e un grandissimo senso di colpa nei suoi confronti. È a lei che ho fatto così tanto male. E la cosa peggiore è che… non sa ancora neanche questo.

Si avvicina di un passo, mi scruta con attenzione.

«Ma tu… tu sei…»

«Me.» Se c’è una cosa che ho imparato con gli anni è stata il raffinamento della straightforwardness. Perché tanti giri di parole quando ne basta una?

Per un istante sono sinceramente preoccupata per lei. Impallidisce, sembra scioccata. Non meno di quanto non lo sia io in questo momento, certo.

«Oh, mio Dio» ripete, in un soffio strozzato.

«Va tutto bene.» Se c’è un’altra cosa che ho perfezionato con il tempo, quella è l’attitudine alla menzogna. Fingere che vada tutto bene, autoconvincermene, è la bugia che preferisco raccontarmi con più frequenza.

«Non è possibile.» Serro la mascella. Almeno su questo siamo d’accordo. «Che giorno è?»

È il giorno successivo al compimento del mio ventinovesimo anno di età. Ma se le cose stanno come immagino…

«Ieri è stato il mio compleanno» bofonchia, quasi senza fiato. Una fitta in un fianco mi coglie impreparata. Ricordo benissimo quella sensazione: la bocca secca, la fame d’aria. C’erano già allora, quindi… 

«Quanti anni…»

Mi guarda fisso. «Diciannove.» Merdamerdamerda. Proprio come pensavo

Si prende il viso fra le mani. Onestamente? Come darle torto. Ma cerco di non lasciarmi soggiogare dall’emotività.

«E hai festeggiato?» Le propongo un sorriso insicuro. Come se stessi parlando a una delle mie alunne. Quante volte mi sono detta, del resto, tu eri così alla loro età, non te lo ricordi?

No. Non lo ricordavo. Non così, almeno. Ho passato gli ultimi dieci anni della mia vita a forzarmi di dimenticare gli ultimi dieci anni della mia vita, a tentare di cambiare parte del passato per sentirmi meno stupida, meno ingenua, meno colpevole.

Annuisce brevemente. «Sì. Con le ragazze e…»

Annuisco anche io, di riflesso.

«… il Consulente.»

Sorride, e a me per poco non viene un coccolone. Il Consulente. Ecco. Avevo dimenticato anche questo. Ecco come lo chiamavo, prima che diventasse semplicemente: la Bestia. 

Mi tocco il collo con le dita. Sono nel pallone. «Giù nel pub irlandese, no?»

La sua fronte corrucciata, per la prima volta da quando ci siamo incontrate, finalmente si distende. Abbasso lo sguardo sul collo, poi sul polso. Ricordo quella collanina, quel bracciale che non mi erano mai realmente piaciuti pur indossandoli tutti i santi giorni.

«Porca merda» esclama, perentoria. «Tu sei me!»

Mi mordo l’interno della guancia. Potrei dire tanto, ma alla fine non dico proprio nulla. Lei mi incalza rapidamente: «Però bionda!»

«No.» Solo nel momento in cui lo pronuncio mi rendo conto che a parlare sono stata io. Negare l’evidenza, lo sport preferito di tanti. 

«Come, no?» Adesso ride. Ho un sussulto. «Certo che sei me. Posso dire? Che gnocca.»

Sono ancora troppo confusa per parlare, quando lei comincia a volteggiarmi intorno, insaziabile. I suoi occhi toccano ogni piccola parte del mio corpo. Mi sfiora i capelli, mi tocca le mani. Cerca qualcosa. Dovevo immaginarmelo. Torna seria, mi scruta attenta.

«Dov’è?»

«Cosa?»

«La fede.»

Scuoto la testa. «Non c’è nessuna fede.»

«Impossibile. Ho sempre voluto sposarmi prima di compiere trent’anni.»

«Ma noi non abbiamo ancora… non ho ancora trent’anni.»

«Hai cambiato profumo.» Sembra sinceramente infastidita da questa nuova informazione. «Alien non ti piace più?»

«Si cresce, i gusti evolvono.»

Ora ride appena, sembra divertita. «Sei diventata bionda davvero.»

Sorrido anche io, mio malgrado. È un’informazione che solo la Flavia diciannovenne avrebbe mai potuto registrare come prioritaria. Il colore dei capelli, ovvio.

«Quindi siamo alte uguali. Abbiamo smesso di crescere?»

«Già.»

«E le tette anche…» Fa un gesto con la mano, mima: nada. Solo questo gesto preso singolarmente avrebbe potuto spedirmi dritta nell’iperuranio. Ma non lo fa. 

«Ma quindi il naso non ce lo siamo rifatto?»

«Imparerai ad apprezzarlo, con il tempo. È una nostra caratteristica, del resto.»

Emette un verso infastidito. «Di’ la verità: siamo povere?»

«Non siamo povere. Siamo… benestanti. Nella media.»

«Dimmi almeno che siamo diventate ricche!»

