Storia · capitolo 12

Undici

La strada che porta a te di Fabiana



Alla fine è andata via. Il mattino successivo lei non c’era più.

Per qualche giorno ho continuato a cercarla, a chiedermi se stesse bene. Poi me ne sono ricordata: sto bene. Benone. Alla fine me la cavo, in una maniera o nell’altra.

Un giorno ho preso il pc, e ho scritto. Giovedì pomeriggio, la penultima settimana dei colloqui orali. Ho iniziato a battere sui tasti e non ho più smesso, la storia voleva essere buttata giù a tutti i costi.

Non sono sicura di aver scritto, forse ho sanguinato sulla tastiera. Dopo anni di silenzio, dopo anni a chiedermi: chi sono? Alla fine ci sono arrivata. Meglio tardi che mai: questa sono io.

Una che non si restringe per piacere agli altri, che non ha più voglia di rimpicciolirsi, di dire: va bene, fingo di essere diversa, di essere intera. Forse mi accontento

E poi ho finito. Ho vomitato tutto in meno di centotrenta pagine. E mi sono sentita meglio. 

Lunedì. La prof Flavia è sopravvissuta al weekend. Ha posato il pc, ha rimesso la divisa da esami. Questa Flavia qua è felice, e lo sa. Carico una storia che non è indirizzata a nessuno. Non mi importa davvero sapere se Gabriele la vedrà. Non perché non voglio: è che non cambierebbe le cose. Non significherebbe ricevere un messaggio in cui mi dice: ti va ancora quel gelato? È che questa sono veramente io: ero così prima di lui, sono così dopo di lui.

Un messaggio fa vibrare il mio cellulare sul banco. Mi distraggo volentieri: il candidato parla di tutto e niente, un niente che vorrebbe essere tutto ma non lo è.

Qualcuno ha risposto alla storia che ho postato prima di venire al lavoro: Che genere scrivi?

Non è possibile. L’Universo ha un tempismo pessimo quest’anno.

Perlopiù narrativa contemporanea, rispondo senza brio. Non so, non me lo aspettavo. Forse non lo volevo neppure.

Mi manda un vocale di quasi due minuti pieno di pause e intercalari, registrato con un tono fintamente altolocato e senza inflessioni, che io ascolto mentre corro verso la fermata. «Professoressa e scrittrice, il connubio perfetto. Senti… io non sono un’amante dello… scambio epistolare tramite social.» Schiocca la lingua, io aggrotto la fronte. «Che dici, domani pomeriggio? Sei libera?»

Non ci credo. Se la Flavia diciannovenne fosse qui ora direbbe: hai visto, Fla’, devi fare attenzione a quello che desideri. Perché magari lo si aspetta così tanto che quando finalmente arriva non lo si vuole più. 

Sotto la pensilina fanno ottantacinque gradi, sbuffo. Ma registro lo stesso, perché questa storia deve chiudersi subito. Subito tipo ora. 

«Senti, avrei accettato se fossi stato libero, se non fossi stato accompagnato. Ma impelagarmi in queste situazioni non è proprio il mio stile.» Faccio una pausa. «Perciò grazie per l’invito, ma devo declinare.»

«Flavia» ricalca, il tono grave, nel vocale successivo. «Io non insisto mai, ma questa volta devo. Voglio insistere. Guarda che non c’è nulla di male, mica ti mangio. C’è… una persona che ti reputa interessante. E poi… c’era quel tè in sospeso, non so se te lo ricordi.» Alzo gli occhi al cielo. Stupido Marchese, tu e le tue euristiche del cavolo. «E poi, non dovevi dirmi quell’hello in perfetto stile inglese? Parliamo soltanto, non c’è nulla di male nel parlare dinanzi a ciò che vuoi. Un caffè, un tè, quello che vuoi.»

Gli rispondo: «Senti, io non lo so se tu funzioni in differita, ma questa storia del tè risale a tre mesi fa. Ed era molto prima che scoprissi che in realtà sei fidanzato. E guarda, non insistere, perché non sono il tipo. Non è che se insisti e insisti alla fine cadrò. Io non cado. Facciamo così: o la smetti, o la smetti. Non mi sento neanche adulata, credimi. Non lo faccio perché tu insista. Anzi, preferirei che la smettessi.»

