Storia · capitolo 5

CAPITOLO 4

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Erano le undici e quarantasette. Avevo finito di studiare da almeno mezz'ora, ma continuavo a rileggere la stessa pagina del libro senza capire una parola. Poi lo schermo si illuminò.

Daniel: Sei ancora sveglia?

Rimasi immobile. Daniel? Come aveva fatto ad avere il mio numero? Avrei dovuto ignorarlo. Era la cosa più sensata. La cosa più prudente. La cosa che avrebbe fatto una ragazza con un minimo di amor proprio. Io, evidentemente, quella sera avevo deciso di lasciarlo fuori dalla finestra insieme al resto del buon senso.

Io: Sì.

La risposta arrivò immediatamente. Daniel: Possiamo vederci?

Smisi di respirare. Mi guardai intorno nella mia stanza. Come se qualcuno potesse materializzarsi da un momento all'altro e impedirmelo.

Io: Adesso?

Daniel: Adesso.

Mi alzai dal letto. Cinque minuti dopo ero fuori dal dormitorio con una felpa addosso e i capelli raccolti alla meno peggio. Daniel era appoggiato alla sua macchina. Quando mi vide, sorrise. «Sei venuta davvero?»

«Me l'hai chiesto tu.»

«Pensavo che mi avresti detto di no o non ti fossi presentata.»

«In verità, ci ho pensato.»

«E?»

«Ho pessime capacità decisionali.»

Rise. E io sorrisi. Era strano quanto fosse facile farlo con lui. Camminammo senza una meta precisa. Il campus era quasi vuoto. Le finestre degli edifici erano illuminate qua e là e il vento portava con sé l'odore dell'asfalto bagnato. «Perché mi hai scritto?» gli chiesi.

«Perché volevo vederti.»

La risposta fu così semplice che mi spiazzò. «Perché?»

Daniel si fermò. Mi guardò. «Perché da ieri continuo a pensare a quel bacio.»

Sentii il viso incendiarsi. «Era un gioco.»

«Lo so.»

«Quindi non significa niente.»

«Per te.»

Abbassai lo sguardo. «Daniel…»

«Hannah.» Disse il mio nome piano. Come se gli piacesse pronunciarlo. «Non devi sempre aspettarti che qualcuno abbia voglia di prenderti in giro.»

Quelle parole mi colpirono più di quanto avrebbe potuto immaginare. Alzai gli occhi. «Non lo faccio.»

Lui mi guardò per qualche secondo. «Sì che lo fai.»

Non risposi. Perché aveva ragione. E mi dava fastidio. «Sei sempre così sicuro di te?» domandai.

«Quasi sempre.»

«Dev'essere bello.»

«No.» Sorrise appena. «A volte è solo stancante.»

Per la prima volta ebbi la sensazione che Daniel Carter non fosse esattamente il ragazzo che tutti credevano. Restammo a parlare per quasi due ore. Di musica. Di film. Delle lezioni. Della squadra. Delle cose che ci piacevano. Scoprii che odiava il caffè troppo dolce. Che da bambino aveva avuto un cane di nome Max. Che non gli piaceva essere chiamato con il cognome. E che, quando era nervoso, si passava una mano tra i capelli. Non so quando accadde. Forse mentre ridevamo. Forse quando le nostre mani si sfiorarono. Forse quando smisi di pensare che fosse impossibile. Daniel mi baciò di nuovo.

Questa volta non c'era nessuna bottiglia. Nessuno stava ridendo. Nessuno ci stava guardando. Eravamo soltanto noi. Quando si staccò, rimase con la fronte appoggiata alla mia. «Questo non era un gioco.»

Scossi la testa. «Direi di no.»

«Bene.» Sorrise. E mi baciò ancora.

La mattina dopo, però, tornai a essere Hannah Miller. Al college non esisteva nessun Daniel e Hannah. Esistevano i corridoi. Gli sguardi. Le risate. Le persone che sembravano avere un radar per capire esattamente dove colpire. Stavo prendendo i libri dal mio armadietto quando sentii qualcuno passare dietro di me. «Fate largo.» Una voce maschile. Poi una risata. «Attenti, ragazzi. Se Hannah si gira troppo velocemente rischia di travolgerci.»

Qualcuno rise. Chiusi gli occhi per un istante. Non reagire. Era la mia regola. Non reagire. Una mano afferrò il mio libro prima che cadesse. «Ehi.»

Mi voltai. Era Daniel. Il suo sorriso era sparito. Guardò il ragazzo che aveva parlato. «Molto divertente.»

Il ragazzo alzò le spalle. «Si scherza amico!»

«Allora trova uno scherzo migliore.»

Il corridoio sembrò improvvisamente più silenzioso. Il ragazzo sbuffò e se ne andò. Daniel mi porse il libro. «Tutto bene?»

Annuii. «Sì.»

«Sicura?»

«Sì.»

Non volevo dirgli che quelle parole mi erano rimaste addosso. Non volevo che pensasse che avessi bisogno di essere salvata. «Ci vediamo dopo.»

Fece per andarsene. «Daniel.» Si voltò. «Grazie.»

Mi sorrise. «Per te, sempre.»

Poi se ne andò. Io rimasi lì a guardarlo. E fu allora che cominciai a capire che il problema non era più il fatto che mi piacesse. Il problema era che mi stavo innamorando di lui. E non avevo la minima idea di dove avrebbe potuto portarci quella cosa.

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