Storia · capitolo 9

CAPITOLO 8

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Ci sono momenti in cui capisci che qualcosa sta cambiando. Non sai esattamente quando sia iniziato. Non riesci a indicare un giorno preciso. Semplicemente, una mattina ti svegli e ti rendi conto che il primo pensiero che hai è una persona. Per me era Daniel. Era diventato il messaggio che controllavo appena aprivo gli occhi. Il nome che cercavo tra la folla. La voce che speravo di sentire. La persona a cui raccontavo anche le cose più insignificanti. Una volta mi scrisse: “Ho appena visto un cane che assomiglia a te.”

Lo chiamai immediatamente. «Scusa?»

Rise dall'altra parte. «Era piccolo, rotondo e aveva un'espressione arrabbiata.»

«Daniel!»

«Però aveva anche gli occhi dolci!»

«Ti avviso stai peggiorando la situazione.»

«Quindi ammetti di avere gli occhi dolci?»

Scoppiai a ridere. «Sei insopportabile.»

«Eppure continui a rispondermi.»

«Questo è il mio errore.»

«Uno dei tanti.»

Sorrisi. Con lui riuscivo a ridere di me stessa. Ed era una cosa che non mi era mai capitata.

A scuola, invece, continuavo a fare attenzione. Non volevo che ci scoprissero. O almeno, così mi raccontavo. La verità era che avevo paura. Paura che, se la nostra storia fosse diventata pubblica, Daniel avrebbe cambiato idea. Paura che i suoi amici avrebbero riso. Paura che lui avrebbe iniziato a vergognarsi di me. E forse quella paura era già una risposta. Un pomeriggio lo aspettai vicino al campo di hockey. Aveva allenamento. Non avrei dovuto essere lì. Lo sapevo.

Ma avevo bisogno di vederlo. Mi sedetti sugli spalti vuoti, abbastanza lontana da non essere notata. Lo guardai muoversi sul ghiaccio. Era bravo. Molto più bravo di quanto avessi immaginato. Quando l'allenamento terminò, vidi i suoi compagni raggiungerlo. Mi nascosi istintivamente dietro una fila di sedili. Non volevo farmi vedere.

«Allora, Carter?» Josh. «Quanto manca?»

Daniel rise. «A cosa?»

«Alla scommessa.»

Non riuscii a sentire cosa si dicessero. Avevo troppa paura di essere scoperta.

«Pensavo avessi già mollato.»

«Non ancora.»

Un'altra risata. «Quante settimane sono?»

«Quasi due mesi.»

«E sei ancora convinto di riuscirci?»

Daniel si passò una mano tra i capelli. «Certo.»

Mi si chiuse lo stomaco. Non capivo. Scommessa? Riuscirci? Di cosa stavano parlando?

«Comunque è strano vederti così preso.»

«Non sono preso.» Daniel rise. «È solo una cosa.»

Sentii il rumore dei pattini allontanarsi. Poi Josh disse: «Allora perché continui a vederla?»

Silenzio. Daniel rispose: «Perché è facile.»

Quella parola mi fece più male di qualsiasi insulto ricevuto in quegli anni. Facile. Rimasi seduta dietro quei sedili senza respirare. Poi sentii Daniel aggiungere: «E comunque non sa niente.»

Gli altri risero. Io abbassai gli occhi. La farfalla appesa al mio collo oscillò leggermente. La strinsi tra le dita. Mi alzai. E me ne andai senza aspettare altro.

Camminai fino al dormitorio senza sapere esattamente dove stessi andando. Avevo la testa piena. Una scommessa. Non sa niente. È facile. Continuavo a ripetere quelle parole nella mia mente.

Eppure c'era una cosa che non riuscivo a capire. Daniel era stato sincero con me. O almeno così avevo creduto. Tante volte. Mi aveva detto che gli piacevo. Che gli piaceva stare con me. Che con me poteva essere se stesso. Era tutto falso?

Arrivata in camera, mi tolsi la collanina. La appoggiai sul comodino. La guardai. Poi presi il telefono. Avevo tre messaggi suoi.

Daniel: Dove sei?

Daniel: Ti ho cercata.

Daniel: Mi manchi.

Rimasi a fissare lo schermo. Le dita mi tremavano.

Scrissi: Anche tu.

Mi fermai. Cancellai.

Scrissi: Non posso vederti stasera. Inviai.

La risposta arrivò quasi subito. Daniel: Perché?

Non risposi.

Daniel: Hannah?

Spensi il telefono. E per la prima volta da quando lo avevo conosciuto, mi chiesi una cosa che avrei dovuto chiedermi molto prima. Quanto di quello che Daniel mi diceva era vero?

La mattina successiva trovai una busta sul mio banco. Senza nome. La aprii. Dentro c'era una fotografia. Io e Daniel. Era stata scattata qualche settimana prima. Eravamo fuori dal ristorante. Lui mi teneva la mano. Io sorridevo. Sul retro, scritto a penna, c'erano poche parole: Credi davvero che sia innamorato di te?

Mi si gelò il sangue. Guardai intorno. Nessuno sembrava interessato a me. Ripiegai lentamente la fotografia. La infilai nella tasca dello zaino. Non dissi niente. Ma quella volta non riuscivo più a convincermi che fosse tutto un gioco innocente. Qualcuno sapeva. Qualcuno ci stava guardando. E io avevo la terribile sensazione che presto avrei scoperto qualcosa che non avrei più potuto dimenticare.

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