Storia · capitolo 2

L'Invalido e le affinità elettive

Ombre, colori e luci del futuro di Susanna Andreone

Sì, ora c’era Federico detto l’Invalido, come lo chiamava scherzosamente perché in quel periodo se ne andava in giro con un gesso bianco che gli avvolgeva il braccio come un’armatura lucida. «Frattura scomposta di ulna e radio, con frantumazione dello scafoide», declamava lui con aria quasi compiaciuta a chiunque gli chiedesse cosa fosse successo. Il gesso si riempiva di firme colorate, l’ennesima superficie della sua vita su cui gli altri depositavano nomi, date, disegnini, battute.

Questa volta era “solo” caduto dai rollerblades. Ma lei sapeva che invalido avrebbe potuto restarci davvero, anni prima, a causa di quell’incidente in servizio col paracadute che l’aveva immobilizzato a letto per mesi e poi costretto al congedo dall’Esercito. Da allora, si portava addosso una specie di luce intermittente: a volte abbagliante, a volte spenta del tutto.

Per lei, all’inizio, Federico era stato soltanto un insieme di forme fastidiose: la sua figura alta e dinoccolata piazzata proprio nella scrivania di fronte alla sua, il profilo barbuto che spuntava da sopra i divisori, la voce che tracciava linee sonore troppo rumorose nello spazio aperto dell’ufficio. Con la sua aria da avventuriero metropolitano – romano fino al midollo – le aveva ispirato immediatamente una feroce antipatia fisica. E, per qualche mese, era riuscita quasi a cancellarlo dal campo visivo, come si fa con una macchia sul vetro che ci si ostina a non vedere.

Poi, senza capire davvero quando, aveva iniziato a chiamarlo la sera, soprattutto quando era in trasferta. All’inizio per cortesia, per informarlo di quello che succedeva nella loro filiale tedesca, poi per abitudine. Ora, mentre si asciugava i capelli davanti allo specchio, l’asciugamano bianco gettato sulla sedia le ricordò il suo gesso. «Lo chiamo dopo», si disse, tracciando con il dito un cerchio sul vetro ancora appannato: un piccolo oblò che le restituì il suo occhio ingrandito, straniero.

Gli telefonava, sì. Ma per quale motivo? Amicizia, interesse, o qualcos’altro?

Scartò subito la terza ipotesi, ma non riusciva a definire ciò che provava per lui.

Federico era un tipo strano: vagabondo di natura, ex ufficiale, divorziato, una figlia già grande, una pseudo convivenza alle spalle con una concertista di nessuno aveva mai visto il volto, come uscita da un programma radiofonico. Lei, dieci anni di meno, infanzia a Boston per il lavoro del padre, laurea, lavoro di interprete per una multinazionale, aeroporti e hotel anonimi che si somigliavano tutti: tappeti geometrici, pareti beige, luci soffuse.

Cosa avevano in comune loro due? Quasi niente, se non quel misterioso filo che lei chiamava “affinità elettive”, citando Goethe per spiazzare gli amici quando le chiedevano cosa ci facesse lei, così piccolina, con quello spilungone barbuto e dinoccolato che non taceva un secondo. «Yoghi e Bubu», dicevano ridendo, vedendoli camminare insieme: lui lungo, lei che gli sgambettava al fianco. Una coppia stonata nel quadro, eppure, in qualche modo, armonica.

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