«In quest’economia disastrata?» Rido, adesso lo fa anche lei. Debolmente. È una risata che non si fida molto di sé stessa.

«Siamo diventate scrittrici famose?»

«Famose, no. Abbiamo avuto le nostre piccole soddisfazioni però.»

All’improvviso si fa seria, si copre la bocca con una mano. Strilla nei palmi. «Questo significa che viviamo a Roma! Siamo a Roma, vero?»

Non fa in tempo a gettarsi fuori dal bagno, che la verità le piomba davanti senza anestesia. La nostra verità trapelata è alta un metro e quaranta e risponde al nome di Mattia. È in piedi nel corridoio, in un pigiama degli Avengers e i capelli scompigliati.

Ci guarda corrucciato, sembra di cattivo umore. Pessimo presagio.

«Mamma, questa qui chi è?»

Se non avesse corso come al solito, e si fosse data del tempo per arrivarci, raggiunto il salotto avrebbe avuto modo di metabolizzare il tutto in tempi congrui: avrebbe trovato i suoi modellini, scarpe numero 36 sul pavimento, lo zaino ancora da riempire. Ma non lo ha fatto, e ora se lo ritrova lì, davanti a sé, premonizione di un futuro diverso da ciò che si aspettava.

Ma ora lei non parla più. Non impallidisce. Lo fissa, lo studia, lo guarda restarsene in piedi al centro del corridoio, le caviglie tozze, le guance piene. Ha gli stessi occhi, la stessa espressione, lo stesso modo di muovere la bocca.

Si gira, mi guarda. Anche Mattia lo fa. «Mamma?»

E ora? Come spiego a mio figlio che la mia versione diciannovenne mi è piombata in casa senza preavviso, che non ho idea del perché sia qui, di come farle capire che forse ciò che si aspettava da me non le piacerà e, soprattutto, di come farla tornare esattamente da dove è venuta?

Questa cosa qui potrebbe diventare un bel problema. 

«Lei è…» temporeggio. «Una cugina.»

Mi fissano entrambi. Mattia non se la beve. «Un’altra cugina?»

C’era da aspettarselo. Non è più così facile convincerlo. Bisogna cambiare strategia.

«Amore, preparati, che facciamo tardi per scuola.»

Ma la diciannovenne non è d’accordo con questo cambio di programma, si accovaccia davanti a lui. Sorride. Poi lo abbraccia, lo stringe forte. Mattia non oppone resistenza, le dà un paio di pacche sulle spalle, solleva lo sguardo fino al mio. Facciamo entrambi spallucce.

Chiuse nella mia camera da letto, la mia versione diciannovenne va avanti e indietro senza sosta, sta creando un solco nel pavimento. È su di giri, gesticola con foga.

«Non ci posso credere, quindi siamo diventate mamma!» Tiro fuori dall’armadio una camicia, la libero della gruccia. Mi sfugge un sospiro che lei non coglie. «E non siamo neanche ingrassate!»

Alzo gli occhi al cielo. Non può vedere neanche questo.

Mi si aggrappa alle spalle, fa capolino oltre la mia testa. «È suo, no?»

Stringo la mascella. Il bottone oppone resistenza, lo allaccio con non poca fatica. 

«Mh?»

«Del Consulente, no?» bofonchia. «Ne abbiamo già parlato: della casa con l’orto, i bambini che giocano nel giardino sul trattore giocattolo…»

Non so se voglio addentrarmi lungo questa strada. Non ho idea se ciò che sto per dirle potrebbe cambiare il corso delle cose. Per un istante mi crolla il mondo addosso. Quando lei saprà, allora cosa succederà? Se questa versione passata di Flavia venisse a sapere che non è andata come sperava, allora prenderebbe una decisione diversa?
Come Sliding Doors, ma peggio. Mio figlio potrebbe non esistere più, e non potrei sopportarlo. Mattia è sempre stato un mio non-negotiable, fin dal primo istante.

Mi giro. E lei capisce, in qualche modo. Sono sempre stata fin troppo brava a leggere le emozioni sui volti degli altri. Una dote affinata con cura.

E così il suo sorriso si spegne. 

Lungo il tragitto verso scuola neanche parla. Mattia riempie i silenzi smorzati dalla radio che gracchia in sottofondo facendomi domande sulle cose più disparate: la politica di Trump, la reale utilità della viralità dei Brainrot su Youtube, la richiesta di potersi nutrire solo di patatine fritte per tutto il resto della vita.

Quando parcheggiamo nel cortile della scuola, la diciannovenne ha un sussulto evidente. Stringe la maniglia della portiera nel palmo. La fiumana di mamme si interrompe solo di tanto in tanto, intervallata da un’auto prepotente che buca la monotonia di questa vita statica in cui i giorni sembrano tutti uguali. Donne spente, spettinate, che trascinano mocciosi urlanti. Qualcuno mi saluta: «Dottoressa, buongiorno!»

