Storia · capitolo 5

La resa e la liberazione

Ombre, colori e luci del futuro di Susanna Andreone

Fece per avvicinarsi alla porta, ma non aveva ancora fatto due passi che si sentì afferrare per un braccio. Un tocco breve, deciso, che le bloccò il movimento. Si voltò, incredula.

Andrea era davanti a lei, più vicino di quanto le fosse sembrato da seduto. Il suo sguardo, però, era esattamente lo stesso di allora, quel misto di sicurezza e fragilità che le era sempre sembrato irresistibile, perché la faceva sentire, contemporaneamente, protetta e necessaria.

Le venne prima da ridere e poi da piangere, e le risuonò dentro al petto il campanellino che riprendeva a tintinnare, stavolta più forte, per farsi sentire.

Le parole gli uscirono a ondate. Perché se n’era andata, dove era finita, con chi, come aveva potuto sparire così. Lui parlava velocemente, quasi sovrapponendo le frasi, come se temesse che un’altra fuga potesse interromperlo da un momento all’altro. Disse di essersi sentito in colpa, di aver capito tardi, di essersi rassegnato quando non era riuscito più a trovarla, ma che non era riuscito a far funzionare la sua, di storia.

E mentre lui parlava, le si accendevano, una dopo l’altra, le diapositive del passato. La casa di montagna, spesso teatro dei loro incontri, con le sue pareti di legno e la luce calda del camino. Una settimana bianca organizzata fra bugie e mezze verità, la neve che rifletteva il sole e li costringeva a strizzare gli occhi. Una trasferta di lavoro in cui lui l’aveva raggiunta di nascosto, i corridoi di un altro albergo, la stessa moquette, le stesse porte, lei che si guardava allo specchio chiedendosi come fosse arrivata fin lì.

Ricordò la volta in cui, sotto Natale, il padre di lui li aveva visti uscire da un locale, troppo vicini e troppo sorridenti. Un volto irrigidito, una domanda non posta, uno sguardo che era già una condanna. Ricordò le smentite, le giustificazioni, le mezze verità. Una tavolozza di bugie che lei stessa aveva imparato a maneggiare con maestria.

Sapeva dall’inizio che stava camminando su un terreno minato, ma aveva scelto di non vedere le linee rosse. Gli amici l’avevano messa in guardia, lei aveva fatto spallucce. C’era un’alchimia troppo forte, un magnetismo che la faceva sentire viva ogni volta che lui entrava in una stanza. Nelle loro stanze, c’erra posto solo per loro due.

Ora, però, guardando il viso di Andrea così vicino al suo, la percezione era diversa. Si sentiva sdoppiata: una parte di sé ancora trascinata da quell’onda, l’altra rimasta indietro, alla finestra, a osservare la scena come fosse un film.

Fu in quella sospensione che capì due cose. La prima, che non ci si libera mai davvero dei ricordi. Si possono spostare, attenuare, mettere in ombra, ma basta uno spicchio di luce inattesa perché tornino a stagliarsi netti. La seconda, che, in quei quattro anni, il quadro era cambiato. Non solo i colori, ma la prospettiva.

Mentre lui la stringeva, sentì salire una seconda fitta allo stomaco, ancora più acuta. L’odore di fumo e gomma da masticare che aveva sempre associato a lui la riportò indietro con violenza, ma insieme le fece vedere qualcosa che allora non vedeva: quanto, in quella storia, si fosse cancellata per riempire la sagoma di qualcun altro.

Le venne voglia di fuggire. Di allontanarsi, prendere l’ascensore, scendere nella hall piena di luci, chiamare Federico e dirgli qualsiasi cosa pur di sentire una voce che la riportasse al presente. Ma restò dov’era, non riusciva a muoversi.

Lui continuava a parlare, a chiedere, a confessare. Lei, all’improvviso, non ebbe più la forza di sostenere quella sovrapposizione di immagini vecchie e nuove. Tutto si annebbiò, come se qualcuno avesse girato la manopola della messa a fuoco troppo velocemente.

Poi, all’improvviso, il pianto che non era mai arrivato quattro anni prima la travolse in un unico, lungo, singhiozzo. Pianse come una bambina, il viso nascosto contro la sua spalla, lasciando che le lacrime scorressero senza più controllo. Le mani, strette contro il tessuto della sua camicia, sentivano il battito del cuore di lui. E tuttavia, dentro, qualcosa aveva iniziato a staccarsi.

Non pensava più a Federico, né all’aereo dell’indomani, né alla relazione sul congresso ancora da rivedere. Per alcuni minuti – o forse furono secondi – esistettero solo quell’abbraccio e quel pianto, la vecchia alchimia che tornava a esplodere con la stessa intensità di allora. L’ombra di tutto il resto sparì dal campo visivo.

Poi, lentamente, le lacrime si placarono. Si staccò di poco, abbastanza per vedere i suoi occhi. Ritrovò in quello sguardo il riflesso di una donna che, anni prima, aveva creduto che tutto si decidesse lì, in quella relazione, in quel “noi” clandestino. Adesso, invece, scorse qualcos’altro: si vide più grande, più stanca e, soprattutto, più lucida.

Non riuscì a dire nulla. Non c’erano discorsi da fare, né promesse da strappare. Semplicemente, prese atto. Di lui, di lei, di ciò che era stato e di ciò che non sarebbe stato più. Si rese conto che, sotto lo strato di emozione, l’idea che lui potesse tornare nella sua vita non accendeva più le stesse luci. Non così, almeno.

Lui parve leggere i suoi pensieri,, si sciolse dall’abbraccio, si ricompose, si sistemò il ciuffo. Ed uscì dalla stanza in silenzio.

Quando lei riaprì la porta, il corridoio le sembrò diverso. Le stesse pareti, lo stesso tappeto, ma le linee non le apparivano più così strette. Camminò verso l’ascensore sentendo ogni passo come un piccolo scarto, un cambio di direzione quasi impercettibile eppure reale.


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