Dieci
Un fulmine squarcia il cielo. Il borbottio del tuono rimbomba cupo, mitiga lo scroscio della pioggia. Il temporale estivo imperversa da tutta la notte. Ieri sera pioveva appena, ora non sembra proprio voler battere in ritirata.
Abbiamo lo stesso umore, io e quest’estate. Dieci giorni di sole, due di pioggia. E il ciclo si ripete.
Il mio temporale però va avanti già da qualche giorno. Da quell’ultimo: lo spero tanto.
Dio, che cazzata che ho fatto. La più grande cazzata degli ultimi dieci anni. L’unico uomo di cui mi sia mai realmente affezionata e che cosa faccio? Lo mando via con un gran calcio in culo.
La mia diciannovenne neanche mi parla più. Sono giorni che non mangia, che non ride.
Io mi nutro come prima, lavoro come sempre, esco con mio figlio. Ma quando sono sola piango come una bambina. È l’unico momento in cui posso permettermi di essere davvero vulnerabile: quando nessuno mi vede.
Persino Buono se ne accorge. «Sapevo di trovarti nel tuo ufficio.»
Gli sorrido appena. Mi raggiunge e si accomoda con i gomiti sulla ringhiera.
«Che succede?» Si schiarisce la gola. «Il tuo amico romano?»
«Mh.»
«Sapevo che c’era qualcosa che non andava. Ormai te lo leggo in faccia.»
«La mia faccia parla» convengo. «È uno dei miei difetti più grandi.»
Non dice niente per un po’, guardiamo le auto che parcheggiano in cortile. È presto, i colleghi non sono ancora arrivati. Neanche i ragazzi.
«Non vi siete più visti?»
Scuoto debolmente la testa. «Forse mi sono illusa, o forse ho rovinato tutto. Non lo so. Sto ancora cercando di capirlo.»
Non cerca colpevoli. Certo, il papà putativo che è in lui mormora un che stronzo a mezza bocca, ma io so che non è vero. Gabriele è molte cose, meno che uno stronzo. Almeno, non ho elementi sufficienti per poterlo assumere con certezza.
La porta dell’aula cigola alle nostre spalle. «Andiamo, ci aspetta un bel po’ da fare oggi.»
Un’auto parcheggia sotto di noi. Due studenti ci vedono e ci salutano. Batto una mano sulla ringhiera, un anello tintinna contro il ferro.
«Venite, Giuliette, i vostri Romeo vi aspettano!»
I ragazzi si sganasciano. Buono ride, mi dà un buffetto su una spalla. «Vieni, entriamo. Al lavoro, prof!»
Alla fine della sessione di esami mi sento svuotata. La passeggiata verso la fermata è una marcia cupa vero il patibolo. Almeno non piove più.
Sono tentata di scrivergli. Ormai è un’abitudine. Vorrei raccontargli degli strafalcioni di oggi, degli abbracci con i ragazzi, delle battute che ho fatto e che magari lo avrebbero fatto ridere. Sei simpatica anche tu, quindi, non me lo avevi detto!, mi balza alla mente. Rido da sola, ma poi mi viene da piangere.
«Dio, che scema» mormoro fra me. Sospiro. L’attesa per il bus è pressoché infinita.
Faccio l’unica cosa che non dovrei fare: risalgo la chat fino a quel selfie che gli ho mandato. Faccio partire l’audio.
Vabbè, magari ci andrai in futuro, che ne sai? Eh, beh… certo che mi fa piacere. Poi da ‘sto bel visetto, come fa a non farmi piacere? Pensa a me che sto andando a lavorare di notte. Ma… dove stai andando?
Sono due giorni che va così. Il pentimento arriva a ondate, come la tristezza. Piango così spesso che mi chiedo se non ho forse qualche problema. Mi tocco la fronte: niente febbre.
Io piango per tutto, ma non piango mai così. I miei piantini sono sistemi di filtraggio dell’emotività, mi servono solo per ripulirmi dal malumore, al massimo dalla rabbia. Ma non piango mai per tristezza. O meglio, era tanto che non mi succedeva. Ho bisogno di ricalibrarmi.
Sbuffo.
Faccio ripartire l’audio. Poi da ‘sto bel visetto, come fa a non farmi piacere?
