Storia · capitolo 38

CAPITOLO 37

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Daniel

La strada verso il lago era quasi deserta. Guidavo senza accendere la radio. Avevo bisogno di silenzio. Avevo bisogno di pensare. La casa era poco fuori città, immersa nel verde, lontana da tutto. Ci arrivai quando ormai era buio. Parcheggiai davanti al vialetto e rimasi qualche secondo in macchina. Guardavo la casa. Quella casa. Il posto che era diventato il nostro rifugio, dove potevamo essere semplicemente Daniel e Hannah. Il posto in cui pensavo che il futuro potesse essere semplice.

Scesi dalla macchina. Aprii la porta. L'odore della casa mi colpì immediatamente. Legno. Polvere. Vecchi ricordi. Accesi le luci una alla volta. Tutto sembrava più piccolo di come lo ricordavo. O forse ero io a essere cambiato. Attraversai il salotto. Poi la cucina. Infine arrivai nella stanza in cui avevamo dormito. Mi fermai sulla soglia. Quella notte. Quella dannata notte. Chiusi gli occhi. E il ricordo tornò.

Era l'inizio di settembre. Hannah compieva diciotto anni. Le avevo promesso che quella sera sarebbe stata diversa. Niente college. Niente amici. Niente hockey. Solo noi. Avevo preparato una cena semplice. Non ero mai stato bravo a cucinare, ma quella volta mi ero impegnato.

Lei aveva riso appena aveva visto il tavolo. «Hai fatto tutto tu?»

«Quasi.»

«Quasi?»

«Ho comprato il dolce.»

Aveva riso. Quella risata. La stessa che ancora oggi mi tornava in testa. Avevamo mangiato lentamente. Parlato. Riso. Lei mi aveva raccontato di una professoressa che aveva passato metà della lezione a parlare di qualcosa che nessuno aveva capito. Io le avevo raccontato della squadra.

Poi avevo tirato fuori un muffin con sopra una sola candelina. Hannah mi aveva guardato incredula. «È questo il dolce?»

«Non ti piace?»

«No scemo, è perfetto!»

«Allora, esprimi un desiderio.»

Lei aveva sorriso. Aveva chiuso gli occhi. Aveva spento la candela. «Che hai desiderato?»

«Se te lo dico non si avvera.»

«Non vale.»

«Invece sì.»

Avevo riso. «Buon compleanno Hannah.»

Aveva cominciato a piangere. «Non devi piangere.»

«Non sto piangendo.»

«Hai gli occhi pieni di lacrime.»

«È colpa tua.»

L'avevo abbracciata. Lei aveva appoggiato la testa sul mio petto. E per qualche secondo eravamo rimasti così. Senza parlare. Poi mi aveva guardato. «Grazie.»

«Per cosa?»

«Per avermi fatta sentire speciale.»

Avevo sfiorato il suo viso. «Perché lo sei.»

Mi aveva sorriso. E quella notte, ci eravamo dimenticati di tutto. Del college. Degli altri. Della paura. Delle parole che non avevamo ancora avuto il coraggio di dirci. C'eravamo solo noi. Due persone innamorate che, per una volta, avevano smesso di avere paura. Ricordo il modo in cui mi guardava. Il modo in cui mi aveva stretto. Il modo in cui, alla fine, era rimasta accanto a me con la testa sul mio petto. Avevamo parlato fino a tardi. Avevamo riso. Avevamo fatto progetti. «Un giorno voglio viaggiare.»

«Dove?»

«Ovunque.»

«E io?»

Lei mi aveva sorriso. «Tu vieni con me.»

Le avevo baciato la fronte. «Sempre.»

Quella fu l'ultima notte in cui la vidi come la ragazza con cui avrei potuto avere un futuro.

Perché dopo... era sparita.

Aprii gli occhi. Ero ancora nella vecchia stanza. Mi passai una mano sul volto. Il cuore mi batteva forte. Mi sedetti sul bordo del letto. Poi la domanda tornò. Settembre. Sophie era nata a giugno. Nove mesi. Feci il conto. Rimasi immobile. No. Era impossibile. Ma i conti tornavano. Non servivano supposizioni. Non servivano ricordi. La matematica era semplice.

