Storia · capitolo 10

CAPITOLO 9

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Per due giorni evitai Daniel. Non era una decisione. Almeno, non del tutto. Ogni volta che il telefono vibrava, il suo nome compariva sullo schermo. Daniel. Ogni volta lo guardavo. Ogni volta pensavo di rispondere. E ogni volta lasciavo il telefono sul letto. Non perché avessi smesso di volerlo. Era esattamente il contrario. Lo volevo così tanto che avevo paura di scoprire che per lui non significavo niente. La fotografia rimase nel fondo del mio zaino per tutto il giorno. Non avevo avuto il coraggio di buttarla. E nemmeno quello di guardarla di nuovo. Come se ignorarla potesse cancellare ciò che rappresentava. Il problema era che continuavo a pensare a quella frase. Credi davvero che sia innamorato di te? La domanda non era soltanto cattiva. Era precisa. Troppo precisa.

Venerdì pomeriggio uscii dall'aula e lo trovai ad aspettarmi. Era appoggiato al muro del corridoio. Quando mi vide, sorrise. Io mi fermai. «Ciao.»

«Ciao.»

«Mi stai evitando.»

Non era una domanda. «Ho avuto da fare.»

«Per due giorni?»

«Esami.»

«Hannah.»

Sospirai. «Che cosa vuoi?»

Il suo sorriso si spense. «Voglio capire che cosa ho fatto.»

Avrei voluto raccontargli tutto. La fotografia. La conversazione. La paura. Invece dissi: «Niente.»

«Non è vero.»

«Va tutto bene.»

«No.»

Fece un passo verso di me. «Non va bene.»

Abbassai gli occhi. «Perché ti comporti così quando ci sono i tuoi amici?»

Rimase in silenzio. «Che intendi?»

«Lo sai.»

«No, non lo so.»

Lo guardai. «Quando siamo soli sei diverso.» Daniel non rispose. «E quando ci sono loro sembri quasi pentito di conoscermi.»

«Non è così.»

«Allora com'è?»

Si passò una mano tra i capelli. Quel gesto ormai lo conoscevo. Lo faceva quando era nervoso. «Non voglio che tutto quello che facciamo diventi un affare per gli altri.»

«Perché dovrebbe esserlo?»

«Perché sono idioti.»

«E allora perché ti importa così tanto quello che pensano?»

Silenzio. Lo vidi cercare una risposta. Alla fine disse: «Perché sono miei amici.»

Annuii lentamente. Era una risposta semplice. Ed era proprio quello il problema. «Capisco.»

Mi voltai. Mi prese delicatamente per il polso. «Hannah.» Mi fermai. «Non voglio perderti.»

Quelle parole mi attraversarono. Lo guardai. «Allora non farmi sentire come se dovessi nascondermi.»

Daniel rimase immobile. Poi annuì. «Cercherò di fare meglio.»

Avrei dovuto chiedergli molto di più. Avrei dovuto chiedergli perché una fotografia di noi fosse arrivata sul mio banco. Avrei dovuto dirgli della scommessa. Ma quando mi avvicinò a sé e mi baciò sulla fronte, il coraggio mi abbandonò. Forse perché avevo bisogno di credere. Forse perché l'amore, quando comincia, sa essere incredibilmente stupido.

Quel pomeriggio Daniel mi portò fuori città. Non mi disse dove. Guidò per quasi un'ora. Io guardavo fuori dal finestrino cercando di nascondere il sorriso. «Dove stiamo andando?»

«Sorpresa.»

«Odio le sorprese.»

«Bugia.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché continui a sorridere.»

Arrivammo davanti a una piccola casa sul lago. Non era sua. Era dei suoi nonni, mi spiegò. Passammo il pomeriggio lì. Camminammo. Parlammo. Mangiammo seduti sul pontile. Per alcune ore dimenticai tutto. La scuola. La fotografia. Le ragazze che ridevano. I ragazzi che mi guardavano dall'alto in basso. La paura. Daniel mi faceva ridere. E io amavo il modo in cui mi sentivo quando ridevo con lui.

«Sai cosa vorrei?» gli chiesi.

«Cosa?»

«Che nessuno sapesse chi siamo.»

«Perché?»

«Perché quando siamo solo noi due tutto è più semplice.»

Mi guardò. «Allora restiamo solo noi due.»

Sorrisi. E pensai che forse potesse bastare.

Il sole stava iniziando a scendere dietro la linea scura dei pini, tingendo la superficie del lago di una sfumatura densa, a metà tra il rame e l'indaco. L'aria si era fatta più fresca, di quel brivido sottile che sale dall'acqua quando il giorno cede il passo alla sera. Mi strinsi nelle spalle, ma prima ancora che potessi cercare la giacca, sentii le braccia di Daniel scivolarmi attorno alla vita da dietro. Il suo mento trovò spazio nell'incavo del mio collo, il suo respiro caldo contro la mia pelle nuda. «Hai freddo?» sussurrò.