Un bus mi passa davanti, lo guardo di sfuggita. Non è il mio.
L’autista mi saluta, ricambio agitando appena una mano. Una testa sbuca dall’altra parte del vetro. Qualcuno in piedi sui gradini. Fa segno all’autista di accostare. Ecco qua, solo lui ci mancava.
Il bus si ferma. Apre le porte. Sono indecisa. Vado, non vado?
Ficco il cellulare in tasca, mi sporgo verso la porta.
Sorride ma non posso vedere la sua espressione: indossa gli occhiali da sole.
«Ciao.»
Abbozzo un sorriso. «Ehi.»
«Alla fine non ti sei fatta trovare alla fermata, eh?»
Mi scappa da ridere. «Sei tu che mi hai dato buca.»
Ora ride anche lui. «Sei tu che non ti sei fatta trovare» ripete. Poi allunga una mano, gliela stringo. Ci presentiamo solo col nome di battesimo. Tutto qui.
«Certo che l’Universo quest’anno ha un tempismo pessimo con te, eh?» ci tiene a farmi sapere la diciannovenne quando restiamo sole.
«Già, non dirlo a me.»
«Che farai, ora?» mi domanda. Giocherella con le carte UNO che Mattia ha abbandonato sul tavolo in terrazzo.
«In che senso?»
«Non puoi lasciare andare tutto così.»
Il cellulare vibra sul tavolo. «E che cosa dovrei fare? Penso di aver già fatto abbastanza.»
Una notifica di Instagram. Mi perdo un battito. Aggrotto la fronte. Ah, no.
«Oddio.» Si sporge oltre la mia spalla. «Ma è…?»
«Come diavolo ha fatto a trovarmi?»
Flavia ride, sguaiata, tira le gambe al petto. «Hai capito il Maestro delle Potature! È anche specializzato in stalking! E gli è bastata mezza giornata!»
Scuoto la testa. Un nuvolone nero si abbatte sul mio umore. Non è ciò che volevo.
Accetto. Mi scrive dopo poco: Sei tu che mi hai dato buca! Ahaha.
«Uuuh, carino» commenta. Ha ritrovato una certa vitalità. Le è servito poco: beata gioventù. «Gli piacciamo, te lo dico io. Guarda che briga s’è preso di cercarti solo dal nome. Dal nome, Fla’! Che ti avevo detto io? Puoi avere chiunque, sei proprio una gnocca.»
Rispondo distrattamente, mentre digito una risposta senza pretese. «Io non voglio chiunque.»
«Posso chiederti una cosa?» Annuisco, lei continua. «Solo per stasera, ti prego, smetti di piangere per Gabriele e dai una possibilità a questo Mastro Controllore, ok?»
Annuisco adagio. «Va bene.»
«Hai passato mesi a osservarlo, ora che te lo trovi davanti non gli dici niente?»
«Io osservo solo per curiosità» chiarisco.
«Lo so, anche io sono così» mi sorride, bonaria. «Ma forse il grande amore non arriva con la fanfara e un cartello che dice “Attenzione: LOML. Data di nascita? La stessa tua”.»
Si piega in due dalle risate. Onestamente non so cosa ci sia tanto da ridere.
«Già» minimizzo.
«Forse è più facile di così» continua. «Forse devi solo guardarti un po’ intorno. Lasciarti incuriosire.»
La cosa non mi incuriosisce affatto. Dopo tre messaggi il Maestro mi sta già facendo trauma dumping sulle ex pazze e gelose gli hanno rovinato la vita.
Flavia diciannovenne sembra esasperata. Mi fissa, la bocca schiusa, un filo di bava che minaccia di uscire. Mima: che palle.
Socchiudo gli occhi, mi premo un punto fra le sopracciglia, proprio dove fa male.
«Hai già giocato la carta del bebè?» mi domanda, sardonica. «Di solito scappano via subito quando lo dici.»
«Fatto» convengo. «Mi ha anche già chiesto se ricevo gli alimenti.»
«Ma gli uomini hanno tutti una fissazione con l’INPS di cui non sapevo nulla?»
«Non saprei.»