La guardo di sottecchi. Affondata nel sedile del passeggero, la Flavia diciannovenne contempla quella visione con astio. So che non è quello che voleva. Lo leggo dalla sua espressione. E poi perché so bene quello che pensa: l’ho pensato anche io. Non voglio finire così.

Mattia scende dall’auto e si carica il suo zaino. I miei tacchi rintoccano un paio di passi prima di tornare indietro. Mi sporgo nell’abitacolo attraverso il finestrino calato.

«Lui è la scelta di cui sono più fiera» ammetto. «Ne parliamo con calma.»

Si chiude in mutismo, trincerata dietro una cortina di ferro. Dovevo aspettarmelo: è proprio da me. Quante volte, del resto, mi è capitato di pensare in questi anni: cosa direbbe la mia versione passata della donna che sono diventata?

Un tempo avrei detto: non ci crederebbe. Abbiamo passato di tutto. Siamo state giudicate, stereotipate, declassate. Ci siamo perse, poi ritrovate. E ora, da un po’ di tempo a questa parte, non sentiamo più tutto il peso della vita. Siamo felici.

Ma, come mi aspettavo, lei non ci crede. Non prova ad ascoltarmi davvero, passa i giorni successivi chiusa nella mia camera da letto, e piange. È capitato anche a me, e non la giudico. Vorrei dirle che a un certo punto non avrà più il tempo di passare intere giornate a piangere in camera, ma sarebbe una bugia. Non sarà il tempo il vero deterrente, ma la qualità degli insuccessi. Non tutto avrà lo stesso peso, non tutti gli inciampi avranno la stessa importanza. Piangerai ancora, vorrei dirle, ma meglio. Con più cognizione di causa. E poi ti rialzerai.

 

***

 

Quando riemerge dalla sua disperazione, sembra rassegnata. Aspetto che sia lei a riaprire il discorso. 

«Quindi è andato via?»

Inutile indorare la pillola. «Dipende da quale prospettiva si vuole leggere la situazione. Diciamo che lui voleva andare via e io non l’ho trattenuto.»

Si accovaccia davanti al divano. La tivù è accesa, la luce illumina l’oscurità in cui versa il salotto. Rivolge uno sguardo languido allo schermo, ma non lo vede davvero.

«Guardiamo ancora questa roba?» Fa un cenno della testa verso il film: Prima o poi mi sposo. Sorrido, mi prendo le gambe fra le braccia. Annuisco. «E Grey’s Anatomy

«Ah, no, quella roba non la guardiamo più. Siamo diventate un po’ ipocondriache.»

Le pare incredibile. «Che cosa? Ma se passo le notti a guardare programmi di autopsie.»

«Spoiler» sogghigno, «non lo farai più.»

Abbozza un debole sorriso. Sta tracciando cerchi invisibili con un dito sul tappeto su cui siamo sedute quando a un certo punto mormora: «Siamo state ingenue.»

Ed è vero. «Sì.» Ha ragione. Lo sono stata.

«Lui è bravissimo a tenerci in pausa, mh?»

«È sempre stata la sua specialità» ammetto. 

«Però al mio compleanno è stato diverso.» Ci si aggrappa con le unghie e con i denti, ed è normale. L’ho fatto anche io. «Era lì, sembrava felice di esserci…»

Vorrei dirle che sembrare felici ed esserlo sono due cose differenti. 

«Ma non era davvero lì» mormoro. «Non come avremmo voluto.»

Assume un’espressione colpevole e meditabonda. Lei lo sa, lo aveva già intuito. Una lacrima sfugge al suo controllo. «C’erano due suoi amici e non mi ha neanche presentata.»

«Lo so.» Premo il mento su un ginocchio. «Succederà ancora.»

«Ma quando siamo solo noi due è diverso.» Non rispondo. Vorrei dirle: quando? Quando si appropria di una parte di te che avresti potuto custodire per una persona che ti amasse davvero? Lei insiste: «A volte mi sembra di chiedere troppo.»

Se fosse una mia amica le direi: è il bare minimum. L’asticella è bassa con lui. Ma lei non è una mia amica. E a sua volta non mi vede come una sua amica: sono la persona che ha tradito tutti i suoi ideali. Mi odia. È normale.

«Lo sai che cosa vorrei?»

Abbozzo un sorriso nella sua direzione. So bene cosa vuole, ma non voglio smorzare il suo entusiasmo. «Cosa?»

«Vorrei smettere di aspettarlo nel portone, alle dieci di sera, mentre scrive che sta arrivando e poi non arriva mai.» Il ricordo mi raggiunge come una pugnalata: lo avevo scordato. «Le ragazze lo hanno visto con un’altra, al cinema. Ha detto che era sua cugina.»

E non sapremo mai se lo fosse davvero. Perché non conosceremo mai la gran parte della sua famiglia. Ma non sta a me dirglielo, non adesso perlomeno.

«Vorrei che venisse a prendermi, alla maturità. Con i fiori sul sedile del passeggero.»

Annuisco debolmente. Finalmente mi guarda. Il dolore nel fondo delle sue pupille mi annienta completamente. Non ricordavo di aver provato tutto questo dolore e la cosa mi sconvolge. 