Quando finisco di registrare mi rendo conto che sto ridendo. La situazione è talmente allucinante che non riesco a smettere di ridere. Ho chiesto all’Universo di mandarmi il mio LOML, non una serie di crash test di preparazione. 

Non si dà per vinto. Manda tre vocali, uno dopo l’altro.

«Che testa dura che c’hai. Devi essere un segno di fuoco. Sei Ariete? Ma guarda che non c’è nessun pericolo. Io la vedo una cosa totalmente normale. Non capisco questo tuo chiuderti, saremo separati da un tavolo, ci sono delle persone. Testa dura. Comunque non è che voglio farti cadere. Semplicemente una cosa normale.» Emette una risata gutturale sul finale, prima di una breve pausa. «A che ora?»

«Tocca insistere con questa arringa, ma tu guarda. Vabbè. Ma voglio conoscerti, è una conoscenza. È da quando hai messo piede in quell’aula quel santo giorno che voglio fare questa cosa, poi per tutta una serie di avvicendamenti, di situazioni, quant’altro, non c’è stato nulla.»

Avvicendamenti, ripeto dentro di me. Dio, che stronzo. La me diciannovenne riderebbe a crepapelle. E poi mi direbbe: eccerto, le fidanzate si chiamano così, mo’. Avvicendamenti. Che hanno un nome, un cognome e un indirizzo di casa

«Questo, capito? Si parla, si dialoga, possiamo parlare anche di… che ne so, come conseguire la patente C, la patente D, cioè, quello che vuoi, capito? Finalizzato alla conoscenza. Conoscenza. Nessun doppio fine. Nient’altro. Conoscenza. Tutto qua. Cioè, perché ti schermi così tanto? Io non è che voglio insistere così tanto. Solo che ci tengo a questa cosa. Ci tengo. Io non lo faccio mai, con nessuno, sottolineo nessuno. E arrivano tante richieste, eh. C’ho tante richieste, ma non me ne frega un cazzo. Non so. Tu c’hai qualcosa di particolare, di diverso.»

«Ripeto, a me non piace insistere. Non insito mai. In generale, nella vita, non sono una persona che insiste sulle cose. Ma con te, non lo so, credo che ne valga la pena. E sono convinto di questa cosa. Poi, se è un problema che riguarda gli spostamenti, non preoccuparti. Qualsiasi cosa, basta che me lo chiedi. Cioè, stai parlando comunque con un avvocato del Ministero, siamo un’élite in Italia. Siamo in pochissimi a farlo. Ragion per cui non è un problema raggiungerti. Qualsiasi problema inerente alla logistica, o quant’altro. Tutto qui. Senti, io mi preparo. Pensaci. Dai, pensaci.»

Come no. Scuoto la testa, profondamente divertita. Faccio l’unica cosa su cui la Flavia diciannovenne e la sottoscritta converrebbero senza alcuna diatriba: 

Non seguire più. 

Rimuovi dai follower.

Blocca.

Mi abbandono a una risata sonora. Cosa direbbe lei?: «Ciao, core!» E basta con ‘sti giacchettini.

Riapro la storia di stamattina. Tra i like c’è anche il suo: Gabriele. Sorrido. Forse la porta è ancora socchiusa.

Intanto, lei un po’ mi manca. E mi dispiace, come mi dispiacerebbe se quelle cose fossero successe a una mia amica. L’avrei consolata, le avrei detto: lascia perdere quello stronzo, o: non sei obbligata a tenerlo, se hai paura.

Ma la verità è che non mi sono mai pentita delle scelte che ho fatto, neanche quando esse presupponevano una mancanza, il lasciar andare qualcosa. 

Ho lasciato andare così tanto che, alla fine, ho pensato andasse bene così. Non era vero.

