Storia · capitolo 47

CAPITOLO 46

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Nei giorni successivi Daniel entrò lentamente nella nostra routine. Non cercava di imporsi. Non prendeva decisioni al posto mio. Non pretendeva di conoscere Sophie meglio di me. Chiedeva sempre.

«Posso portarla al parco?» «A che ora torna?» «Ha già fatto merenda?» «Può mangiare questo?»

A volte mi faceva quasi sorridere. L'uomo che un tempo pensava di poter controllare ogni cosa adesso mi chiedeva il permesso anche per scegliere un gelato. Un pomeriggio lo trovai in cucina mentre cercava di aprire una confezione di biscotti. «Hai bisogno di aiuto?»

Si voltò. «No.»

Lo guardai. «Stai combattendo con una scatola da almeno cinque minuti.»

«Ce la faccio.»

«Daniel.»

«Va bene.»

Gliela presi. La aprii. «Grazie.»

«Prego.»

Mi guardò. «Non ridere.»

Stavo già sorridendo. «Non sto ridendo.»

«Lo stai facendo.»

«Solo un po'.»

Scosse la testa. «Quattro anni e non è cambiato niente.»

Il sorriso mi si spense. «È cambiato tutto.»

Daniel rimase serio. «Sì.» Si appoggiò al bancone. «Lo so.» Ci fu un silenzio. Poi disse: «Hannah, c'è una cosa di cui voglio parlarti.»

Mi irrigidii. «Cosa?»

«Sophie.»

«Certo.»

«Sai che non voglio arrivare nella sua vita e sconvolgere tutto…»

«Ma lo stai già facendo.»

«Lo so.» Abbassò lo sguardo. «Ma voglio farlo nel modo giusto.»

Lo guardai. «Cosa significa?»

«Che non voglio decidere io quando vederla. Non voglio portarla via da te. Non voglio cambiarle la vita senza capire prima cosa le serve.» Inspirò. «Voglio solo esserci.»

Quelle parole mi colpirono. «Daniel...»

«So che tu sei sua madre. Non voglio competere con te.» Mi guardò. «Non potrei mai.»

Abbassai gli occhi. «Ho paura.»

«Lo so.»

«Ho paura che si affezioni e poi...»

Non riuscii a finire.

Daniel capì. «E se un giorno me ne andassi?»

Annuii. «Sì.»

Rimase in silenzio. Poi fece un passo verso di me. «Non lo farò.»

«Non puoi prometterlo.»

«No.» Scosse la testa. «Hai ragione.» Mi guardò. «Allora non te lo prometto. Te lo dimostro.» Rimasi in silenzio. «Un giorno alla volta.» Mi guardò negli occhi. «Finché non sarai tu a smettere di avere paura.»

Sentii gli occhi riempirsi di lacrime. «E se non ci riuscissi?»

«Aspetterò.»

«Per quanto?»

Un piccolo sorriso gli comparve sul volto. «Quanto serve.»

Quella risposta mi fece più male di qualsiasi promessa. Perché Daniel non stava chiedendo di essere perdonato. Stava dicendo che era disposto a guadagnarselo.

Quella sera guardai Daniel e Sophie giocare in giardino. Sophie correva. Daniel la inseguiva. Lei rideva. Lui faceva finta di non riuscire a prenderla.

Poi Sophie si fermò. «Daniel!»

«Sì?»

«Aspetta!»

Lui si fermò immediatamente. Sophie gli si avvicinò e gli prese la mano. Poi tornarono verso casa insieme. Li osservai dalla finestra. Per la prima volta mi concessi di immaginare una cosa che avevo sempre rifiutato. Noi tre. Non come fantasia. Non come sogno. Come possibilità. E quella possibilità mi fece paura. Ma, per la prima volta... non mi fece soltanto paura.

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