Le ombre del passato
Aprì la porta e se lo trovò di fronte.
La moquette beige, le pareti color crema, le luci al neon verdastre: tutto si ritirò sullo sfondo. Davanti a lei c’era soltanto Andrea, in piedi, appoggiato allo stipite, il profilo tagliato in controluce dalla lampada del corridoio. Per un attimo ebbe l’impressione che il mondo perdesse i contorni, come in un vecchio film sovraesposto.
Sussultò. Lui, invece, sembrava perfettamente a suo agio, quasi provocatorio. La fissava con quell’aria quasi strafottente da chi si sente nel posto giusto, al momento giusto, senza aver chiesto il permesso a nessuno. Avrebbe voluto domandargli come avesse fatto a salire senza che alla reception la avvisassero, ma le parole non le uscirono.
Sentì una fitta allo stomaco. Capì, in quel momento, che i fantasmi del passato non erano scomparsi: si erano solo ritirati in zone d’ombra, pronti a riemergere non appena la luce giusta li avesse colpiti di nuovo. E la luce, quella sera, era lui.
Le venne voglia di inventare su due piedi una scusa per non andare a cena, di restare in camera, chiudere la porta e dormire fino all’indomani. Ma lui era già entrato, come se fosse casa sua.
«Non mi offri neanche da bere?», chiese, senza aspettare risposta sedendosi sul divanetto. Il fumo della sigaretta che si stava accendendo si arrampicò in spirali lente verso il soffitto, disegnando nell’aria forme che le ricordavano scene lontane: una casa di montagna, una sera d’inverno, un bicchiere di vino rosso, la luce del camino.
Lei lo guardò muoversi nella stanza in disordine, sfiorare con lo sguardo i suoi vestiti, il trolley spalancato. Aveva l’impressione che, insieme a lui, fossero entrate anche tutte le immagini di quella storia che aveva creduto sepolta, come un album improvvisamente riaperto.
«E allora?», disse lui, con la sua solita aria scanzonata.
E allora cosa? Avrebbe voluto rispondergli che, da quel pomeriggio in cui se n’era andata, era morta almeno tre volte e resuscitata altrettante. Ma la voce non le uscì.
Le tornarono nitidi alla mente i contorni di quell’ultima conversazione, quattro anni prima. Lui che, con disarmante semplicità, le aveva detto che non era più in pace con la sua coscienza, che la scelta che era obbligato a fare non era lei. Le parole erano state chiare, la luce cruda. Nessun melodramma, lei non aveva pianto, non aveva gridato. Aveva soltanto deciso di scomparire: numeri bloccati, vie tagliate, oggetti buttati.
Alessandra, la sua amica d’infanzia, l’aveva chiamata sentimentalona. Poi le aveva teso una mano concreta: un nuovo impiego di interprete in un’azienda del gruppo che possedeva la sua famiglia, un nuovo ambiente, nuove facce, nuovi corridoi da percorrere. Cambiare scenario per cambiare storia.
Era stata una scelta saggia, ma ci era voluto tempo. Aveva ricomposto i suoi pezzi lentamente, come un mosaico, tessera dopo tessera, fino a ricostruire un’immagine di sé che le sembrasse sufficientemente intera. Col passare dei mesi, il campanellino che suonava ogni volta che pensava ad Andrea si era fatto più flebile, fino quasi a spegnersi.
Poi era arrivato Federico, e tutto si era spostato su un altro piano: racconti, viaggi, incidenti, risate. I colori della memoria, riguardo ad Andrea, si erano scoloriti, come fotografie lasciate al sole. Al dolore e all’amarezza si era sostituita una specie di benevola riconoscenza. «Non tutti i mali vengono per nuocere», si era sorpresa a pensare, un giorno, osservando la luce del tramonto sul lago.
Credeva davvero di essere guarita. Fino a quella sera.
Ora lui era lì, a pochi passi, seduto sul divano color senape che la fissava in silenzio. Per un attimo ebbe la sensazione di guardarsi da fuori: due sagome in una stanza anonima, un quadro quasi astratto fatto di linee e macchie di colore. Lei, in piedi, con la borsa in mano, lui con la sigaretta accesa tra le dita.
Pensò che l’unica cosa sensata fosse uscire. L’aria fresca della sera, le luci della città riflesse sulle vetrate, le auto che scorrevano come scie luminose avrebbero potuto aiutarla a ritrovare un appiglio. Forse.
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