«O hanno paura di doversi accollare un figlio non loro?» insiste. «È così assurdo pensare che una donna che lavora, che ha una famiglia alle spalle, non abbia bisogno di un uomo che la mantenga?»
Scrollo le spalle. «Misteri della vita.»
«Invitalo a bere un caffè.»
«Che cosa?» strillo. «No, non se ne parla.»
«Perché no?»
«Non mi va. Non… non mi prende. Mi ero fatta un film. Mi sto annoiando.» Mi mordo un’unghia. «Non c’è quel feeling, non si parla liberamente, vedi? Non… non mi sento capita. Devo spiegarmi troppo. Ho già fatto due figure…»
«Demmerda.»
«Eh.» Il suo sorrisetto mi intenerisce. «Non c’è nulla in più. Manca quel qualcosa in più, capisci?»
E infatti non succede nulla. Lo invito per quel caffè, accetta. Ma, a tre ore dall’appuntamento, dà forfait.
«Che scusa ha usato?» Sto togliendo lo zaino, lo sto abbandonando in un angolo del salotto. La diciannovenne mi segue come un segugio per tutta la casa. «Gli è morto il cane?»
«Il padre lo ha chiamato, aveva bisogno di lui. Gli ho detto: tranquillo. Io non gli ho più risposto, lui non si è più fatto sentire.»
Ride. Dapprima piano, poi sempre più forte. Una risata piena, grave, gutturale, che le cambia espressione e la rende più bambina di quanto non sia.
Rido anche io, mi lascio condizionare, ma alla fine la risata si trasforma, e piango.
Mi abbraccia. «Credevo non te ne fregasse nulla del Maestro.»
«Infatti.»
«E allora perché piangi?»
«Forse avrei dovuto aspettare qualche giorno? Forse ho corso troppo?» Nascondo il viso fra i palmi. «Che stupida. Io e questa maledetta favola.»
Mi aspetto che mi dica qualcosa, invece si acciglia. Poi sbraita senza controllo. Mi spinge via.
«Perché continui a chiamarla favola?» grida. «Perché? Perché, dannazione? Non hai ancora capito che non abbiamo bisogno di qualcuno che ci salvi?!»
Mi asciugo il viso con un polso, prendo fiato. «Voglio qualcuno che mi incontri a metà strada. C’è un po’ di favola anche in questo.»
«E tu lo hai incontrato a metà strada, eh? Eh, Fla’? Lo hai fatto?» urla. «No! Sei scappata prima ancora di permettergli di fare un passo! Perché lo hai mandato via? Perché?»
Non rispondo. Lei insiste. È testarda, è caparbia. Non ce la faccio più.
«Perché?!»
«Perché lui è l’unico che mi abbia fatto sentire qualcosa dopo anni trascorsi a non sentire assolutamente nulla.»
Incassa il colpo, resta basita. Non se lo aspettava. Io nemmeno.
«Sei diventata proprio una codarda.»
Annuisco. Ha ragione. «Sì, lo sono. Ti fa sentire meglio?»
«No.»
«Immagino siano tante le cose che non ti piaceranno di te.»
«Imparerò a conviverci» dichiara, ferma. «È con questa codardia che non scenderò mai a patti. Perché questa non sono io.»
«E invece sì. Io non so che idea ti sia fatta di me ma…»
«Ma, cazzo, Fla’, quante volte hai dovuto fare quel passo in più, e non hai avuto neanche un po’ di paura? Quante volte?»
«Ti sbagli, io ho sempre paura.»
«Sì, ma le cose le fai comunque. Anche spaventata.» Sospira. «Do it scared, ricordi?»
«Questa volta è diverso…»
«Perché? Perché questa volta non hai un manuale che ti indichi la fine? Perché non sai che voto prenderai a questo esame? Perché sai che non potrai rifiutarlo senza conseguenze?» Mi guarda fisso, io la evito. «Ti sei presentata a colloquio a scuola dicendo: non accetto se mi obbligate a partire per il PCTO, perché in questo momento non me la sento di lasciare mio figlio per due settimane. Se è indispensabile per la mia assunzione, non firmo. Sai che significa? Che avresti potuto perdere un’occasione. E invece hai tirato fuori le palle.»
«Non è tirare fuori le palle il mio problema, e lo sai.»
