Storia · capitolo 41

CAPITOLO 40

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Daniel

La mail arrivò alle otto e diciassette del mattino. La vidi sul telefono mentre ero ancora a letto. Per qualche secondo non la aprii. Sapevo già cosa contenesse. O almeno, credevo di saperlo.

Avevo passato gli ultimi giorni a convincermi che qualsiasi risposta sarebbe stata meglio dell'incertezza. Ma adesso che quella risposta era davvero lì, sullo schermo, avevo paura. Una paura diversa. Quella di scoprire che tutto quello che avevo pensato era vero.

Presi il telefono. Aprii la mail. Lessi una volta. Poi ancora. Il testo era breve. Troppo breve per quello che stava succedendo dentro di me. Il test stabiliva la mia compatibilità biologica con Sophie al 99,9%. Non era una coincidenza. Non era un sospetto. Non era una fantasia. Sophie era mia figlia.

Lasciai cadere il telefono sul letto. Rimasi immobile. Respirai. Una volta. Due. Tre. Non bastava. Mi alzai. Cominciai a camminare per la stanza. Mia figlia. Quella parola continuava a rimbombarmi nella testa. Mia figlia. Sophie. La bambina che avevo tenuto tra le braccia in ospedale. La bambina a cui avevo donato il sangue senza sapere che nelle sue vene sarebbe entrata una parte di me. La bambina che mi aveva regalato una margherita. La bambina che mi aveva detto che le piaceva stare con me. La bambina che avevo guardato senza capire perché mi sembrasse così familiare. Mia figlia.

Mi portai una mano alla bocca. E improvvisamente tutto arrivò insieme. Il primo compleanno che non avevo visto. Il primo giorno di scuola. La prima volta che aveva detto «mamma». I suoi primi passi. La prima febbre. La prima volta che aveva pianto. La prima risata. Tutto quello che avevo perso. Quattro anni. Quattro anni interi. E io non c'ero stato.

Mi sedetti sul bordo del letto. Gli occhi mi bruciavano. Non avevo mai pianto così. Non per una donna. Non per una partita persa. Non per niente. Quella volta piansi per una bambina che aveva quattro anni e che, fino a pochi giorni prima, non sapevo nemmeno di avere. Mi venne in mente il momento in cui cadde dalle scale. La paura. Il sangue. Il modo in cui l'avevo presa tra le braccia. E quella sensazione assurda che avevo avuto. Adesso capivo. Non era stata soltanto paura. Era stato qualcosa di più profondo. Qualcosa che non sapevo nominare. Qualcosa che un padre aveva sentito prima ancora che la sua mente ne fosse consapevole.

Mi alzai. Presi le chiavi. Avevo bisogno di vedere Hannah. Avevo bisogno di vedere Sophie. Ma soprattutto avevo bisogno della verità. Tutta.

Quando arrivai dai Rockford, trovai Hannah in cucina. Sophie non c'era. Per un istante mi sentii sollevato. Non volevo che fosse presente. Non ancora.

Hannah si voltò. «Daniel?» Mi guardò negli occhi. E capì subito che qualcosa non andava. «Che succede?»

Non risposi. Entrai e chiusi la porta. La guardai. «Dobbiamo parlare.»

Il suo viso cambiò. «Di cosa?»

«Di Sophie.»

La vidi irrigidirsi. «Sta bene, è a scuola.» Fece un respiro. «Allora cosa c'è?»

Tirai fuori il telefono. Lo posai sul tavolo. «Ho fatto un test.»

Il colore sparì dal suo viso. «Cosa hai fatto?»

«Un test del DNA.» Silenzio. Non disse niente. Io la fissai. «Sophie è mia figlia.»

Hannah abbassò gli occhi. Non negò. Non protestò. Non disse che era impossibile. E quella fu la conferma più dolorosa di tutte. «Tu lo sapevi.»

La sua voce uscì appena. «Sì.»

«Da quanto?»

«Da sempre. Ho sempre saputo che fossi tu il padre.»

Chiusi gli occhi. Quella risposta mi fece più male di qualsiasi altra. «Da sempre.» Ripetei.

«Sì.»

Mi passai una mano tra i capelli. «Perché?» Hannah non rispose. «Perché non me l'hai detto?» Silenzio. «Perché mi hai lasciato vivere quattro anni senza sapere che avevo una figlia?»

Gli occhi di Hannah si riempirono di lacrime. «Perché non sapevo come dirtelo…»

«Potevi provare.»

«Ci ho provato.»

La guardai. «Cosa?»

«Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta, sono corsa da te per dirtelo.» Rimasi immobile. «Ero venuta a cercarti nello spogliatoio.» La voce le tremava. «Volevo dirti che aspettavo un bambino.»

Il cuore mi si strinse. «E allora perché sei andata via?»