«Lo farà?» Il tono è speranzoso, ma cauto. Ha paura. È terrorizzata dall’idea di perderlo. Conosco bene quella sensazione.

Scuoto piano la testa, senza incontrare il suo sguardo. Lei cerca il mio, io lo evito. 

Piange. La testa negli avambracci, i sussulti che le scuotono la schiena. Mia madre ha passato intere serate a consolarmi. Che pena. 

«Avrai un gran daffare prima dell’esame» bisbiglio. «Dovrai prendere la certificazione di inglese…»

Si asciuga il viso con un braccio. «Devo pensare all’università.»

Sorrido. «Anche.»

«Ma quindi ci laureiamo, alla fine?»

Rido. «Certo.»

«In Filosofia, alla Sapienza?» borbotta. «Perché sono un po’ indecisa. La Pagano dice che ho una predisposizione per le materie letterarie.»

«Questo è vero» ammetto. «Ma ti assicuro che Filosofia non avrebbe fatto per noi.»

«Ah, no? Peccato.» Tira su col naso. «Odontoiatria?»

Aggrotto la fronte, divertita. «Ma no, quella è stata solo una parentesi rapidissima.»

La voce si incrina mentre parla. «Ma, quindi, niente Roma?»

Mi sfugge una risata. «Deciderai di prenderti un anno sabbatico, dopo la fine della maturità e la certificazione di lingua.»

Taccio ciò che lei ha già intuito: per aspettare lui. Per aspettare che ci scelga.

«Cioè mi stai dicendo che darò due esami di quel calibro nello stesso periodo?»

«In meno di una settimana.»

«Daje.» Rido, lievemente in imbarazzo. Il modo in cui parla non mi rappresenta più. «La Morante sarà fierissima. E poi?»

«Poi inizierai a lavorare, perché vuoi essere indipendente.»

«Come con la patente.»

Sorrido. «Come con la patente.»

«E poi?» So cosa vuole sapere, l’ho percepito, è che non ha il coraggio di dirlo apertamente. Cerca la verità nei miei occhi. Questa volta trattengo il suo sguardo. 

«E poi, a settembre, scoprirai di essere in attesa.»

Vuole piangere, si vede. «Ah.» Dopo la maturità, dopo la sua assenza, dopo altre serate infinite ad aspettarlo, dopo le scenate davanti a suo fratello, ai suoi amici. Dopo le litigate, le riappacificazioni, le scuse, i “passo a prenderti” improvvisi.

«Come?»

Mi rendo conto di essermi distratta. «Mh?»

«Come lo hai scoperto?»

«Stavo male» ammetto. «E pensavo di stare per morire.»

Le scappa da ridere. «Fammi indovinare: tumore?»

«Ovviamente.» Ora ridiamo assieme. Una risata flebile, poco convinta, ma pur sempre una risata. «Non me lo aspettavo. Che botta.»

«E lui?»

«Era lì. Abbiamo fatto il test…» Annuisce, mi sprona tacitamente a continuare. «Era positivo.»

«E che cosa ha detto?»

«“Non ti preoccupare, la risolviamo”.» Faccio una pausa. «“Ci sono io con te”.»

Non piange. Forse perché non lo ha ancora vissuto. Lo immagina, ma non ha un ricordo cui associargli. Io sì. Ingoio un boccone di saliva, ho la gola secca.

«E poi?»

«E poi… è andato via, è tornato al lavoro. Con il passare delle ore ho capito che il nostro concetto di “la risolviamo” divergeva parecchio.» Non lo chiede apertamente, ma so che vuole saperlo, così continuo. «Voleva che ce ne liberassimo.»

Aggrotta la fronte, sembra stranita. Forse perché ha incontrato Mattia, forse perché non se lo aspettava. Questo non posso saperlo. Non ho vissuto questa conversazione, all’epoca. Non sapevo nulla, non avrei potuto prevederlo allora. Avevo paura, e solo un’idea aleatoria di ciò che sarebbe significato per me. 

«E ci hai pensato?»

«Certo che l’ho fatto» esclamo, forse un po’ troppo bruscamente. «Ma lui mi ha chiesto di scegliere: o lui, o il bambino.»

Come se una scelta escludesse esplicitamente l’altra. Lei resta in silenzio, non sa che cosa dire. 

«Quando ho fatto la prima ecografia, il bambino c’era già.»

«E lui c’era?»

Scuoto la testa. «Lo hanno visto passare fuori dall’ospedale, ma non è mai salito in reparto.»

«Che stronzo.»

Le concedo un ghigno. «Non avrei potuto dirlo meglio.»

«E com’era?»

«Cosa?»

«Il… bambino…»

«Un gamberetto. Piccole braccia, piccole gambe. Un abbozzo di essere umano. Con una grande testolina.»

Sembra spaventata, non la biasimo. «E… ce l’hai ancora?»

«L’ecografia?» Annuisce. «Aspetta.»