Quella notte era stata all'inizio di settembre. E nove mesi dopo... Hannah aveva avuto Sophie.

Mi alzai di scatto. Cominciai a camminare per la stanza. Poteva essere una coincidenza. Certo che poteva esserlo. Ma c'era qualcosa che continuava a torturarmi. La sua scomparsa. Il messaggio. I quattro anni. Sophie. Il gruppo sanguigno. Il modo in cui Hannah aveva reagito quando il medico aveva parlato della trasfusione. Il modo in cui io guardavo quella bambina senza capire perché mi sembrasse così familiare. E adesso quella data.

Mi fermai davanti alla finestra. «No.»

Lo dissi ad alta voce. Come se pronunciarlo potesse cancellare il pensiero. Ma non funzionò. Perché per la prima volta non stavo più cercando di capire cosa fosse successo a Hannah.

Stavo cercando di capire se Sophie fosse mia. E avevo bisogno di una risposta. Una risposta vera. Non una sensazione. Non una coincidenza. Non un'impressione. La verità.

Quella notte non dormii. La mattina tornai dai Rockford prima del solito. Quando arrivai, Sophie era in cortile. Correva dietro a una palla. Rideva felice. Appena mi vide, mi corse incontro. «Daniel! Guarda!» Mi mostrò una margherita. «È per te.»

La presi. «Grazie.»

«Mamma dice che non si devono strappare i fiori, però è bella!»

Sorrisi. «Allora a mamma non diciamo niente.» Rise. Poi tornò a giocare.

Io rimasi a guardarla. Adesso ogni dettaglio mi sembrava diverso. I suoi occhi. Il sorriso. Il modo in cui inclinava la testa. Il modo in cui si concentrava quando voleva fare qualcosa bene. Forse ero io a cercare somiglianze. Forse la mia mente stava cercando conferme a qualcosa che avevo paura persino di pronunciare. Ma non potevo vivere di forse. Sophie corse verso la palla. Poi si fermò per sistemarsi i capelli.

Un lungo ciuffo biondo le era rimasto attaccato al viso. «Aspetta.» Mi avvicinai. «Te lo sistemo.»

Lei rimase ferma. Le allontanai delicatamente i capelli dalla fronte. Un filo sottile rimase impigliato tra le dita. Sophie non se ne accorse. Io sì. Guardai quel capello. Poi guardai lei. Il cuore cominciò a battermi forte. Non potevo farlo. Era folle. Era sbagliato. Ma avevo bisogno di sapere. Mi guardai intorno. Nessuno ci stava osservando. Chiusi la mano cercando di non far volare il capello. Rimasi immobile.

Dentro quella mano c'era un pezzo minuscolo di una risposta che mi faceva paura. Non sapevo cosa avrei trovato. Non sapevo cosa sarebbe successo se il risultato fosse stato quello che temevo. Avrei potuto scoprire di aver perso quattro anni della vita di mia figlia. Oppure avrei potuto scoprire che mi ero costruito una storia su coincidenze senza senso. In entrambi i casi, niente sarebbe più stato uguale.

Guardai Sophie. Poi Hannah, che era uscita sulla terrazza e ci osservava. Mi sentii mancare il respiro.

Per la prima volta dopo quattro anni avevo qualcosa che non potevo ignorare. La possibilità. Una possibilità così grande da farmi paura. Strinsi il capello tra le dita. E in quel momento presi la decisione. Avrei fatto il test del DNA. Avrei scoperto la verità.

Anche se quella verità avesse distrutto tutto ciò che avevo costruito fino a quel momento. Anche se avesse cambiato per sempre il modo in cui avrei guardato Hannah. Ma soprattutto, anche se avesse significato scoprire che la bambina che avevo tenuto tra le braccia in ospedale… era mia figlia.

Altre opere da leggere