Storia · capitolo 2

Capitolo 2: LA BOTTEGA DELLE ILLUSIONI

IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da di Stefania Guarnieri

II CAPITOLO: "La bottega delle illusioni"


Il giorno stabilito per il colloquio, il cuore mi batteva con una violenza inaudita nel petto. L'indirizzo indicato si trovava nel cuore pulsante di Roma, a due passi da Piazza di Spagna, precisamente in Vicolo dell'Arancio 3. Era una stradina stretta e caratteristica, pavimentata a sampietrini, dove il frastuono del turismo di massa sembrava attenuarsi d'incanto, sostituito dal fascino discreto della Roma antica. Quando arrivai davanti al negozio, rimasi incantata. Le vetrine erano ampie, con cornici barocche di legno verde scuro e dettagli in foglia d'oro zecchino che brillavano sotto la luce dei lampioni storici. All'interno si intravedevano vasi monumentali, piatti decorati con motivi rinascimentali e statuine di una finezza incredibile. Era un vero tempio dell'artigianato di lusso.

Spinsi la porta di vetro e un campanello d'ottone brunito annunziò il mio ingresso. Venni accolta in una stanza d'attesa sfarzosa, che sembrava più il salotto di un palazzo nobiliare che un ufficio commerciale. Il pavimento era in cotto antico tirato a cera, le pareti erano rivestite di un tessuto damascato color cremisi e il soffitto era interamente affrescato con scene mitologiche popolate da angeli e ninfe sfumate nei toni del rosa e dell'azzurro. Rimasi a bocca aperta, con il naso all'insù, dimenticando per un attimo tutta la mia timidezza.

Pochi minuti dopo, una porta laterale si aprì e fece il suo ingresso il titolare. Otello Linari era un uomo dall'aria estremamente distinta, sulla quarantina, con fitti capelli brizzolati tagliati corti, occhi vivi e curiosi dietro un paio di occhiali con la montatura d'oro e un completo di lino che tradiva una sobria eleganza sartoriale. Si muoveva con un passo felpato, quasi felino, tipico di chi è abituato da una vita a muoversi tra oggetti fragili e preziosi. Mi accolse con un sorriso largo e caldo che mi mise immediatamente a mio agio. Ci accomodammo nel suo studio privato, circondati da bozzetti a matita e campioni di colore ceramico. Il colloquio si trasformò rapidamente in una piacevole chiacchierata. Otello non mi fece domande tecniche sul diritto, ma volle capire la mia sensibilità artistica, la mia capacità di gestire lo stress quotidiano e il mio rapporto personale con il bello. Mi spiegò che la sua clientela era composta da collezionisti privati, diplomatici e turisti facoltosi, e che aveva bisogno di una persona che sapesse rappresentare lo stile e l'eleganza del marchio. Al termine dell'incontro, mi propose uno stipendio che per me rappresentava un vero e proprio miraggio economico. Accettai subito.

Fin dal mio primo giorno ufficiale di lavoro, la bottega divenne il mio nuovo microcosmo, un ambiente affascinante ma presto rivelatosi carico di tensioni e bizzarrie quotidiane, governato da tre donne dalle personalità diametralmente opposte: Polly, Sesta e Giovanna.

Polly era la vera moglie di Otello, una splendida ed esuberante donna brasiliana che portava all'interno dello studio una ventata di caos tropicale e colore. Polly si muoveva tra i corridoi e le preziose ceramiche con movenze flessuose, quasi danzanti, ma perennemente distratte. Indossava abiti dai colori sgargianti, sciarpe di seta fluttuanti e bracciali che tintinnavano a ogni suo minimo gesto. Polly amava l'arte del marito ma non possedeva la minima competenza commerciale o amministrativa; confondeva i prezzi, dimenticava gli appuntamenti e capitava spesso di vederla spostare vasi di immenso valore solo per fare spazio a un mazzo di fiori freschi o per assecondare un'ispirazione del momento. La sua presenza, per quanto calorosa, rappresentava un pericolo costante per l'integrità degli oggetti e per l'ordine dei registri.

A gestire il caos generato da Polly, e ad arginare la sua travolgente ma maldestra energia, ci pensava Sesta. Sesta era l'assistente anziana dello studio, una donna pilastro dotata di un'eleganza austera, una professionalità di ferro e una pazienza infinita. Con il suo portamento fiero, i capelli biondo cenere raccolti in un ordine impeccabile e un tono di voce calmo ma perentorio, Sesta era l'unica capace di rimettere in riga Polly senza mai creare un incidente diplomatico. Era lei l'addetta esclusiva alla clientela più esigente e facoltosa: accoglieva ambasciatori e collezionisti internazionali con una grazia d'altri tempi, conducendo le trattative più complesse con una precisione millimetrica. Sesta era la mente strategica che manteneva alto il prestigio della bottega, riparando di nascosto alle distrazioni di Polly e vigilando sull'andamento economico con occhi di falco.

E infine c'era Giovanna. Giovanna era la segretaria ventenne, il braccio destro esecutivo del laboratorio. Agile, instancabile e dotata di una rapidità impressionante, passava le sue giornate facendo ticchettare le dita sulla tastiera, traducendo email, preparando spedizioni e organizzando l'agenda. Ma dietro la sua efficienza da perfetta tuttofare, si nascondeva un segreto evidente a chiunque avesse un briciolo di spirito d'osservazione: Giovanna era fortemente, perdutamente invaghita di Otello. Quell'ammirazione sconfinata per il genio maturo dell'artista si traduceva in sguardi adoranti ogni volta che lui entrava nella stanza, nella cura maniacale con cui gli sistemava i pennelli sulla scrivania e in una sottile, silenziosa rivalità nei confronti delle altre donne dell'ufficio. Cercava continuamente la sua approvazione, il suo contatto visivo, creando sottili e costanti tensioni che si snodavano ogni giorno davanti ai miei occhi. Io cercavo di rimanere neutrale, concentrandomi sui registri contabili, ma l'aria in quell'ufficio a volte era così densa da potersi tagliare con un coltello.

Per questa ragione, le due ore di pausa pranzo erano diventate per me una valvola di sfogo fondamentale. Presi l’abitudine di uscire dal negozio e camminare a passo svelto attraverso i vicoli fino a raggiungere il chiostro di San Silvestro. Era un luogo magico, un’oasi di pace nascosta nel cuore della città, dove il rumore del traffico scompare, sostituito dal cinguettio degli uccelli e dal fruscio delle foglie degli alberi. Lì, seduta su un muretto all'ombra delle arcate di pietra, consumando un pasto veloce portato da casa, iniziai a osservare la vita che mi circondava. Il chiostro era frequentato soprattutto dagli impiegati delle boutique di lusso della zona. In questo modo conobbi Emma, una splendida signora di mezza età, con occhi caldi e un sorriso materno, che lavorava come responsabile in uno storico negozio di abbigliamento in via del Babuino. Emma aveva una sensibilità rara; capì subito che ero nuova di quell'ambiente e, con la sua presenza fidata e discreta, divenne rapidamente il mio punto di riferimento durante quelle pause, ascoltando i miei racconti sul laboratorio. E poi, un giorno, mentre stavo chiacchierando proprio con lei, un rumore di passi sonori e decisi sul selciato annunciò l’arrivo di una novità che avrebbe scosso la mia ritrovata tranquillità: un ragazzo alto, dai capelli neri spettinati e dagli occhi magnetici, che salutava tutti con un forte, caloroso accentuato accento meridionale. Si chiamava Sisco. 

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