Hannah chiuse gli occhi. «Perché ti ho sentito parlare con i tuoi amici.»

Non capii. «Quando?»

«Quel giorno.» Silenzio. «Parlavate della scommessa. Della scommessa su di me…» Mi si gelò il sangue. La scommessa. La vecchia scommessa. Quella che non avevo più pensato da anni. «Ti ho sentito dire che non provavi niente per me.» Rimasi immobile. La vidi asciugarsi una lacrima. «Hai detto che era solo una storiella da niente. Dopo averti sentito dire queste parole… come potevo guardarti negli occhi e dirti che aspettavo un bambino?» Scoppiò a piangere.

Quelle parole mi colpirono come un pugno. Adesso ricordavo. Lo spogliatoio. Josh. Gli altri. Le battute. La mia paura di sembrare debole. La mia stupida ostinazione. La mia vigliaccheria.

«Hannah...»

«No non continuare.»

«Devo spiegarti!» Scossi la testa. «Quello che hai sentito era vero.» Lei rimase immobile. «All'inizio era

davvero una scommessa.» La vidi abbassare lo sguardo. «Avevo accettato perché i ragazzi mi provocavano. Mi dicevano che non sarei mai riuscito a stare con una ragazza senza stancarmi.» Inspirai. «Poi sei arrivata tu.» Hannah non parlò. «E tutto è cambiato.» La guardai. «Mi sono innamorato di te.» Le sue labbra tremarono. «Ma ero troppo stupido per ammetterlo.»

«Non ci credo...»

La mia voce si spezzò. «Tu non sai quanto mi odio per quello che ho fatto.» Hannah non rispose. «Quando parlavo con loro, facevo finta che tu non significassi niente.»

«Perché?»

«Per paura.» La guardai. «Paura di sembrare debole. Paura che mi prendessero in giro. Paura che sapessero quanto eri diventata importante.» Abbassai gli occhi. «E mentre io cercavo di proteggere una stupida reputazione... tu eri incinta di mia figlia.»

Hannah iniziò a piangere.

Io feci un passo verso di lei. «Perché non mi hai dato la possibilità di spiegartelo?»

Mi guardò. «Perché avevo diciotto anni.» La sua voce tremò. «Ero spaventata.» Un altro passo. «Avevo appena scoperto di essere incinta.» Un altro. «Non avevo un lavoro. Non avevo una casa. Non avevo niente.» Si asciugò una lacrima. «E avevo appena sentito l'unica persona che amavo dire che per lui non ero niente.»

Chiusi gli occhi. Quella frase mi distrusse. «Hannah...»

«Io ti amavo.» La guardai. «Ti amavo così tanto che quella sera ho pensato che non sarei sopravvissuta a quello che avevo sentito.»

Non trovai parole. Perché non c'era niente da dire. Avevo perso quattro anni. Non perché Hannah mi avesse voluto punire. Non perché non avesse avuto bisogno di me. Li avevo persi perché ero stato un vigliacco.

«Sophie sa chi sono?»

Hannah scosse la testa. «No.»

«Cosa le hai detto?»

«Che suo padre non fa parte della nostra vita.»

Sentii il petto stringersi. «E lei non ha mai fatto domande?»

«Certo che sì.» Abbassò gli occhi. «Ma era piccola. Le dicevo che un giorno, quando sarebbe stata grande, le avrei raccontato tutto.»

Chiusi gli occhi. «Quattro anni.» La mia voce si spezzò. «Ho perso quattro anni di mia figlia.» Hannah non rispose. «Posso vederla?»

Mi guardò. Per qualche secondo non disse nulla. Poi annuì. «Sì.»

Inspirai lentamente. Non ero pronto. Forse non lo sarei mai stato. Ma volevo vedere mia figlia. La mia bambina. Feci per uscire dalla cucina. Poi mi fermai. Mi voltai verso Hannah. «Una cosa.»

«Cosa?»

«Il giorno in cui sei sparita...» La guardai. «Se avessi saputo che eri incinta, sarei venuto da te senza nessun dubbio.» Le lacrime le rigarono il viso. «Non avrei lasciato te.» La mia voce tremò. «E non avrei lasciato lei.» Hannah abbassò gli occhi. Io feci un passo verso di lei. «Ma adesso sono qui e voglio recuperare tutto il tempo perso, se me lo permetterai.»

Rimanemmo a guardarci. Per la prima volta senza segreti. Senza bugie. Senza quattro anni di silenzi. Soltanto con una verità enorme tra noi. Avevo una figlia. E finalmente sapevo perché, guardandola, avevo sentito qualcosa che non riuscivo a spiegare. Perché il cuore aveva già riconosciuto ciò che la mia mente aveva impiegato quattro anni a capire. Sophie era mia. E avrei passato il resto della mia vita a cercare di recuperare ogni giorno che avevo perso.

Altre opere da leggere