Storia · capitolo 4

CAPITOLO 3

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Daniel

Non avevo idea del motivo per cui stessi pensando a Hannah Miller. Era soltanto un bacio. Un gioco. Una bottiglia che aveva deciso per noi. Eppure, la mattina dopo, mentre ero seduto nello spogliatoio e allacciavo i pattini, continuavo a rivedere il suo viso. Il modo in cui aveva abbassato gli occhi. Il rossore sulle guance. Quel sorriso imbarazzato che era comparso appena ci eravamo allontanati.

«Carter.» Alzai lo sguardo. Josh mi stava fissando. «Che hai?»

«Niente.»

«Hai la faccia di uno che ha dormito tre ore.»

«Ho dormito.»

«Sicuro?»

Sorrisi. «Sicuro.»

Lui si sedette accanto a me. «Comunque ieri è stato interessante.»

Sapevo già dove volesse arrivare. «Il gioco della bottiglia?»

«Esatto.» Scoppiò a ridere. «Tu e quella sfigata di Hannah Miller.»

Risi anch'io. Non perché fosse divertente. Perché non sapevo cos'altro fare. «È stato un gioco.»

«Certo.»

Josh mi diede una pacca sulla spalla. «Ti sei divertito?»

«Abbastanza.»

La conversazione finì lì.

Ma quando rimasi solo, presi il telefono. Avevo il numero di Hannah. Non sapevo nemmeno come me lo fossi procurato così in fretta. Rimasi a fissarlo. Scrissi: “Sei arrivata sana e salva ieri sera?”

Lo lessi. Sembrava stupido. Cancellai. Riscrissi: “Ti va di prendere un caffè?”

Cancellai anche quello. Alla fine chiusi lo schermo. Non capivo perché mi interessasse tanto. La verità era che ero curioso. Hannah non era come le altre. Non cercava di attirare attenzione. Non rideva a ogni battuta. Non aveva bisogno che tutti sapessero chi fosse. E quando l'avevo baciata, per un istante avevo avuto la sensazione che lei fosse completamente fuori dal mio mondo. E quella cosa mi aveva incuriosito.

La vidi più tardi nel corridoio. Era sola. Aveva dei libri stretti contro il petto. Mi vide. Si fermò. Per qualche secondo nessuno dei due parlò. Poi le sorrisi. «Ciao.»

«Ciao.»

«Come stai?»

«Bene.» Fece per andarsene.

«Hannah.»

Si voltò. «Sì?»

«Ieri...»

Lei abbassò lo sguardo. «Era solo un gioco.»

La frase mi infastidì. Non perché fosse falsa. Perché improvvisamente non volevo che lo fosse. «Lo so.»

Feci una pausa. «Ma non mi è dispiaciuto.»

Lei mi guardò. E sorrise. Un sorriso piccolo. Timido. E fu in quel momento che capii che ero nei guai. Perché, quel sorriso, volevo rivederlo.

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