Capitolo 1: IL PESO DELLA CARTA
- IL PROFUMO DELL'ARGILLA -
Racconto autoconclusivo estratto da "Io sono Serena - La Consapevolezza della Libellula":
I CAPITOLO: "Il peso della carta"
L’aria all’interno dello studio legale era pesante, satura dell'odore acre di carta vecchia, faldoni polverosi accumulati sugli scaffali di metallo e toner surriscaldato. Era un venerdì sera di fine autunno e il silenzio opprimente della stanza veniva interrotto soltanto dal ronzio monotono dei computer rimasti accesi e dal ticchettio isolato dei miei tacchi sul pavimento di marmo scuro. Tutti i soci dello studio, gli avvocati associati e i colleghi praticanti erano già andati via da ore, proiettati verso il fine settimana. Io, invece, ero ancora inchiodata alla mia scrivania di finto mogano, sommersa da notifiche di sfratto, atti di citazione da controllare e sentenze della Cassazione da riassumere per l'udienza del lunedì mattina. Guardai le mie mani e mi resi conto che stavo stringendo una penna biro con una forza assurda, quasi dolorosa, come se da quel pezzo di plastica trasparente dipendesse la mia intera esistenza. Sentii un senso di oppressione al petto che non accennava a diminuire. Il praticantato forense, che nella mia testa doveva rappresentare l'inizio di una carriera brillante e stimolante, si stava rivelando un vicolo cieco fatto di fotocopie venute male, interminabili code in tribunale sotto la pioggia e un rimborso spese mensile che definire ridicolo era un complimento all'altruismo.
Con un sospiro di profonda frustrazione, allontanai la sedia dal tavolo e allungai le braccia per sciogliere i muscoli contratti della schiena. Sulla scrivania, seminascosto da una pila di riviste giuridiche mai sfogliate, c'era un quotidiano locale comprato la mattina al chiosco della metropolitana e rimasto intonso. Lo presi, non tanto per leggere le notizie di cronaca, quanto per trovare una distrazione immediata, un pretesto qualunque per non pensare alla montagna di scartoffie che mi aspettava all'inizio della settimana successiva. Andai direttamente alla sezione degli annunci di lavoro. Era un gesto quasi automatico, una piccola ribellione silenziosa e segreta che compivo ogni tanto per ricordarmi che esisteva un mondo vitale al di fuori di quelle quattro mura grigie.
Scorrendo le colonne con il dito indice, vidi i soliti annunci: cercavano rappresentanti di commercio, agenti assicurativi, addetti al volantinaggio. Nulla che potesse fare al caso mio o che richiedesse un briciolo di sensibilità. Poi, quasi alla fine della terza pagina, un piccolo riquadro catturò la mia attenzione. Il testo era breve, insolitamente curato nei dettagli, quasi poetico rispetto alla freddezza burocratica delle altre inserzioni: "Prestigioso laboratorio artistico in pieno centro storico seleziona assistente personale per la gestione contabile, l'accoglienza clienti e l'amministrazione generale. Si richiede precisione, bella presenza e attitudine ai rapporti interpersonali. Serietà e massima riservatezza." In calce all'annuncio non c'era un numero di telefono cellulare, ma il nome dell'attività commerciale: "La Ceramica di Otello".
Quel nome mi risuonò in mente come un'eco strana, una promessa intangibile di qualcosa di completamente diverso dalla mia grigia routine quotidiana. Immaginai colori accesi, argilla fresca da modellare, mani sapienti che creano forme dal nulla, un ritmo di vita umano e sincero, lontano anni luce dai codici commentati e dalle scadenze processuali perentorie. Sentii un impulso improvviso, una scossa di pura adrenalina. Accesi di nuovo il monitor del computer principale, aprii il file del mio curriculum vitae, lo controllai rapidamente modificando solo la data e, senza concedermi il tempo necessario per ripensarci o per farmi frenare dai mille dubbi protettivi, stampai la pagina. Camminai a passo svelto verso il vecchio apparecchio del fax posizionato nel corridoio stretto, digitai il numero indicato nell'inserzione e infilai il foglio bianco nella feritoia. Il suono stridulo e metallico della linea che si connetteva mi sembrò, in quel silenzio spettrale, il segnale di partenza di una nuova, imprevedibile vita.
Mentre aspettavo il foglio del rapporto di trasmissione, l'ansia iniziò a farsi strada nello stomaco. Sapevo perfettamente cosa avrebbe detto mia madre se avesse scoperto quello che avevo appena fatto. Aveva investito così tanto, sia emotivamente che economicamente, nei miei studi universitari. Avevo passato anni interi chiusa in casa sui libri di diritto, superando esami difficilissimi a pieni voti, e nella sua testa il mio percorso era già tracciato da tempo: dovevo diventare un avvocato di grido, aprire uno studio mio, sposarmi e fare una vita borghese e rispettabile. Per lei, lasciare la strada della giurisprudenza per andare a fare l'assistente in una bottega artigianale sarebbe stato un fallimento imperdonabile, un capriccio infantile da punire con il silenzio.
E poi c'era Giacomo. Io e Giacomo eravamo fidanzati da cinque anni. Il nostro era un rapporto solido, nato ai tempi dell'università, basato sull'affetto profondo, sulla stima reciproca e su una rassicurante linearità. Giacomo era un uomo straordinario, concreto, impiegato con un contratto solido in un'azienda di trasporti, con i piedi ben piantati per terra. Tuttavia, ogni volta che l'argomento cadeva sul nostro futuro a breve termine, sulla possibilità concreta di fare il grande passo, comprare una piccola casa e sposarci, il discorso andava a sbattere contro il muro della realtà economica. "Serena, dobbiamo essere realisti," mi ripeteva spesso con la sua voce calma, rassicurante e priva di picchi emotivi, stringendomi la mano fredda sul divano dei suoi genitori. "Con il tuo attuale rimborso spese da praticante e il mio stipendio base, le banche non ci concederanno mai un mutuo a tasso fisso. Dobbiamo aspettare che tu superi l'esame di Stato, che tu avvii la tua attività professionale. Solo allora potremo fare progetti solidi e duraturi."
Giacomo aveva ragione, come sempre. Ma quella spaventosa razionalità, che un tempo mi sembrava una dote ammirevole e matura, cominciava a pesarmi come un macigno sul petto. Mi sentivo sospesa in un limbo artificiale, intrappolata in un'attesa infinita che congelava la mia giovinezza in nome di un futuro che non arrivava mai. Avevo bisogno di un'entrata economica sicura adesso, non tra due o tre anni. Avevo bisogno di sentirmi utile, indipendente, capace di contribuire attivamente alla costruzione della nostra vita insieme. E forse, sotto sotto, c'era qualcosa di più profondo e inconfessabile: avevo semplicemente una voglia disperata di una ventata d'aria nuova, di mettermi alla prova in un contesto che non sia contaminato dalla freddezza della legge e dei conflitti umani. Il fax emise un bip sonoro, confermando l'invio. Presi il foglio di rapporto, lo piegai in quattro e lo infilai nella borsa di pelle. Il dado era tratto. Pochi giorni dopo, contro ogni mia reale aspettativa, il telefono squillò mentre ero in tribunale a fare la fila davanti a una cancelleria. Una voce femminile, dal tono estremamente formale ed elegante, mi comunicò che il mio profilo era stato selezionato e mi invitò per un colloquio conoscitivo per il giovedì successivo.
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