Uno
Un anno prima.
La circolare è arrivata ieri, nel pomeriggio. Seguiva il trillo squillante del cellulare, sul gruppo con tutti gli altri docenti dell’Istituto. Un evento blended in diretta dal Ministero, l’ennesimo, da propinare ai ragazzi come scusa per poter imbottire ben bene il bagaglio di competenze utili alla loro esperienza futura, in piena coerenza con una formazione che duri pressoché tutta la vita. Le pluriabusate life skills, per quelli del mestiere.
«Prof, ma tu hai capito che cosa dobbiamo fare?»
Il collega Buono si sporge sulla cattedra. Faccio questo mestiere da cinque mesi, e ho notato che diventa sempre più frequente e difficile tenere a bada la tentazione di ammettere che le cose che ho capito davvero sono poche. Scrollo le spalle.
«Qualcosa che ha a che fare con il traffico, non so…»
Mentre parliamo è già sulla porta, si morde un’unghia, aspetta che qualcuno varchi il corridoio e ci raggiunga in classe. Mi dà le spalle. A un certo punto borbotta: «Eh, il traffico».
I ragazzi oggi sono pochi, la comunità che li ospita in gran parte non ha aderito all’iniziativa. Ma i soliti sono qui, e mi guardano aspettando che dica qualcosa.
«Prof» pigola la ragazza dall’ultimo banco, «oggi è veramente carina.»
«È vero» la incalza un’altra. Un ragazzo mi indirizza un’occhiata pigra, torna presto allo schermo del suo cellulare. «Come mai è così carina, oggi, prof?»
«E come mai non ha un fidanzato?»
Soffoco una risata in un mezzo boccone, appollaiata sul bordo della cattedra.
«Come mai tutte queste domande?»
Le ragazze si guardano, maliziose. «Sul serio, prof, ma se è così carina allora perché non ha un fidanzato?»
Scuoto la testa, divertita. Buono ha lasciato il suo posto sull’uscio, lo sento parlare in corridoio ma non riesco a vederlo da qui.
«Perché sono cattiva» proclamo, «e antipatica.»
Il ragazzo alza un sopracciglio. «Questo è vero.»
La ragazza accorre prontamente in mio soccorso. «Sta’ zitto, tu! Che sei brutto, stronzo e brufoloso!»
«Ti deve venire un cancro alla lingua, così non parli più!»
Sedo il parapiglia con una prontezza che mi sorprendo di avere. Certi giorni sono più facili di altri. Certi giorni più rissosi di altri. È tutta una questione di bilanciamento.
Con il tempo ho imparato che le loro domande sono pressoché impossibili da anticipare. Ma ugualmente difficili da sviare.
La verità è che stamattina mi sono svegliata di cattivo umore. Quell’umore inspiegabilmente orrido, in lotta con sé stessi e l’Universo nella sua totalità. Poi ho scoperto che pioveva. Mia nonna ha ragione: con l’età si diventa meteoropatici.
Ma poi, poco prima di uscire, una parte di me si è detta: va’, fatti bella, sia mai che incontri il tuo futuro marito.
Questa cosa del futuro marito mi sta sfuggendo di mano, in verità. Era partito come un tormentone ingenuo, lo scorso dicembre, ed è diventato un mantra fastidioso. Deve essere l’orologio biologico che ticchetta.
«Mi raccomando» cambio discorso, «sta per arrivare un funzionario del Ministero dei Trasporti per darvi informazioni sul programma che seguirete a Torino.»
I ragazzi mi restituiscono deboli cenni della testa. «Chi è, prof?»
«Non lo so» ammetto. L’unica cosa che so è che è in ritardo. Buono torna, io esco dall’aula. Quando rientro il mio posto alla cattedra è occupato da un tipo corrucciato, capelli gellati, la giacca che fa difetto sulle spalle larghe. Buono mi accoglie con un’occhiata interrogativa.
«Buongiorno.»
L’uomo alza la testa, mi scruta al di sotto delle sopracciglia aggrottate. Non è proprio un uomo, è un ragazzo già grande. Un uomo, per come la intendo io, è qualcuno con un’età compresa fra i quaranta e Giovanni Buono, il mio collega qui presente. Questo qui è un trentenne con giusto qualcosa in più da dichiarare.
Non risponde. Abbassa lo sguardo sul computer, si accomoda sulla sedia girevole.
Le ragazze mi guardano, sento i loro sguardi che mi bucano la calotta cranica, ma non mi lascio interdire.
L’uomo si alza, collega il suo portatile alla LIM, si risiede, prende una manciata di fogli, li strappa dalla morsa delle spillette, mugugna: «Mettiamo un po’ d’ordine».
Onestamente, mi pare scorretto. Ha la voce profonda, l’aria impassibile, una lentezza posata, ogni gesto sembra essere compiuto con certezza matematica. È elegante, tenebroso, e spaventosamente affascinante. Ha l’aria di sapere esattamente chi è, cosa fa, in che direzione sta andando. Assomiglia a un Marchese d’altri tempi, pescato direttamente da un romanzo di Jane Austen.
È uno di quegli uomini per cui scriverei subito un messaggio a mia madre, implorandola di chiudere un occhio sulla forma. Quando a mia madre piacerà un uomo che mi interessa, sarà il momento di prenotarle urgentemente una TAC al cervello.
Mi ritrovo in piedi, le gambe rigide, i pugni serrati. Un campanello d’allarme squilla nella mia testa. Che sta succedendo?
