CAPITOLO 36
Daniel
Quella notte non riuscii a dormire. Non avevo mai dato troppa importanza alle coincidenze. Eppure continuavo a pensarci. Sophie aveva quattro anni. Hannah era sparita quattro anni prima. Il suo compleanno era a giugno. E io, nello stesso periodo, avevo perso completamente ogni traccia di lei. Mi girai nel letto. Chiusi gli occhi. Provai a smettere di pensarci. Non ci riuscii.
Alla fine mi alzai. Presi il telefono dal comodino e andai in soggiorno. Accesi una sola lampada. Avevo bisogno di qualcosa. Non sapevo ancora cosa. Forse di una risposta. Forse solo di convincermi che mi stavo facendo delle paranoie. Aprii il computer. Rimasi qualche secondo con le mani sulla tastiera. Poi entrai nella cartella delle vecchie fotografie. Non la aprivo da anni. Comparvero immagini del college. La squadra. Le feste. I miei compagni. Io. Un ragazzo che sembrava appartenere a una vita completamente diversa.
Continuai a scorrere. Poi la vidi. Hannah. Seduta sull'erba. I capelli mossi dal vento. La collana con la farfalla. Sorrideva verso l'obiettivo. Mi fermai. Allargai la fotografia. La data comparve in basso. La lessi. Una volta. Poi ancora. Quello era il periodo in cui stavamo insieme. Ricordavo perfettamente quei giorni. Le nostre passeggiate. La biblioteca. Le sere in cui uscivamo di nascosto. E poi, la sua scomparsa.
Scorsi le fotografie successive. Settimane. Poi mesi. Di Hannah non c'era più niente. Mi passai una mano sul viso. Presi il telefono. Aprii una vecchia conversazione. I messaggi erano ancora lì. Non tutti. Ma abbastanza. Lessi alcune righe. Lei mi scriveva di notte. Io le rispondevo. Stupidaggini. Battute. Promesse. Poi arrivai agli ultimi giorni. L'ultimo messaggio di Hannah. “Dobbiamo parlare.” Ricordavo quella frase. Avevo pensato che volesse lasciarmi. Poi era sparita. Niente più messaggi. Niente telefonate. Niente di niente.
Mi appoggiai allo schienale. Per quattro anni mi ero raccontato che aveva scelto di andarsene. E forse era vero. Ma allora perché? Perché proprio in quei giorni? Perché senza una spiegazione? Chiusi la conversazione. Non volevo continuare. Ma ormai la domanda era entrata nella mia testa. E non riuscivo più a cacciarla via.
La mattina seguente arrivai a casa dei Rockford prima del solito. Emily era ancora al piano di sopra. In cucina trovai Hannah. Stava preparando la colazione di Sophie. Quando mi vide, si irrigidì appena.
«Buongiorno.»
«Buongiorno, Hannah.»
Sophie era seduta al tavolo. Disegnava. Mi avvicinai. «Come va oggi, piccolina?»
«Bene.»
«E la testa?»
«Non mi fa più male.»
Guardai Hannah. «Il medico ha detto che è normale dopo quello che è successo?»
«Sì.»
Annuii. Presi una tazza. «Posso?»
Hannah fece un piccolo gesto con la testa. «Certo.»
Mi versai il caffè. Sophie continuava a disegnare. «Cosa fai?»
Mi mostrò il foglio. «La mia casa.»
C'erano tre persone. Lei. Hannah. E un'altra figura. Mi indicò. «Tu non ci sei.»
Sorrisi. «Meno male.»
«Perché?»
«Perché altrimenti tua madre si arrabbia.»
Sophie rise. Hannah mi guardò. Per un attimo sembrò rilassarsi. Poi le chiesi: «Posso vedere?»
Sophie mi diede il foglio. Lo guardai. «Hai un bel tratto.»
«Mamma dice che sono brava.»
«La mamma ha sempre ragione.»
Sophie annuì seriamente. «Sì.»
Risi. Poi mi accorsi di una cosa. Aveva inclinato la testa mentre guardava il disegno. Lo stesso gesto che faceva Hannah quando cercava di capire qualcosa. Lo stesso. Mi fermai. Forse era solo una coincidenza. I bambini copiano i genitori. Era normale.