C’è un’enorme scatola bianca stipata nel fondo del mio armadio. Ci sono ricordi di una vita che a volte non sembra neppure appartenermi, tanto sono cambiata.

La osserva senza vederla davvero, quell’ecografia sbiadita dal tempo. Fra qualche mese saranno giusto dieci anni.

«Non vi siete più visti?»

Scuoto la testa. «Mi ha cercata ancora, per convincermi a cambiare idea. Gli ho detto che non mi doveva niente, mi bastava che mi lasciasse andare. Non sono una mega fan delle cose che restano ferme sull’orlo del baratro.»

«Già» ammette. Lo sa bene. 

«Ce la saremmo cavata» aggiungo. Poi raddrizzo il tiro. «Ce la siamo cavata.»

«E Mattia chiede mai di lui?»

«Lo ha fatto qualche volta, da più piccolo. Si chiedeva perché non avesse il papà, come biasimarlo. Ora ha trovato il suo equilibrio» spiego. «Difficile sentire la mancanza di qualcuno che non si è mai conosciuto.»

«Forse è meglio così, in effetti.»

La spintono giocosamente con una spalla. «Certo che lo è. Sarai una donna libera, vedrai. Una donna libera di prendere decisioni per sé stessa senza sentirsi chiusa in una gabbia.»

«Libera, certo» borbotta. «Ma anche sola.»

Forzo un sorriso. «Questo è proprio un colpo basso.»

«Siamo sole, è questa la verità. Mi spieghi a cosa serve tutta questa gnoccagine quando non esci con nessuno da anni?»

La cosa mi imbarazza. «Non so come mi vedi tu, ma io non mi vedo come mi descrivi.»

«Stai scherzando, spero» mi rimbrotta. «Ma non hai visto gli uomini come ti guardano?»

«Pensi che mi faccia piacere?»

«Ehm, dovrebbe.»

Scuoto la testa. «Io non voglio sentirmi bella di fronte a un uomo.»

«Ah, no?»

«No.»

«E come vuoi sentirti?»

«Vista» ammetto, senza giri di parole. «Ascoltata, riconosciuta, scelta. Innamorarsi di un viso è facile, e appagante, certo. Ma vuoi mettere incontrare qualcuno che voglia entrare a tutti i costi nella tua testa?»

Alza un sopracciglio. «Sei diventata una noia mortale.»

Restiamo in silenzio per un po’. Vorrei andare a fondo in questa storia, raccontarle della tutina che ci ha regalato così che Mattia avesse qualcosa di suo, che è finita nella spazzatura prima ancora di scoprirne il colore. Della donna con cui stava parallelamente, della scoperta fatta per caso. Delle lacrime, delle crisi di panico, dei ricoveri in ospedale. Non lo faccio. Non se lo merita. 

«Vi incontrate mai?»

«Qualche volta, ma siamo bravissimi a fingere di non conoscerci.»

Si prende la testa fra le mani. «Mi sembra impossibile immaginare di dimenticarlo.»

«Credimi, ti riuscirà benissimo.»

«Non provi davvero più nulla per lui?»

Scuoto la testa. «Per molto tempo l’ho odiato, e anche quello è un sentimento. Ora non sento più niente. Neanche rancore. Voglio che sia felice, ma lontano da noi, così che non possa distruggere tutto ciò che ho creato con cura.»

Si sporge sulla scatola. Trova le vecchie foto con le ragazze. Chiede se le ho più viste.

«Sì, ma non come allora. Per un po’ di tempo abbiamo rotto i contatti con tutti.»

«Perché?»

Mi stringo nelle spalle. In realtà non lo so. «Paura, vergogna, forse. Dolore.»

«Hanno capito?»

Annuisco. «Siamo uscite dalla gabbia d’oro che ci eravamo costruite, sì.»

«E poi?»

«Poi siamo cresciute.»

Trova le foto della laurea, sette mesi fa, con Mattia che ci incorona. 

«Ti sei messa a correre e non ti sei più fermata» commenta.

«È ciò che fai quanto trovi la tua direzione. Corri verso il traguardo.»

«E così, siamo diventate ciò che voleva la professoressa Morante.»

Mi sfugge un risottino. «Esatto. Assurdo pensare che la risposta è sempre stata lì, e che siano serviti dieci anni per ritornare allo stesso punto di partenza: siamo sempre state questo. Lo sai, vero?»

Mi sorride. «Ci ho pensato. Quando la Morante mi ha detto che sono nata per essere una professoressa di inglese, un po’ ci ho creduto. Ma… non lo so, sono molto confusa…»

La sensazione è talmente forte, mai del tutto dimenticata. Quella nebbia di disordine mi ha attanagliata per anni. Poi, in un giorno normale come tanti altri, è svanita. Mi sono iscritta all’università senza neanche rifletterci. Andava fatto, e basta. Il come lo avrei deciso strada facendo. Mattia aveva cinque anni, il tempo dedicatogli interamente poteva bastare. Era arrivato il momento di tornare da me.

