Storia · capitolo 3

Capitolo 3: IL CONFINE DEL CUORE

IL PROFUMO DELL'ARGILLA tratto da di Stefania Guarnieri

III CAPITOLO: "Il confine del cuore"


Sisco era una forza della natura, un uragano che riempiva istantaneamente lo spazio del chiostro con la sua mimica accentuata, la sua parlantina fluente e le sue risate contagiose. Lavorava come magazziniere in un negozio di calzature poco distante, ma si muoveva con la sicurezza innata di un attore consumato. Fin dal primo giorno in cui i nostri sguardi si incrociarono, mi accorsi che i suoi occhi scuri cercavano continuamente i miei con insistenza. C'era una provocazione sottile nel suo modo di salutarmi, un'attenzione particolare che mi faceva puntualmente arrossire.

Emma, con il suo istinto protettivo di donna vissuta, se ne accorse quasi subito. Cominciò a lanciarmi occhiate preoccupate e, non appena Sisco si allontanava per andare a comprare un caffè al bar d'angolo, mi faceva domande stringenti su Giacomo, sulla nostra relazione e sui nostri preparativi per il futuro. Sentiva il pericolo invisibile. Giacomo era un bravissimo ragazzo, un uomo d’oro, profondamente legato alla sua famiglia d'origine e alle sue radici nel quartiere di Tor Marancia, dove era cresciuto insieme alle sue sorelle. La sua presenza nella mia vita era sinonimo di sicurezza assoluta, ma la sua eccessiva pacatezza e quel suo totale rifiuto di rischiare a volte mi facevano sentire fin troppo al sicuro, quasi intrappolata in un percorso prefissato sui binari, già interamente scritto da altri. L'alone di mistero e di selvaggia imprevedibilità che circondava Sisco, al contrario, agiva su di me come un magnete potente, attirandomi come una boccata d'aria proibita di cui sentivo il bisogno.

Un pomeriggio, verso la fine della pausa pranzo, Sisco si avvicinò al mio muretto. Con un sorriso sfrontato, mi propose di fare la strada verso la stazione della metropolitana insieme, a fine turno. Sentii un brivido lungo la schiena. Sapevo che avrei dovuto rifiutare per rispetto a me stessa e a Giacomo, che era un gioco pericoloso da cui sarei uscita scottata, ma la tentazione di quella novità era troppo forte per essere domata. "D'accordo," risposi, cercando di mantenere un tono di voce indifferente.

Quella sera, l’appuntamento era davanti alla fontana della Barcaccia, a Piazza di Spagna. Quando arrivai con qualche minuto di ritardo, Sisco era già lì, appoggiato al marmo bagnato, che mi aspettava fumando una sigaretta. Il cuore mi batteva forte, all'impazzata. Prima di raggiungerlo, presi il telefono dalla borsa e chiamai Giacomo. Mentii spudoratamente, per la prima volta in vita mia, dicendogli che avevo un lavoro urgente da sbrigare insieme a Giovanna e che avrei fatto tardi per la cena. Senti un senso di colpa lacerante nel sentire la sua voce fiduciosa che mi diceva di non stancarmi troppo e di guidare con prudenza, ma chiusi la comunicazione in fretta e raggiunsi Sisco. Salimmo insieme i gradini di pietra della scalinata di Trinità dei Monti e ci avviammo verso la metro.

Il tragitto sul treno affollato della metropolitana volò via in un soffio. Eravamo vicinissimi, schiacciati dalla folla dei pendolari dell'ora di punta, e lo spazio millimetrico tra di noi era saturo di parole non dette, battute sussurrate a fior di labbra e sguardi di un'intensità quasi insopportabile. Sisco era magnetico, ma dietro la sua spavalderia da strada intravedevo una profonda e dolorosa inquietudine interiore. Prima di scendere alla mia fermata, mentre le porte di metallo del vagone si stavano per aprire, lui mi afferrò delicatamente ma con fermezza per il polso, mi guardò dritto negli occhi e mi avvertì, con un tono improvvisamente serio, cupo e privo di ironia: "Serena, ascoltami bene. Tu non dovresti frequentarmi, non dovresti nemmeno guardarmi. Io non sono un tipo per te, sono un casino totale. Torna a casa dal tuo fidanzato, torna alla tua vita pulita."

Quelle parole, che avrebbero dovuto spaventarmi e allontanarmi per sempre da lui, ottennero l'effetto opposto, accendendo la mia curiosità. Il giorno successivo, cercai Emma al chiostro per avere risposte sincere sul suo conto. La trovai seduta sul solito muretto e, dopo molte insistenze da parte mia, lei cedette e mi rivelò la verità: Sisco aveva un passato estremamente complicato in Sicilia, segnato da cattive compagnie e problemi gravi con la giustizia. Attualmente si trovava a Roma in regime di libertà vigilata, cercando faticosamente di rifarsi una vita onesta lontano dalla sua terra d'origine. Era un uomo segnato dal destino.