«Un po', ma è così bello qui.» Non mi mossi. Mi appoggiai completamente contro il suo petto, sentendo il battito sordo e regolare del suo cuore attraverso la stoffa sottile della t-shirt. «Vieni dentro.» disse piano, con una voce che non ammetteva repliche, ma intrisa di una dolcezza che mi sciolse ogni residuo di resistenza. Mi prese per mano. Le sue dita si intrecciarono alle mie con naturalezza, stringendole forte, come se temesse che potessi svanire se avesse allentato la presa anche solo per un istante. Risalimmo la passerella scricchiolante verso la casa. L'interno profumava di legno antico, resina di pino e coperte di lana lasciate al sole. Daniel chiuse la porta dietro di noi, tagliando fuori il resto del mondo. Si voltò verso di me. I suoi occhi, solitamente così vivaci e pronti alla battuta, erano scuri, carichi di un'intensità che mi tolse il fiato. Non c'era più traccia di scherzo, solo una sincerità disarmante che mi fece tremare le ginocchia. Fece un passo verso di me, colmando la distanza. Con la punta delle dita mi scostò una ciocca di capelli dal viso, accarezzandomi lo zigomo con una lentezza quasi straziante. La sua mano era calda, leggermente ruvida, viva. «Non ho mai guardato nessun'altra come guardo te, Hannah.» mormorò, e c'era una vulnerabilità nella sua voce che non gli avevo mai sentito prima. «E non voglio più fingere che sia solo una distrazione. Per me non lo è mai stato.»

Le parole mi rimasero intrappolate in gola. Potevo solo guardarlo, con il cuore che martellava impazzito contro le costole. Quando le sue labbra si posarono sulle mie, non ci fu fretta: fu un bacio cauto, delicato, un invito a cui risposi aprendomi completamente, lasciando cadere ogni difesa che avevo meticolosamente costruito per mesi. Un sospiro gli sfuggì mentre le sue braccia mi attiravano a sé, annullando ogni millimetro d'aria. Il bacio cambiò ritmo, facendosi più profondo, più urgente, guidato da un bisogno che entrambi avevamo soffocato fino a quel momento. Sentii le sue mani scendere lungo la mia schiena, calde e sicure, mentre le mie trovavano rifugio tra i suoi capelli corti, trattenendolo vicino a me come se fosse la mia unica àncora. Ci muovemmo verso il vecchio divano coperto da un grande plaid tartan, quasi senza staccare le labbra. Mi posò delicatamente sui cuscini, seguendomi senza spezzare il contatto. Il peso del suo corpo su di me non era opprimente, ma rassicurante, un confine reale e tangibile che mi teneva lontana dal buio e dalle insicurezze. Le sue dita scivolarono sotto il bordo della mia maglietta, sfiorando la pelle nuda del mio fianco. Un brivido caldo mi attraversò la spina dorsale, facendomi inarcare istintivamente verso di lui. Daniel si fermò per un attimo, sollevandosi appena sui gomiti per guardarmi negli occhi, cercando il mio consenso in silenzio, con un rispetto che mi commosse più di qualsiasi promessa. «Sei sicura?» chiese con il fiato corto, gli occhi che brillavano nella luce che svaniva.

Annuii piano, portando una mano alla sua guancia, tracciandone la linea con il pollice. «Più sicura di qualsiasi altra cosa.»

Mi tolse la maglietta con lentezza reverente, posando baci leggeri lungo la linea del collo, sulla clavicola, fino al centro del petto, facendomi perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Quando anche i suoi vestiti caddero a terra, la sensazione della sua pelle contro la mia fu un urto dolce, un calore che spazzò via ogni residuo di paura. Ci unimmo senza fretta, in un ritmo intimo e perfetto fatto di respiri sincronizzati, sussurri rotti e mani che cercavano conferme. C'era passione, cruda e vera, ma c'era soprattutto una tenerezza infinita: ogni tocco di Daniel sembrava dirmi che andavo bene così com'ero, che non dovevo nascondermi, che in quella stanza ero al sicuro. Mi abbandonai a lui completamente, chiudendo gli occhi e lasciandomi trascinare dall'onda di sensazioni che cresceva tra noi, fino a quando il confine tra dove finivo io e dove cominciava lui smise del tutto di esistere.

Quando ci risvegliammo, la stanza era ormai immersa nel blu profondo della notte. Ci alzammo di corsa e corremmo in macchina. Dovevamo rientrare al campus prima che chiudessero i cancelli.

Quando arrivammo, però, gli amici di Daniel erano fuori nel cortile a fumare. Rimasi nascosta dietro l’obelisco vicino al cancello, mentre lui si avviò.

«Carter!» Josh lo chiamò dalla panchina davanti alla palestra. Daniel si avvicinò. «Dove sei sparito?»

«Avevo da fare.»

«Con lei?»

Daniel sorrise. «Sì.»

Gli altri risero. «Sei proprio cotto.»

«Ma smettetela. L’avete vista?»

«Quindi quanto manca?»

Daniel scosse la testa. «Non lo so. Ma credo che lei sia innamorata!»

«Bene, ma devi aspettare che sia lei a dirlo. Non puoi mollare adesso.»

Lui fece una smorfia. «Non mollo, tranquilli!»

«Bene.» Josh gli diede una pacca sulla spalla. «Perché dopo due mesi sarebbe davvero imbarazzante perdere.»

Daniel rise. Ma quella volta non disse nulla. Non li corresse. Non disse che non c'era nessuna scommessa. Non disse che Hannah era importante. Lasciò semplicemente che loro credessero quello che volevano. E, senza saperlo, stava diventando ogni giorno più bravo a ferire una ragazza che in quel momento lo amava più di quanto avrebbe dovuto.

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