Storia · capitolo 40

CAPITOLO 39

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Daniel

Guidai per quasi mezz'ora senza sapere davvero dove stessi andando. Le mani strette sul volante. La mascella tesa. La testa piena di domande. Ma una scena continuava a tornarmi davanti agli occhi. Hannah contro il muro. Il suo respiro. I suoi occhi chiusi. La distanza quasi inesistente tra le nostre labbra. E quella frase. Questo è un errore. Aveva ragione. Lo sapevo. Eppure non riuscivo a smettere di pensare a quanto poco fosse mancato. A quanto poco fosse bastato per tornare indietro di quattro anni.

Parcheggiai davanti a un piccolo laboratorio privato che mi aveva indicato un conoscente. Rimasi qualche secondo in macchina. Guardai il telefono. Nessun messaggio di Emily. Nessuna chiamata. Presi un respiro profondo e scesi.

L'uomo che mi ricevette aveva un modo di parlare calmo e professionale. «Ha già fatto questo tipo di esame?»

«No.»

«Che tipo di analisi le serve?»

Esitai. «Un test di paternità.»

L'uomo annuì. «Per una verifica privata?»

«Sì.»

Mi spiegò come funzionava. Il mio campione. Quello della bambina. I tempi. La riservatezza. Ascoltavo, ma a malapena. Avevo bisogno solo di una cosa. Una risposta. «Ho un campione.»

Tirai fuori con attenzione ciò che avevo conservato. L'uomo lo prese. «Per il campione della minore, però, dobbiamo verificare quale procedura possiamo adottare per un test valido.»

Annuii. «Va bene.»

«Vuole procedere comunque con il suo campione?»

Guardai il tavolo. Poi pensai a Sophie. Al modo in cui mi aveva preso la mano. Alla margherita. A quella sensazione assurda che provavo quando ero vicino a lei. «Sì.»

Quando uscii dal laboratorio, avevo la sensazione di aver appena fatto qualcosa da cui non si poteva tornare indietro. Mi fermai sul marciapiede. Il telefono vibrò. Emily. Non risposi. Vibrò di nuovo. Lo guardai. Poi lo spensi. Non potevo parlarle. Non adesso. Non quando non sapevo ancora cosa stavo per scoprire.

Tornai dai Rockford nel pomeriggio. Cercai di comportarmi normalmente. Era quello che dovevo fare. Entrai in casa. La prima persona che vidi fu Hannah. Era in salotto. Stava piegando alcune lenzuola. Quando mi vide, si bloccò. Io feci lo stesso. Per un secondo nessuno dei due disse niente. Poi lei abbassò gli occhi. «Ciao.»

«Ciao.» La voce mi uscì più bassa del normale.

Continuai a camminare. Avrei voluto fermarmi. Dirle qualcosa. Chiederle di parlare. Ma non potevo. Non ancora. Perché ormai avevo una domanda nella testa. E finché non avessi avuto la risposta, non sapevo più cosa fosse giusto dirle.

Trovai Sophie in giardino. Era seduta sull'erba. Disegnava. Mi vide. «Daniel!»

Sorrisi. «Ciao.»

«Vieni.»

Mi sedetti accanto a lei. «Che fai?»

«Disegno te.»

«Di nuovo?»

«Sì.»

Mi mostrò il foglio. Era una figura con capelli scuri e una camicia blu. «Sono io?»

«Sì.»

«E perché sono così grande?»

Sophie rise. «Perché sei grande.»

«Giusto.»

Poi aggiunse: «E perché devi proteggere la mamma.»

Mi si strinse il petto. La guardai. «Chi te l'ha detto?»

«Nessuno.»

«E allora perché lo dici?»

Sophie fece spallucce. «Perché quando mamma è triste tu la guardi.»

Rimasi senza parole. La guardai. Poi guardai il disegno. Quella bambina diceva cose semplici. Ma riuscivano sempre a colpirmi nel punto esatto. «Sophie.»

«Sì?»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

«Ti piace stare con me?»

Mi guardò come se la domanda fosse assurda. «Sì.»

«Perché?»

Sorrise. «Perché sei tu.»

Mi sentii stringere la gola. «Giusto.»

Abbassai lo sguardo. Non dovevo affezionarmi. Non prima di sapere. Ma era già troppo tardi. Mi ero già affezionato. Molto più di quanto volessi ammettere.

La sera tornai a casa mia. Emily mi aspettava seduta sul divano. Questa volta non aveva il tono arrabbiato. Era semplicemente stanca. «Possiamo parlare?»

Mi tolsi la giacca. «Sì.»

«Non voglio litigare.»

«Nemmeno io.»

Emily mi guardò. «Allora dimmi una cosa.»

«Cosa?»

«Tu mi ami ancora?»

La domanda mi fece abbassare gli occhi. Non risposi subito. E quella pausa bastò. Emily inspirò lentamente. «Ho capito.»

«Emily...»

«No.» Scosse la testa. «Non dirmi niente che non senti.» Mi guardò. «Preferisco la verità.»

Il mio cuore si strinse. La verità. Era proprio quello che stavo cercando. «Ho bisogno di capire alcune cose.»

Emily abbassò gli occhi. «Riguardano Hannah?» Non risposi. «Daniel.»

La guardai. «Sì.»

Le tremò appena la voce. «Lo sapevo.»

Chiusi gli occhi. «Mi dispiace Emily. Davvero.»

Emily annuì lentamente. «No.» Si asciugò una lacrima. «Non ancora.»

La guardai. «Cosa?»

«Non mi chiedere di decidere adesso.» Si alzò. «Prima voglio capire anch'io cosa sta succedendo.»

Rimasi solo. La guardai allontanarsi. Poi presi il telefono. Controllai la posta. Ancora niente. Posai il telefono. Mi sedetti. Chiusi gli occhi. Pensai a Hannah. A Sophie. Alla notte del compleanno. A giugno. Alla trasfusione. Alla farfalla. A tutto. Avevo passato quattro anni senza risposte. Ora finalmente ne stavo cercando una.

Una cosa la sapevo, qualunque fosse il risultato, la mia vita non sarebbe più stata la stessa. E forse, per la prima volta, ero davvero pronto a scoprirne il motivo.

Altre opere da leggere