Qualche sera dopo, sfidando ogni logica, prudenza e senso del dovere, decisi impulsivamente di offrirgli un passaggio in macchina dopo il lavoro. Sisco accettò, sorpreso da quella mia audacia improvvisa. Mi dettò le indicazioni stradali e io guidai la mia utilitaria fuori dal centro storico, superando il caos del Grande Raccordo Anulare e addentrandomi nella periferia est fino a raggiungere una zona isolata chiamata Casa Calda. La strada era buia, sterrata, circondata da campi ingialliti dal freddo. Ci fermammo davanti a un vecchio casale di pietra dove lui aveva affittato una piccola stanza. L'atmosfera era surreale, sospesa nel tempo. Ci salutammo con un imbarazzo evidente, ma sentii che il legame invisibile tra di noi si stava stringendo sempre di più.

Il lunedì successivo era il mio giorno di riposo dal lavoro alla ceramica. La tensione accumulata in quelle settimane esplose. Chiamai di nuovo Giacomo e gli raccontai l'ennesima bugia, dicendogli che Otello mi aveva chiesto degli straordinari urgenti per preparare una spedizione d'arte. Invece, salii in macchina e guidai a tutta velocità verso il casale di Sisco a Casa Calda. Quando arrivai e bussai alla sua porta di legno, lui mi accolse con gli occhi sgranati, sorpreso e disarmato dalla mia presenza.

Entrammo nella sua stanza spartana. Non parlammo per lunghi minuti. L’atmosfera si fece immediatamente calda, elettrica, quasi soffocante. Ci sedemmo sul vecchio divano di velluto consumato e, nel giro di pochi istanti, tutte le mie barriere difensive crollarono. Sisco si avvicinò lentamente, sentii il calore del suo corpo, il suo profumo selvatico di tabacco e pelle. Iniziò a baciarmi il collo con disperazione contenuta, le sue mani grandi mi accarezzarono la schiena, i nostri respiri si accorciarono unendosi in un unico affanno. Fu un vortice di passione pura, una sensazione sconosciuta che mi toglieva la terra sotto i piedi.

Ma, proprio nel momento in cui la situazione stava per sfuggirmi completamente di mano, sentii qualcosa bloccarsi dentro di me, un freno d'emergenza profondo e viscerale che si attivò nel mio stomaco. All'improvviso, nella mia mente si materializzò il volto di Giacomo. Vidi la sua espressione serena, la sua totale onestà nei miei confronti, la casa che stavamo sognando di costruire insieme, l'uomo che mi aveva protetta e amata per cinque lunghi anni con dedizione. Capii con assoluta lucidità che Sisco era solo un'illusione passeggera, un fuoco di paglia alimentato dalla mia insoddisfazione lavorativa, mentre Giacomo era la mia realtà, l'uomo che volevo davvero accanto.

Con un movimento deciso, mi fermai, gli bloccai le mani e mi allontanai, respingendolo delicatamente ma senza esitazioni. Mi sedetti sul bordo del divano, cercando di ricomporre i miei vestiti e i miei pensieri confusi. Sisco rimase immobile per qualche istante, sorpreso dal mio repentino rifiuto. Poi, vedendo le mie lacrime sincere, la sua spavalderia svanì del tutto. Si aprì completamente, mostrando la sua vulnerabilità di uomo ferito: mi parlò con voce bassa e tremante delle sue paure più profonde per il processo penale che lo attendeva a breve e che avrebbe potuto rimandarlo in prigione, della sua disperata solitudine in una città enorme e indifferente come Roma.

Lo ascoltai in silenzio, lasciando che le sue parole scivolassero su di me, provando una profonda tenerezza ma capendo che la mia parentesi di evasione era definitivamente conclusa. Quell'uomo doveva ritrovare se stesso da solo, e io dovevo proteggere la mia vita reale. Gli strinsi la mano per l'ultima volta, mi alzai dal divano, uscii dal casale e salii in macchina. Mentre guidavo verso Roma sotto una pioggia leggera che lavava i vetri, sentii il peso del senso di colpa svanire lentamente, sostituito da un unico, limpido e disperato desiderio: correre a casa dal mio Giacomo, sentire la sua voce ordinaria, guardare insieme a lui i cataloghi dei mobili e rifugiarmi per sempre al sicuro tra le sue braccia protettive, consapevole che la vera tempesta era passata e che la mia vera storia d'amore cominciava proprio da quella ritrovata certezza.

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