Ho terminato la maturità. Il cerchio dei dieci anni si è finalmente chiuso. Non ho avuto chi è venuto a prendermi a scuola, un mazzo di fiori sul sedile del passeggero. Va bene così. Quella era una fantasia che apparteneva alla Flavia diciannovenne.

Ma è successa una cosa persino più impensabile: ho messo radici. Ci ho riflettuto abbastanza, mi sono detta, da capire che questa volta il vero coraggio non sta nell’andare via, ma nel restare. Perché non mi vedo in nessun altro ruolo, in nessun’altra mansione. Eppure, la domanda della Dirigente mi ha colto alla sprovvista: «Professoressa, resterà con noi anche il prossimo anno?» 

È stato così che, nel bel mezzo della presidenza ho pensato: eccomi qua, sono io. «Sì, se vorrà tenermi ancora con lei.» 

«Non gliel’avrei chiesto, altrimenti. Mi è solo dispiaciuto che non abbia partecipato al viaggio del PCTO…»

Ho ponderato un attimo. «Magari il prossimo anno mi organizzo meglio.» E ci siamo scambiate un sorriso.

In tutta sincerità non riuscirei a rinunciare ai ragazzi, alla routine. Non è ancora finita e già mi manca, più chiaro di così si muore. C’è ancora molto da imparare, ma credo di essere pronta. Alle statali, a Roma, ci penserò poi.

Due ore più tardi è arrivato il regalo. «Professoressa» ha tuonato il Presidente all’improvviso, il tono incisivo di chi non ammette repliche, «mi pare di aver capito che lei è romanista.»

«Simpatizzante.»

«E allora apprezzerà di certo questo mio cadeau» ha continuato calandosi verso il suo zaino. «Mi ha fatto pensare subito a lei.»

Ha srotolato la sciarpa, ci ho messo un attimo a leggerne lo slogan goliardico: chi ve se ‘ncula. Una sghignazzata generale ha riverberato nell’aula. Molto Flavia diciannovenne, molto in tema con quest’estate, ho pensato. Io e Buono ci siamo scambiati uno sguardo d’intesa, abbiamo soffocato entrambi una risata.

Dunque, oggi questa Flavia qui è qualcuno di perfettamente leggibile, e di facilmente corruttibile. Vera. In tutta la sua dignità e in tutta la sua ridicolaggine contemporaneamente. Che scandalo atroce.

La verità è che c’è ancora un po’ di quella vecchia Flavia in me: quella romantica, sognatrice, quella che vorrebbe il Richard Gere che si presenta sotto casa con una rosa fra i denti. Solo che non le lascio più tenere il volante come vorrebbe.

La mia vita non sarebbe la stessa senza di lei, senza i suoi errori. E a me piace la mia vita. La rispetto, la coltivo. Le do acqua come a un seme, e ogni tanto sono abbastanza fortunata da vedere qualcosa spuntare dalla terra umida, mai troppo secca, mai troppo zuppa. 

Qualche volta ci penso ancora a lei, ma con tenerezza. Sarai felice, le dico, avrai finalmente trovato la strada che porta a te.

Quanto a Gabriele, avrei solo dovuto dirgli: ho paura

Avrei potuto dirglielo. Scrivergli: Roma ormai mi fa pensare a te. Riaprire la vecchia chat, rispondergli a una storia. A quel selfie un po’ sfocato, in barca, al largo con l’amico, la polo marrone, quel sorriso tranquillo. Quel qualcosa in più. Chiedergli: cosa ti fa ridere? Che cosa ti spaventa? Che pensi quando sei da solo? Raccontami.

Non l’ho fatto. Perché alla fine, quando conta davvero, con le parole faccio proprio schifo. Sono una frana. Gli ho messo like, come a dire: mi piaci. Perché è vero. Mi piaci, mi manchi. Nient’altro.

E quindi alla fine ho fatto quello che so fare meglio: ho scritto di lui. Una confessione, una dichiarazione di intenti. Semplicemente, un’ammissione di colpa. 

Senza aspettarmi nulla. 

Per spegnere il rumore nella mia mente.

Per chiedergli scusa.

Per dirgli finalmente: Non eri tu. 

Ero io. 

Avevo paura.

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