La sua presentazione è breve e precisa, non utilizza quasi mai più della quantità di parole necessaria per veicolare il messaggio. È uno che va dritto al sodo. E i ragazzi sembrano stranamente tranquilli, si lasciano azzittire un paio di volte con il mero tocco di una penna picchiettata sulla cattedra. È uno che non le manda a dire.
Rovista un paio di volte nei suoi documenti mentre i ragazzi sono occupati a sbirciare annoiati la diretta sulla LIM. La connessione salta un paio di volte, e i ragazzi si distraggono. Si mettono a parlottare fra loro mentre lui aspetta pazientemente che torni il segnale.
Fa’ qualcosa, mi dico. Di’ qualcosa. Qualunque cosa. Non ce n’è bisogno. È lui che tende l’orecchio, improvvisamente interessatissimo alla conversazione che sta avvenendo fra due ragazzi. Mi sfugge un sorriso. Ho capito che cosa sta succedendo.
Si apre in tutta una serie di espressioni volutamente eccessive per la circostanza in cui ci troviamo, ma assolvono l’effetto sperato: attirano la mia attenzione. Ricaccio indietro una risata, mi ritrovo a mimarlo senza volere. Improvvisamente siamo entrambi talmente interessati alla conversazione che il video in pausa passa totalmente in secondo piano.
So cosa fare. Se mi chiede come mi chiamo basta rispondergli: Flavia. E se mi chiede quanti anni ho? Quanti me ne dai? Scuoto la testa al solo pensiero. No. Non ci sta. Meglio: ventinove, domani.
Ma il Marchese non fa nulla di tutto questo. Invece mi guarda, scuote la testa. E la cosa preoccupante è che anche io la scuoto, quasi in contemporanea. Sento le guance che vanno a fuoco.
«Ma perché fanno così?» bofonchio, fintamente impensierita per i miei ragazzi. La verità è che sono in panne. Ha gli occhi verdi, profondi come stagni, e quando mi rimetto dritta alza la testa, trattiene il mio sguardo un secondo in più del necessario. Fottuta!
Il suo è lo sguardo di un bambino timido a cui hanno rubato la palla al parco. Sembra curioso e un po’ turbato da qualcosa.
«Ma chi, i computer?»
Scuote di nuovo la testa. Ma poi sorride, si rimette a smanettare al pc.
Durante il tragitto verso casa ho bisogno di un istante per riprendermi. È imbarazzante. Imbarazzante, pensare che all’alba dei miei ventinove anni possa finire a fissare il vuoto pensando a un paio di occhi verdi e un sorriso sghembo, a una mezza stretta di mano, a una voce profonda. A un paio di sguardi senza nome, senza cognome, senza identità, senza direzione, in assoluta sovrabbondanza di incognite.
Sto costruendo un castello con due mattoni.
***
Alla fine è successo. L’ho cercato e l’ho trovato. Non so neanche io come abbia fatto. In tutta onestà, la cosa pungola positivamente il mio ego.
È bastata una ricerca su Google, un quarto d’ora scarso mentre ero a letto, preda dell’insonnia. Internet è un posto pericolosissimo.
I suoi social sono privati, ma a primo acchito non c’è traccia inequivocabile di mogli, figli o animali da compagnia. Ha un nome altisonante, volutamente pomposo, si sposa bene con il personaggio che si è creato: la camicia con i primi due bottoni allentati, la giacca elegante, jeans, stivaletti. Se la me adolescente lo avesse visto, avrebbe sicuramente strillato: è proprio il mio tipo!
Dio, che frana che sono. Ma quest’anno si cambia registro. Si cambia spartito, orchestra e regia. Quest’anno non ci si accontenta.
Sono giunta a una conclusione: se posso desiderarlo, posso ottenerlo. E quest’anno nella mia manifestation board c’è un piano ben preciso: trovare (e sposare, in tempi più o meno compatibili con una conoscenza quantomeno approfondita) il LOML. Love of my life. Il grande amore della vita.
La considerazione è avvenuta in tempi meno sospetti, con un piano strategico degno di una sparizione da Alcatraz. Per troppo tempo ho lasciato che fosse l’istinto a guidarmi, e si sa che la bussola delle mie relazioni è sempre stata smagnetizzata. Quei tempi sono cambiati.
Sono una donna completa, ora, non più una ragazzetta innamorata dell’amore. Ho un lavoro che mi appaga, una famiglia che amo, obiettivi da raggiungere, un’asticella che si alza a un ritmo pericolosamente cadenzato. E poi, da un po’ di tempo a questa parte, ho capito che non ho più paura. Ho voglia di amare, di essere amata come desidero. Io lo sento, il filo che tira. E da qualche parte dovrà pur portare.
Così, ho congetturato una strategia d’azione, per quando il LOML piomberà nella mia vita. Giusto per non farmi trovare impreparata.
Ma visto che alla strategia bisogna affiancare un po’ di sano delulu, lascio che il destino ci metta il suo. Con una piccola spintarella.
Così sorrido davanti alle candeline che ho infilzato nel tiramisù. Ventinove. Questo è l’anno della svolta, me lo sento. Ho sbaragliato ogni tipo di predizione sul mio conto, e solo negli ultimi tempi ho scalato cime che pensavo insormontabili. Sono pronta.
«Non desiderare subito qualcosa per il futuro» mi dice mia sorella mentre fa scattare l’accendino. «Desidera prima di abbandonare qualcosa in quest’anno qui.»
E così sia.
Che questo sia il mio ultimo anno da single. Sorrido. Quest’anno voglio incontrare il grande amore della mia vita.
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