Storia · capitolo 8

CAPITOLO 7

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Da quel giorno iniziammo a vederci sempre più spesso. Ma solo quando nessuno poteva vederci. Daniel mi aspettava, a volte, dietro la biblioteca. Altre volte parcheggiava due strade più lontano dal campus e mi faceva salire in macchina. Una sera cenammo dentro la sua macchina con due hamburger appoggiati sul cruscotto. Un'altra restammo per ore seduti su una panchina a parlare. Erano momenti semplici. Forse proprio per questo mi sembravano perfetti. Con lui non ero Hannah, quella dei corridoi. Non ero la ragazza del maglione largo. Non ero quella che evitava gli specchi. E soprattutto non ero quella che tutti prendevano in giro. Ero semplicemente io.

«Sai qual è la cosa che mi piace di te?» mi chiese una sera.

«No.»

«Che non fai finta.»

Risi. «Io faccio finta continuamente.»

«Non con me.»

Abbassai gli occhi. «Forse perché con te mi sento al sicuro.»

Daniel non rispose immediatamente. Poi prese la mia mano. «Puoi esserlo.»

Quelle tre parole mi fecero più effetto di quanto avrei voluto ammettere. Cominciai a credergli. Ed è qui che probabilmente cominciò il vero problema. Perché quando inizi a credere in qualcuno, smetti di proteggerti.

A scuola, però, le cose non cambiarono. Anzi. A volte sembravano peggiorare.

Un pomeriggio entrai in aula e trovai una scritta sul mio banco. Ma almeno Daniel l'ha baciata da ubriaco?

Rimasi immobile. Presi un fazzoletto e cercai di cancellarla. «Lascia perdere.»

Una voce alle mie spalle. Mi voltai. Era Claire. Una delle ragazze più popolari del corso. «Tanto domani ce ne sarà un'altra.»

«Che vuoi dire?»

Lei rise. «Niente.» Si sedette. Poi aggiunse: «Dovresti smettere di illuderti.»

La guardai. «Di cosa parli?»

«Di Daniel.»

Mi si strinse lo stomaco. «Non sai niente.»

Lei sorrise. «Lo conosco abbastanza da sapere che uno come lui non si mette con una come te.»

Quelle parole mi ferirono. Molto più di quanto avrei voluto. Ma feci quello che ormai sapevo fare. Sorrisi.

«Buona giornata.»

Mi sedetti. Aprii il quaderno. E ignorai il nodo che avevo in gola.

Quella sera Daniel mi trovò fuori dalla biblioteca. Mi guardò. «Che hai?»

«Niente.»

«Hannah.»

«Davvero, non ho niente.»

Mi prese il mento tra le dita. «Sei triste.»

Sospirai. «A volte mi chiedo perché stai con me.»

La sua espressione cambiò. «Chi ti ha detto una cosa del genere?»

«Nessuno.» Non volevo raccontargli tutto. Non volevo sembrare fragile. «Io.»

Daniel mi fissò. «Perché dovrei stare con qualcun'altra?»

«Perché potresti.»

«Potrei scegliere chiunque…»

Annuii lentamente. «Esatto.»

Lui mi prese il viso tra le mani. «…Ma io scelgo te.»

Mi baciò. E ancora una volta dimenticai tutto. Dimenticai le risate. Le parole. Gli sguardi. Il corridoio. La mia paura. E mi lasciai convincere. Era questo che Daniel sapeva fare meglio di chiunque altro. Farmi credere che, almeno quando eravamo soli, ero abbastanza.

Passarono alcune settimane. La nostra relazione diventò più profonda. Io ero sempre più innamorata. Daniel continuava a cercarmi. Continuava a baciarmi. Continuava a dirmi che gli piacevo. Ma continuava anche a nascondermi. Ogni volta che incrociavamo i suoi amici, lui cambiava. Il sorriso spariva. La mia mano veniva lasciata. La distanza compariva. All'inizio facevo finta di non notarlo. Poi iniziai a chiedermi perché. Una sera glielo domandai. «Perché con loro fai finta che non esista?»

Daniel si irrigidì. «Non faccio finta.»

«Sì che lo fai.»

«Sono solo amici.»

«E allora?»

«Non voglio che si facciano idee strane.»

Quelle parole mi fecero male. «Quali idee?»

Daniel sospirò. «Hannah, non voglio litigare.» Rimasi in silenzio. Lui si avvicinò e mi abbracciò. «Non rovinare quello che abbiamo.»

Chiusi gli occhi. Quella frase avrebbe dovuto farmi capire qualcosa. Invece la interpretai nel modo più semplice possibile. Pensai che avesse paura. Pensai che gli servisse tempo. Pensai che, prima o poi, avrebbe trovato il coraggio di prendermi per mano anche davanti agli altri. E così continuai ad amarlo. Senza sapere che, mentre io costruivo un futuro nella mia testa, Daniel stava ancora giocando secondo le regole dei suoi amici. E che quella scommessa di cui non sapevo nulla aveva già iniziato a contare i giorni.

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