CAPITOLO 48
Dopo quel giorno qualcosa cambiò. Non in modo improvviso. Non con grandi gesti. Semplicemente, Daniel cominciò a esserci. Ogni giorno. Senza eccezioni. La mattina passava a salutare Sophie prima di andare al lavoro. La sera la chiamava per sapere come fosse andata la giornata. Quando poteva, veniva da noi.
E Sophie aveva cominciato ad aspettarlo. «Papà viene oggi?» Era diventata la sua domanda preferita.
E ogni volta che sentivo quella parola, qualcosa dentro di me si scioglieva. Ma insieme a quel calore c'era una paura che non riuscivo a mandare via. Una paura che cresceva proprio mentre tutto sembrava andare bene.
Era una domenica pomeriggio. Sophie e Daniel erano in giardino. La sentivo ridere dalla finestra. Mi affacciai.
Daniel la stava aiutando ad andare in bicicletta. «Non mollare! Ci sono io.»
Sophie pedalò per qualche metro. Poi perse l'equilibrio.
Daniel la raggiunse immediatamente. «Tutto bene?»
Lei rise. «Ancoraaaa!»
«Ancora.»
Mi sorrise quando alzò gli occhi verso la finestra. Io ricambiai. Poi mi allontanai. Non volevo farmi vedere piangere. Andai in cucina. Aprii il frigorifero senza sapere perché. Avevo bisogno di fare qualcosa. Qualunque cosa. Il telefono vibrò. Un messaggio.
Daniel: «Stasera mangiate con me?» Lo lessi. Sorrisi.
Poi mi si strinse lo stomaco. Perché all'improvviso mi venne in mente una domanda. Cosa sarebbe successo tra qualche mese? Tra un anno? Quando l'entusiasmo della scoperta sarebbe passato? Quando la novità di essere padre non sarebbe più stata così forte? E se un giorno Daniel avesse capito che la nostra vita era troppo complicata? E se avesse iniziato a rimpiangere la vita che aveva costruito con Emily? Mi appoggiai al bancone. Le mani tremavano.
Non avevo mai avuto paura di crescere Sophie da sola. Perché non avevo avuto scelta. Adesso invece avevo qualcosa da perdere. La possibilità di avere una famiglia. Ed era proprio quella possibilità a terrorizzarmi.
Quella sera Daniel rimase a cena. Sophie parlava senza fermarsi. «Papà oggi mi ha insegnato ad andare in bici, sono grande ora!»
«Lo so. Mamma ti ha visto.»
«Sei stata davvero bravissima.»
«Sono bravissima.»
Daniel rise. «Non avevo dubbi!! Non si può dire che non sia tua figlia!»
Rivolgendosi a me. Li guardai. Sembravano così naturali. Troppo naturali. Sembrava come se quella distanza non fosse mai esistita.
Quando Sophie si andò a preparare per andare a letto, rimanemmo soli. Daniel mi osservò per qualche secondo. «Che c'è?»
«Niente.»
«Hannah.»
«Sto bene.»
«Non è vero.»
Abbassai gli occhi. «Sono solo stanca.»
«Hannah ti conosco.»
Quelle parole mi fecero male. Perché per quattro anni avevo cercato di convincermi che non mi conoscesse più. E invece bastava un'occhiata. «Ho paura.»
Daniel non disse niente. Aspettò. «Di cosa?»
Presi un respiro. «Di tutto questo.»
«Tutto questo cosa?»
«Tu.» Lo guardai. «Sophie.» Poi abbassai gli occhi. «Noi.» Daniel rimase in silenzio. «Ho paura che un giorno ti sveglierai e capirai che non è questa la vita che vuoi.»
«Hannah...»
«Non interrompermi.» Scossi la testa. «Non posso far finta di non avere paura.» Daniel mi guardò. «Ho passato quattro anni a convincermi che bastavo a Sophie.» La voce mi tremò. «E bastavo. Ma adesso ha anche te. E se un giorno tu decidessi che non vuoi più esserci?»
Daniel si alzò. Fece lentamente il giro del tavolo. Si inginocchiò davanti a me. «Guardami.» Lo feci. «Non ti prometterò che sarò perfetto, perché non lo sono. Non ti prometterò che non avremo problemi. Ne avremo. Ma una cosa posso dirtela.» Si chinò appena verso di me. «Non me ne vado. Non più.»
Sentii le lacrime scendere. «Daniel...»
«Questa volta non ho paura di quello che pensano gli altri.» La sua voce era ferma. «Non ho paura di sembrare debole. Perché adesso ho qualcosa di molto più importante da perdere.»
Lo guardai. «Cosa?»
Sorrise appena. «Voi.»
Rimasi senza parole. Poi sentii piccoli passi nel corridoio. Sophie tornò con il suo libro. Daniel si allontanò. Io mi asciugai rapidamente le lacrime. Sophie si sedette tra noi. «Mamma, papà leggiamo questo?»
Daniel sorrise. «Certo, piccola.»
E per quella sera bastò. Perché forse non avevo ancora smesso di avere paura. Ma per la prima volta... non ero più sola con quella paura.
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