«Pensi che fosse il nostro destino?»

«Ne sono certa.»

«E quindi ci crediamo ancora? Al destino, al filo rosso…?»

Annuisco, assorta. «Certo.»

«E visto che, palesemente, il Consulente non era il nostro destino» si interrompe con una risata amareggiata, poi continua «pensi ancora che ci sia qualcuno destinato a noi?»

«Penso di sì. Io di tanto in tanto lo sento, il filo che tira.»

«Sarebbe bello sapere a chi è legato.»

Rido. «Nelle mie fantasie più spietate mi dico che l’Universo lo renderà talmente ovvio da non aver alcun dubbio.»

Si lascia sprofondare contro il divano, sospira. «Sarebbe bello conoscere già il finale.»

«Certe volte conta più il viaggio.»

Alza gli occhi al cielo. «Dio. Ma che noia che sei!»

«È la verità» incalzo. Restiamo in silenzio per qualche minuto. «Lo sai che quest’anno dobbiamo rifare la maturità?»

Strabuzza gli occhi. «Oddio, no!»

«Eh, già.» Rido. «Ma il coltello è dalla parte del manico, questa volta.»

«Cioè, mi stai dicendo che sei finita a dover interrogare gli studenti?»

La sua ingenuità mi diverte, ma mi fa anche un po’ pena. «I miei studenti già li interrogo. Ma sarò presto uno dei commissari alla maturità.»

«Questo significa che sarai spietatissima. Con noi lo sono stati?»

«No» rifletto. «È stato un bell’esame. Lo ricorderai per molto tempo. È la parte sentimentale che prevale. Ti sembrerà di aver raggiunto l’obiettivo più importante della tua vita.»

«Non è così?»

«Ci saranno altri obiettivi e molti altri traguardi, e sarà sempre e ugualmente emozionante.»

«Non siamo diventate della pancine, è vero?»

Rido, questa volta di gusto. «Certo che no.»

Tamburella le dita sulle proprie ginocchia. «Non c’è stato più nessuno?»

«Qualcuno, brevemente. Ma nessuno per cui valesse la pena restare.» Sospira. «Io sono felice.»

«Lo sei davvero?»

«Sì. Non nel modo in cui immaginavo a diciannove anni, ma lo sono. Mi sono presa le mie belle soddisfazioni in questi anni, non credere. Amo il mio lavoro, ho la sensazione di essere esattamente dove dovrei essere.»

«Non hai mai dubbi?»

«Certo che li ho, è naturale. Ma i ragazzi vengono da me se hanno un problema, si confidano. Ho un ottimo rapporto con i miei colleghi. Mattia è sereno, sta crescendo bene. A casa stiamo tutti bene.»

«Non abbiamo avuto la favola, però, tipo quella di mamma e papà.»

Stringo i denti, forse lei se ne accorge. Dice solo: «Oh, no.»

«Diciamo che quella di mamma e papà non era proprio la favola che credevamo che fosse.»

Si passa le mani fra i capelli. «Mi stai dando tantissime brutte notizie in questi giorni.»

«Perché restare insieme quando non si è felici?»

«Ma lo erano! Io me lo ricordo!» ora strilla, le intimo di abbassare la voce. «Mi ricordo dei viaggi in macchina, mamma che allungava la mano, accarezzava la nuca di papà, che lo guardava. Me lo ricordo bene. Era quello che volevo.»

Doso bene le parole da dire, perché so perfettamente che questo è un nervo scoperto, e che lo sarà ancora per molto tempo. «Essere felici non basta, serve che siano entrambi a voler costruire qualcosa.»

«Che palle, però.» Nasconde il viso negli avambracci. «Voglio tornare a casa.»

«Bisognerebbe prima capire come mai sei qui» rifletto ad alta voce.

«Abbiamo amici, vero?»

Rido. «Certo che ne abbiamo. Qualcuno si sta per sposare, altri hanno già figli, alcuni vanno ancora all’università. È un gruppo alquanto eterogeneo.»

«E… viaggiamo, vero?»

«Non quanto vorremmo, ma sì.» Le sorrido. «Dobbiamo ancora trovare il coraggio di prendere un aereo, però.»

«Non ce la posso fare.» Si passa le mani sul viso. «Che frana che sei.»

«Ma sul serio non c’è nessuno che ti piaccia?» sollecita dopo un po’. «Nessuno, nessuno?»

«C’è… un tizio, in realtà. Sto cercando di capire bene dove collocarlo.»

«Lo sapevo! Impossibile che non ci provino!»

Mi tocco la nuca, a disagio. «In realtà non lo fanno. È rarissimo che ci provino con me.»

«Impossibile.»

«Che necessità avrei di mentire?»

Sbuffa, per un po’ oppone resistenza. Poi desiste. «Parlami di lui.»

«Ma chi, il Marchese?» Ride e annuisce, innocente. «Magari ci fosse qualcosa da dire.»

«Come lo hai conosciuto?»