«No, infatti. Il tuo problema è fartele rientrare» sputa fuori, brusca. «Ricordarti che puoi essere anche morbida. E invece la tua morbidezza ti spaventa.»
Digrigno i denti. «Mi spaventi tu.»
«Io?»
«Sì, tu. Tu eri quella morbida, quella che aspettava, quella che guardava sempre il lato positivo di tutto, che giustificava, che si diceva: magari sono io, magari ho sbagliato, magari, magari…»
«Ah, infatti devo dire che nel frattempo sei diventata proprio una stronza coi fiocchi.»
Scuoto la testa, amareggiata. «Ah, grazie.»
«Sì, sei proprio una stronza. Una stronza!» grida, i pugni serrati. «Non è Gabriele il tuo problema, sei tu! È questa maledetta paura che hai di restare sospesa. È la paura di finire come con papà, che prometteva e non restava mai, come con il Consulente, che ci ha lasciate sole a rimettere insieme i cocci, come gli altri, che ci guardano ma non si avvicinano mai. E la verità è che sei diventata una persona chiusa, e cinica, e spaventi gli uomini, e non lasci che ti conoscano, che si innamorino di te, perché la verità è che sei una stronza, e hai paura, e per colpa tua io non incontrerò mai l’amore della mia vita!»
Brucia le navi. Si ritira in buon ordine, sbattendo la porta come l’ultima volta. Mi lascia sola con me stessa, l’eco dei suoi insulti che ancora vortica per casa.
Ecco. Eccolo qui, il momento che cercavo. Il ricordo giunge da solo, ritorna a me come se non fosse mai andato via.
Di colpo ho di nuovo diciannove anni, alla festa al pub irlandese. Ci sono le ragazze, c’è la mia migliore amica, c’è mia sorella, c’è il Consulente. Vorrei che mi scegliesse sempre come oggi. Prima di incontrare i suoi amici. Prima di essere lasciata indietro. Arriva la torta, accendono le candeline. Io sorrido, so cosa desiderare: voglio essere felice con il grande amore della mia vita. E soffio.
Mi alzo di scatto, la raggiungo in camera. Sta piangendo.
«Ho capito!» grido, la scuoto. «Ho capito perché sei qui!»
Mi guarda senza un’espressione ben precisa, ha il viso gonfio dal pianto.
«Perché?»
«Abbiamo espresso lo stesso desiderio, a dieci anni di distanza.»
Si tira a sedere al centro del mio letto. Aggrotta la fronte. «Non capisco.»
«Tu hai desiderato di essere felice, giusto?» Annuisce adagio. «Io ho desiderato di essere ancora più felice. Tu volevi lui, io volevo la versione finale, quella che mi fosse compatibile.»
«Pensavo che volessi incontrate il love of my life» bofonchia.
«Sì, ma non capisci? Non era una persona, era una destinazione.»
«Come, non era una persona?»
Schiocco la lingua, scuoto la testa. «Il love of my life è una persona, ma anche un modo di amare, di arrivarci, capito? Se non avessi fatto le scelte che ho fatto alla tua età, oggi non avrei il coraggio di dire: forse merito di essere amata anche io così.»
«E cosa c’entra con me?»
«Che tu dovevi amare le persone sbagliate per capire di volere quella giusta.»
Non sembra convinta. «E tu, allora?»
Mi prendo un attimo prima di rispondere. «Io ho fatto una cazzata atomica con Gabriele. Ho lasciato che la paura prendesse il sopravvento.»
Si prende un labbro fra i denti, vorrebbe mettersi a piangere. «E ora?»
«Magari si scoprirà che non siamo compatibili, o che non ci piacciamo così tanto, ma avrò imparato una lezione che mi servirà per tutta la vita…»
«E… cioè?»
«Che posso provare ad amare pur sentendomi fragile.»
Mi abbraccia. Mi stringe forte, e singhiozza. Lei non lo sa, ma ho passato gran parte di questi anni a provare risentimento per lei. Per il suo cuore innocente, per la sua ingenuità. L’ho odiata, offesa, colpevolizzata, pugnalata. E forse per questo è tornata a me. Perché potessi perdonarla, e perché lei potesse perdonare me. Due versioni della stessa persona, riconosciutesi nella stessa fragilità.
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