Storia · capitolo 6

CAPITOLO 5

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Per la prima volta in vita mia aspettavo un appuntamento. Non una festa. Non una serata di gruppo. Non un'occasione in cui avrei dovuto fingere di essere più sicura di quanto fossi. Un appuntamento con Daniel. La cosa assurda era che non sapevo nemmeno se potessi chiamarlo così. Non avevamo parlato di fidanzamento. Non avevamo parlato di noi. Non avevamo stabilito regole. Ci eravamo semplicemente cercati. Ogni sera. Ogni giorno. Un messaggio. Una telefonata. Uno sguardo nei corridoi. Piccoli momenti rubati che, per me, stavano diventando enormi. «Dove vai vestita così?»

Mi voltai verso la mia compagna di stanza. «Fuori.»

Lei mi squadrò. «Con chi?»

«Un amico.»

Alzò un sopracciglio. «Un amico… E hai passato venti minuti davanti allo specchio a decidere se metterti questa maglia, per un amico?»

Abbassai gli occhi. «Non ho passato venti minuti…»

«Vogliamo dire quindici?»

Sorrisi. Era difficile nascondere quanto fossi felice. Quella sera Daniel mi portò in un piccolo ristorante lontano dal campus. Niente di appariscente. Niente di costoso. Una sala tranquilla, musica bassa e tavoli abbastanza distanti da permetterci di parlare senza essere ascoltati. Mi sentivo stranamente bene. Non dovevo preoccuparmi di chi ci stava guardando. Non dovevo pensare a come apparivo. Non dovevo cercare di essere diversa. «Sei nervosa?» mi chiese.

«Un po'.»

«Perché?»

«Perché non capisco cosa ci faccio qui.»

Daniel sorrise. «Sei con me.» Annuii. Lui appoggiò i gomiti sul tavolo. «Ti piace stare con me?»

«Sì.»

«Allora ci fai esattamente quello che ci fai.»

Sorrisi. «Sei sempre così sicuro?»

«No.»

«Non sembra.»

«Forse perché quando sono con te non mi importa di sembrare qualcosa.»

Quella frase mi rimase dentro. Non sapevo ancora quanto. Dopo cena camminammo per un po'. Parlammo di tutto e di niente. Poi Daniel si fermò davanti a una piccola gioielleria. «Aspettami qui.»

«Perché?»

«Cinque minuti.»

Entrò. Io rimasi sul marciapiede a guardarlo attraverso la vetrina. Quando uscì aveva una piccola scatolina in mano. «Che cos'è?»

«Aprila.»

Lo feci. Dentro c'era una catenina sottile. Al centro pendeva una piccola farfalla. La guardai senza riuscire a parlare. «Daniel...»

«Quando l'ho vista ho pensato a te.»

Sorrisi. «Perché una farfalla?»

Fece spallucce. «Perché sembrava delicata.»

Abbassai gli occhi. «Non lo sono.»

«Forse è solo quello che gli altri pensano guardandoti!» Lo guardai. Lui si avvicinò. «È proprio questo il punto.»

Mi prese la collana dalle mani e si mise dietro di me. Sentii le sue dita sfiorarmi il collo. Un brivido mi attraversò la schiena. Quando ebbe chiuso il gancetto, rimase fermo qualche secondo. «Ti sta bene.»

Mi voltai. «Grazie.»

Daniel mi guardò. «Non devi ringraziarmi.»

Poi mi baciò. Quella sera tornai al dormitorio con la farfalla sul collo e una sensazione nuova nel petto, che non sapevo neanche spiegare. Per la prima volta qualcuno aveva scelto qualcosa per me. Non perché doveva. Non per pietà. Perché mi aveva pensata. E quella notte dormii sorridendo.

Il mattino dopo a scuola, però, Daniel era di nuovo il Carter di sempre: quello della squadra, dei ragazzi popolari, di chi viveva al centro di tutto. Lo vidi mentre si dirigeva nello spogliatoio con tre compagni, posò lo sguardo sulla collanina, mi rivolse un occhiolino e proseguì per la sua strada.

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