«Per caso, a scuola. Era venuto a tenere una lezione di sicurezza stradale per i ragazzi.»

Sembra confusa. «Ma che lavoro fa?»

«È un consulente strategico per la mobilità. Ma è anche un penalista.»

«Un cosa

«Lavora per il Ministero dei Trasporti.»

«È uno statale, quindi» sembra delusa. «Che palle che sei.»

«È affascinante!» mi giustifico. «È posato, di poche parole, brillante, istruito…»

«Siete già usciti?»

«No.»

«Perché?»

La cosa improvvisamente mi imbarazza. Non avrei voluto parlarne con lei. Con me. Non so proprio cosa dire.

«Ci sarebbe un tè in sospeso da bere assieme.»

«Un… tè?» brontola. «Tipo, in lattina?»

«Tipo, un Afternoon Tea

Strabuzza gli occhi. La sua espressione va a metà strada tra sdegno e disgusto. Uh, un altro colpo basso.

«Ha qualche tipo di sottotitolo o…»

«No, davvero. Si è creata questa cosa del tè…»

«Come si è creata questa cosa del tè?»

Dio, ma ero davvero così spietata a diciannove anni? Prendo il cellulare.

«Fammi vedere.» Me lo strappa dalle mani. «Molto il nostro tipo. È un giacchettino

«Già.»

«Ha proprio la faccia da Marchese, in effetti.»

«Che ti avevo detto?» La scruto assorta, aspettando che dica qualcosa.

Riguarda la foto profilo, gira il cellulare un paio di volte. «Sembra una palla al piede.»

«Lo dici solo guardando una foto?»

«Sembra uno che risponde alle mail anche il sabato.»

Mi lascio trascinare, ridacchio appena. «Ma va.»

«Ha la faccia di uno che chiude i messaggi con “cordialmente”.»

Sbuffo. «È elegante.»

«È beige.»

«Non è beige.»

«È beige emotivo.»

«Appunto» ricalco. «Forse è la persona giusta per me: una persona beige. Che non abbia tratti rossi e che, possibilmente, non mi traumatizzi.»

«Ma tu non sei una persona da beige, Fla’. Noi siamo persone da rosa. Rosa glitter, rosa Barbie. Occhiali da sole rosa attraverso cui guardare l’amore. Lo sai.»

«Ho trent’anni. Quelle cose lasciamole alle ragazzine.»

«Non hai ancora trent’anni.» Emette un lieve rantolo. «Ma ti piace davvero?»

«Sì. Credo di sì.»

«Perché?»

«Perché…» temporeggio. «Perché mi dà l’idea di essere una persona seria.»

«E quindi?»

«E quindi stabile.»

«E quindi?!»

«E quindi affidabile.»

«Mamma mia, che noia.» Si accascia sul tappeto, teatrale. «E ci ha già scritto?»

«Mh» mi schiarisco la gola. «Veramente gli ho scritto io.»

«Non ci credo! Ma che sfigata!»

«Perché mai? È il 2026, sono una donna emancipata. Perché dovrei avere timore di scrivere a un uomo?»

«Oh, mio Dio.» Mi guarda fisso, è inquietante. «Tu sei piena così d’ansia.»

Mi viene da ridere, so che non dovrei. «Ma che ansia e ansia.»

«Non lo hai fatto davvero. Ti prego, dimmi che non è vero. Sto sognando!»

«Hai appena incontrato la tua versione ventinovenne, e ora come ora la cosa più sconvolgente è una chat avvenuta con un uomo di trentasei anni?»

«Non sono i trentasei anni che mi turbano» ammette, afflitta. «È che solo una sfigata come te poteva contattarlo su LinkedIn. Ma dico io, stiamo forse scherzando? Non sei neanche così cessa!»

L’imbarazzo giunge a ondate, come la marea. «Mi sembrava il modo migliore di restare nell’ambito professionale. Sono una professionista, io. L’amore è anche una questione di pragmatica: se ti interessa qualcuno, prima raccogli abbastanza dati da ridurre al minimo il margine d’errore: it’s business, baby

Apre la bocca, poi la richiude. Scorre la chat. Una, due, tre volte. «Tutto qui?»

«Sì.»

«E poi non ha più scritto?»

«No.»

Mi fissa un secondo di troppo. «’Sto qui non ci sta, te lo dico io.»

«Perché mai?»

«Vi siete scambiati diciassette messaggi, e solo in nove si vantava del suo lavoro. E, credimi, lo ha capito solo lui che lavoro fa.»

Cerco di sviare, scuoto la testa, bofonchio un paio di scuse.

«Non ti ha neanche chiesto che lavoro fai tu.»

«Lo ha dato per scontato. Ha letteralmente scritto: “mi sarei aspettato un hello”. È sottile.»

«Non è sottile, è una palla.» Mi strappa di nuovo il telefono. Legge ad alta voce la mia risposta: lo avrei fatto se mi avessi invitata per l’Afternoon Tea. Simula un conato, me la prendo a morte. «Ora te lo dico io cosa devi fare: mandagli la richiesta su Instagram.»