Restituii il foglio. «È bellissimo.»
Sophie sorrise. «Grazie.»
Mi alzai. Non riuscivo a smettere di guardarle, Hannah e una mini Hannah. Non facevo altro che chiedermi cosa hanno passato in questi anni, se sono felici, se hanno avuto delle difficoltà.
«Che c'è?» mi chiese Hannah, all’improvviso.
«Niente.»
«Niente? Mi stai fissando da un quarto d’ora!»
«Sto solo pensando.»
«A cosa?»
La fissai. Per un istante ebbi voglia di chiederle tutto. Di chiederle perché era sparita. Di chiederle chi fosse il padre di Sophie. Di chiederle perché, ogni volta che la guardavo, sembrava che ci fosse qualcosa che non riuscivo a ricordare. Ma non lo feci. «Cose di lavoro.» Mentii.
Hannah abbassò gli occhi. Io presi la tazza e uscii dalla cucina in fretta.
Mentre ero nel mio ufficio, il telefono squillò. Era Emily. Dovetti rispondere per forza. Dopo la litigata che abbiamo avuto la sera dell’incidente di Sophie, Emily era diventata più sospettosa. «Pronto Emily?»
«Dove sei?»
«Sono in ufficio.»
«Dobbiamo parlare del matrimonio.»
Chiusi gli occhi. «Possiamo farlo più tardi? Sto finendo di redigere dei documenti importanti.»
«No, Daniel. Dobbiamo farlo ora. Quando si tratta del nostro matrimonio tendi sempre a procrastinare.»
«Emily, questo non è vero.»
«Daniel, lo sai anche tu che è così.»
Il tono della sua voce mi fece capire che non avrebbe lasciato perdere. «Va bene, sto arrivando.»
La trovai in salotto con la wedding planner. C'erano fotografie, campioni di stoffa e documenti sparsi sul tavolo. «Finalmente ecco lo sposo!»
«Scusate il ritardo!»
Emily mi guardò per qualche secondo. «Sei sicuro di voler fare questo?»
«Che cosa intendi?»
Indicò tutto intorno. «Se sei sicuro di voler essere qui, veramente.»
La domanda mi sorprese. «Perché me lo chiedi?»
«Perché da qualche giorno sembri sempre altrove, assente.» Non risposi. Emily prese un campione di stoffa. «E io continuo a chiedermi se ci sia davvero tu, qui.»
La guardai. «Ci sono Emmy.»
«No, non del tutto.» La sua voce si fece più bassa. «Una parte di te è altrove.»
«Sarà colpa del lavoro. Scusami.» Abbassai gli occhi. Aveva ragione. Solo che non sapevo ancora dove fosse quella parte. O forse lo sapevo. Era tornata quattro anni prima. Con un nome che continuavo a ripetermi nella testa. Hannah.
Emily si avvicinò. «Vuoi annullare il matrimonio?»
Alzai gli occhi di scatto. «No.» La risposta uscì immediata. Ma non suonò convincente nemmeno a me.
Emily rimase in silenzio. Poi fece un passo indietro. «Allora spiegami cosa ti sta succedendo.»
Non potevo. Non ancora. Perché prima di parlare con qualcuno dovevo capire cosa stesse succedendo dentro di me. E soprattutto dovevo capire una cosa. Una cosa che continuava a tornare. La notte in cui Hannah era sparita. La sua ultima frase. La data. Mi passai una mano tra i capelli.
«Ho bisogno di andare.»
Emily mi guardò. «Dove?»
«In un posto.»
«Che posto?»
Non risposi. Presi le chiavi della macchina. Perché avevo appena ricordato qualcosa. Un luogo. Un giorno. E forse una data che avevo dimenticato troppo a lungo. Il lago. Dove avevo portato Hannah per il suo compleanno. Dove le avevo detto che la persona che era quando non aveva paura di essere se stessa era la mia preferita. Dove le avevo regalato la farfalla. E dove, quella notte, avevo promesso a me stesso che non l'avrei mai lasciata andare. Non sapevo ancora perché quel ricordo fosse tornato proprio in quel momento. Ma avevo bisogno di verificarlo. Perché forse la risposta che cercavo da giorni... era rimasta lì per quattro anni.
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