Storia · capitolo 3

CAPITOLO 2

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Il lunedì mattina tornò a essere tutto uguale. Ed era quasi un sollievo. Le feste finivano. I ragazzi smettevano di ridere. La musica si spegneva. E il lunedì nessuno aveva più motivo di ricordarsi di te. O almeno, questo era quello che speravo. Attraversai il cortile del college stringendo i libri contro il petto. Avevo scelto un paio di jeans larghi e un maglione color crema che mi arrivava quasi a metà coscia. Non ero vestita male. Semplicemente non ero vestita come le ragazze che vedevo intorno a me. Loro sembravano uscite tutte dalla stessa rivista. Io sembravo quella che la rivista aveva dimenticato di inserire. Abbassai lo sguardo e continuai a camminare. «Miller!» Mi voltai.

Due ragazzi del secondo anno erano appoggiati vicino agli armadietti. Uno di loro mi indicò. «Hai fatto colazione o hai mangiato direttamente il buffet?»

Risero. Io continuai a camminare. Non era il primo commento. Non sarebbe stato l'ultimo. Avevo imparato una cosa: quando fai finta di non sentire, gli altri prima o poi si stancano. Non era vero. Ma mi piaceva illudermi che lo fosse. Entrai nell'aula di economia e mi sedetti al mio solito posto. In fondo. Vicino alla finestra. Lontano da tutti. Tirai fuori il quaderno. Pochi secondi dopo arrivarono Megan e le sue amiche. «È libero?» Guardò la sedia accanto a me. «Sì.»

Si sedette. Poi mi guardò. «In realtà no.» Si alzò. «Vieni, Ashley. Andiamo davanti.» Raccolse le sue cose e se ne andò.

Rimasi a fissare la sedia vuota. Era una stupidaggine. Una sedia. Eppure sentii qualcosa stringermi lo stomaco. Mi concentrai sul quaderno. Non importa. Lo scrissi mentalmente. Non importa. La porta si aprì. La classe si zittì quasi immediatamente. Daniel entrò insieme ad altri due ragazzi della squadra di hockey. Aveva una felpa scura, i capelli ancora leggermente spettinati e quell'aria tranquilla di chi non aveva mai dovuto preoccuparsi troppo di come veniva percepito dagli altri. Passò tra i banchi. Per qualche motivo alzò gli occhi. Mi vide. Si fermò appena. Un istante. Forse meno. Ma abbastanza perché io lo notassi. Mi fece un piccolo sorriso. Io abbassai immediatamente gli occhi.

Il professore entrò. La lezione cominciò. Tentai di concentrarmi. Ci riuscii per circa tre minuti. Poi una pallina di carta cadde sul mio banco. La aprii sotto il quaderno. “Quanto hai pagato Daniel per baciarti?”

Il cuore mi sprofondò nello stomaco. Guardai lentamente verso il fondo dell'aula. Tre ragazzi stavano ridendo. Daniel non rideva. Aveva gli occhi sul professore. Non aveva visto nulla. Accartocciai il foglio, lo misi in tasca e continuai a prendere appunti. A metà lezione il professore fece una domanda. Alzai la mano. Risposi. La risposta era corretta. «Esatto, Miller.»

Un sorriso involontario mi comparve sulle labbra. Per due secondi mi sentii orgogliosa. Poi sentii una voce dietro di me. «Miracolo.»

Un'altra risata. Il sorriso scomparve. Abbassai gli occhi. Era incredibile quanto velocemente una parola potesse cancellare tutto il resto. Quando la campanella suonò, raccolsi le mie cose il più velocemente possibile. Volevo uscire prima che qualcuno potesse fermarmi. Non ci riuscii. «Hannah.»

Mi voltai. Daniel. Il corridoio intorno a noi era pieno di studenti. E improvvisamente ebbi la sensazione che tutti stessero guardando. Lui infilò le mani nelle tasche. «Per ieri sera…»

Mi irrigidii. «Che cosa?»

«Il bacio.»

«Era il gioco.» Lo dissi così velocemente che quasi mi morsi la lingua.

Lui sorrise. «Lo so.» Silenzio. Poi aggiunse: «Ma non mi è dispiaciuto.»

Il mio cuore fece una cosa completamente stupida. Accelerò. «Ah.» Fantastico, Hannah. Ah, era tutto quello che sapevo dire.

Daniel rise piano. «Ci vediamo dopo.» Poi si allontanò.

Io rimasi ferma. Lo guardai sparire in mezzo alla folla. E per la prima volta da molto tempo, mentre attraversavo quel corridoio pieno di persone che avevano sempre trovato un motivo per farmi sentire sbagliata, mi dimenticai per qualche secondo di essere Hannah Miller, la ragazza che tutti prendevano in giro. Perché qualcuno mi aveva guardata. E non aveva riso. Non ancora.

Altre opere da leggere