«Che cosa? Ma sei impazzita? E se fosse fidanzato, che figura ci farei?»

«Se fosse stato fidanzato, non avrebbe proprio dovuto risponderti “lo farò solo per sentirmelo dire”. Basta dormire, Fla’. Mandagli la richiesta. Con i se e con i ma la storia non si fa.»

La cosa mi turba, e non poco. Non sono quel tipo di persona. Non sono quella che ci prova per prima. Voglio una cosa organica, naturale, che sembri destinata. Voglio qualcuno con cui fare click all’istante. Qualcuno che mi scelga.

«Aspettiamo.»

«Se aspettiamo lui facciamo la schiuma» brontola. «Ti piace? Allora scrivigli.»

«Ma l’ho già fatto…»

«E allora riprovaci. Dagli una finestra sulla tua vita, permettigli di conoscerti. E non dicendogli solo: “guarda quanti premi letterari, quanti bei corsi d’aggiornamento professionale e bla bla bla…”. Con questo qui non si capisce niente.»

Sbuffo, mi riprendo il cellulare. Mentre digito il nome nella barra di ricerca mormoro: «Ribattezzato: il Marchese delle Euristiche.»

Ridacchia. «Bella questa.»

Ok. Richiesta inviata. Flavia diciannovenne si sporge sulla mia spalla, trattiene il respiro. Per qualche istante non succede niente. Lo schermo si spegne. Sono tentata di dirle: visto? Ma poi si illumina, compare il suo nome: ha accettato la tua richiesta di seguire il suo account. E, subito dopo, ha iniziato a seguirti.

Strilla, esagitata. La zittisco. Se Mattia si sveglia è finita. Vorrà sapere per filo e per segno cosa sta succedendo. E qualcosa mi dice che sarà peggio di quella volta che mi ha chiesto: sei proprio sicura che sia davvero Gesù a portare i bambini?

«È proprio nostro figlio» commenta lei. «Come te ne sei uscita?»

«Ho detto: sono sicura

«E lui?»

Rido al ricordo della sua espressione meditabonda e alla risposta secca: mah, mamma, io pensavo venissero dallo sperma.

Mentre lei si sganascia dalle risate, io contemplo la notifica. Cosa fare, ora?

«Questa è la parte in cui gli stalkeri il profilo. Di solito funziona così.»

Tant’è. Una sensazione strana mi si aggrappa alla bocca dello stomaco. Lei forse se ne accorge, forse no. Ho bisogno di un attimo per ricalibrarmi. Non era come lo avevo immaginato.

«Che c’è?»

«C’è una lei.»

«Oh-oh.» Si lascia passare il cellulare. «Una Milady?»

«Non lo so.»

Scorre fino in basso, fa qualche rapido calcolo. Quando riemerge, boccheggia. Non ha molte foto, ma la timeline è di facile ricostruzione. Ci sono almeno dieci anni pieni dei loro ricordi. Cuori, like, commenti a non finire. L’ultimo post risale a mesi fa, a inizio anno. Lei non è presente in foto. Ha messo like, ma non ha commentato.

«Forse si è lasciato da poco» commento.

«Uh, red flag» afferma, categorica. «Ecco perché non ti ha più scritto.»

«E perché quel “lo farò” è finito nel dimenticatoio.»

Almeno su questo siamo d’accordo.

«Senti, lasciamo perdere, ok? Se scrive, scrive, io il passo l’ho fatto.»

Non sembra contenta, ma stranamente non si oppone. «Va bene.»

Il film è terminato, sono apparsi i titoli di coda, ma tanto chi lo stava guardando?

Trascorriamo il resto del tempo in silenzio, ci diamo il turno per il bagno, senza guardarci attraverso lo specchio, e ci sistemiamo alla meglio nel mio letto.

Sto contemplando il soffitto quando dice: «Secondo me ti scriverà.»

«Non lo so. Non credo. Se avesse voluto lo avrebbe già fatto.»

«If he wanted to, he would» commenta. «Lo hai detto tu prima, no?»

Devo averlo fatto. «Mi sa di sì.»

«Posso farti una domanda?» Gira la testa sul cuscino, non aspetta davvero una risposta. «Perché sei diventata così pessimista? Non hai passato tutta la sera a dire che sei piena, sei completa, che ti senti pronta a trovare l’amore? E bla bla bla…»

Sospiro, scuoto debolmente la testa. «Credo perché tu sei sempre stata troppo ottimista.»

«Comunque un po’ mi piace.»

«Cosa?»

«Questa persona che siamo diventate.»

Vorrei avere la sua sicurezza, mi dico. La sicurezza di potersi affacciare sull’orlo del precipizio e dire: forse cado, forse resto in piedi. Se non mi alzo non lo saprò mai. È il mio personalissimo gatto di Schrödinger: finché non scoperchio la scatola non saprò se è vivo o morto. Ma, nel frattempo, resto ancora un po’ qui. A godermi in pace il panorama. 

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