Storia · capitolo 36

CAPITOLO 35

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Quella mattina avevo la sensazione di aver dormito appena qualche minuto. In realtà, avevo passato gran parte della notte a fissare il soffitto. Era passata una settimana dall’incidente ma continuavo a rivedere la stessa scena. Sophie sulle scale. Il sangue. Daniel che la prendeva tra le braccia. La corsa in ospedale. La trasfusione. E poi quella frase che non riuscivo a togliermi dalla testa. Il suo sangue sta entrando nel corpo di mia figlia. Chiusi gli occhi. Non potevo pensarci. Non adesso.

Mi alzai e andai nella stanza di Sophie. Dormiva ancora. Mi fermai sulla porta. Vederla così tranquilla dopo quella paura mi fece tirare un sospiro di sollievo. Mi avvicinai al letto. «Buongiorno, amore.»

Sophie aprì lentamente gli occhi. «Mamma.»

Mi sorrise. «Come ti senti?»

«Bene.»

«Hai mal di testa?»

Scosse la testa. «No.»

Le accarezzai i capelli. «Sei sicura?»

«Sì, mammina.»

Mi chinai e la baciai sulla fronte. «Oggi niente scuola.»

Sophie fece una faccia contrariata. «Ancora?»

«Ancora.»

«Posso venire conte?»

Esitai. Poi annuii. «Sì.»

Quando arrivammo dai Rockford, vidi Daniel prima ancora di entrare in casa. Era in giardino. Appena mi vide, si fermò. Il suo sguardo passò immediatamente da me a Sophie. «Come sta?»

La domanda arrivò prima ancora del buongiorno. «Bene.»

Daniel si avvicinò. Si abbassò davanti a Sophie. «Ehi, piccolina.»

Sophie lo guardò. «Ciao.»

«Come ti senti?»

«Bene.»

«Sicura?»

Sophie annuì. Daniel sorrise. «Meglio così.» Poi si alzò. Il suo sguardo tornò su di me. «Hai dormito?»

«Poco.»

«Immaginavo.»

Ci fu un attimo di silenzio. Sophie tirò Daniel per la manica. «Vieni.»

Lui abbassò lo sguardo. «Dove?»

«Ti faccio vedere una cosa.»

Lo prese per mano. Io rimasi immobile. La mano di mia figlia stretta in quella dell'uomo che aveva appena iniziato a chiedersi se fosse sua. Sentii un nodo allo stomaco. «Sophie...»

Lei si voltò. «Mamma, vieni anche tu.»

Sorrisi. «Arrivo.» Li seguii.

Sophie trascinò Daniel fino al tavolo del giardino. Dallo zainetto tirò fuori alcuni fogli e dei colori. «Questo l'ho fatto ieri.»

Gli mostrò un disegno. Daniel lo prese. «Cos'è?»

«Una famiglia.»

Sentii il cuore fermarsi. Daniel abbassò lentamente gli occhi sul foglio. C'erano quattro persone. Io. Sophie. Daniel. E Emily.

Daniel rimase in silenzio. «Perché ci sono anch'io?»

Sophie scrollò le spalle. «Perché sei qui.»

«E Emily?»

«Perché sposa te.»

La risposta fu così naturale che per un attimo Daniel non seppe cosa dire. Poi sorrise. «Giusto.»

Sophie indicò il suo disegno. «Però tu sei troppo lontano.»

Daniel aggrottò la fronte. «Perché?»

«Perché devi stare vicino a me.»

Sentii il sangue gelarsi. Daniel la guardò. «Perché?»

Sophie sorrise. «Perché sei simpatico.»

Lui rise piano. «Anche tu sei molto simpatica!»

Sophie sembrò soddisfatta. Poi si mise a colorare. Daniel rimase ancora qualche secondo a guardarla. Io vidi il suo volto cambiare. Non era più soltanto tenerezza. C'era qualcosa nei suoi occhi. Qualcosa che mi spaventò.

Più tardi, mentre Sophie giocava in giardino, Daniel la osservava da lontano. Aveva smesso di ascoltare la conversazione tra Emily e la wedding planner. Sophie correva sull'erba con una farfalla di carta tra le mani. Ogni tanto si fermava, la guardava e poi ripartiva. Daniel sorrise senza rendersene conto. Poi quella sensazione tornò. Un ricordo. Hannah. Il modo in cui, anni prima, si fermava a osservare le cose piccole. Una farfalla. Un fiore. Una luce particolare. Non riusciva a capire perché gli venisse in mente proprio in quel momento. Scosse la testa. Era soltanto suggestione.

Poi Sophie inciampò leggermente. Si rialzò e si strofinò il ginocchio. Daniel le fu accanto in pochi

secondi. «Ti sei fatta male?»

«No.»

«Fammi vedere.»

Sophie gli mostrò il ginocchio. «È solo un graffio.»

Daniel sorrise. «Sei coraggiosa.»

«La mamma dice sempre che sono forte.»

Quella frase gli fece qualcosa. Non sapeva cosa. Ma gli rimase addosso. «Tua mamma ha ragione.»

Sophie lo guardò. «Anche tu lo dici?»

Daniel si fermò. «Io?»

«Sì. Ieri hai detto che sono forte.»

Non ricordava di averlo fatto. O forse sì. Sophie prese la sua mano. «Vieni.»

Daniel la seguì. Ma mentre camminava, la guardava. Quel piccolo gesto. La mano stretta alla sua. Un'inspiegabile sensazione di familiarità. Come se fosse qualcosa che il suo corpo ricordava prima ancora della sua mente. Era bello vederli insieme ma per quanto ancora potevo nascondergli la verità?

Li stavo, ancora, fissando dalla finestra quando Emily mi raggiunse in cucina. «Come sta oggi?»

«Molto meglio, grazie!»

«Meno male. Ci siamo spaventati.» Si appoggiò al bancone. «Ultimamente, però, Daniel è strano.»

Mi fermai. «In che senso?»

«Non lo so.» Emily abbassò gli occhi. «È come se fosse sempre da un'altra parte.» Non risposi. «Da ieri sera continua a fare domande, è silenzioso. Il matrimonio si avvicina e a lui non frega niente.»

Il mio cuore accelerò. «Che domande?»

Emily mi guardò. «Su Sophie.»

Abbassai immediatamente gli occhi. «Penso sia normale, visto quello che è successo.»

«Sì...» Fece una pausa. «Ma Daniel non è mai stato così. Ha pensato sempre al lavoro, adesso si preoccupa per te e per la tua bambina. Ieri mi ha chiesto in che mese compie gli anni Sophie…»

Mi voltai e la interruppi. «E?»

«Niente.» Emily fece spallucce. «Non ho saputo rispondergli perché neanche io sò quando è nata tua figlia.»

Sentii la gola seccarsi. «Perché fa queste domande?»

«Non lo so.» Emily mi osservò attentamente. «Tu lo sai?»

Scossi la testa. «No, non saprei.»

In quel momento sentimmo una risata provenire dal giardino. Sophie. Ci voltammo entrambe verso la finestra. Daniel era seduto sull'erba. Sophie era accanto a lui. Lo guardava ridere. E per un momento sembravano... una famiglia.

Distolsi immediatamente lo sguardo. Emily continuò a osservare la scena. Poi disse piano: «A volte mi sembra che lui guardi Sophie come se ci fosse qualcosa che non riesce a spiegarsi.»

Il cuore mi si fermò. «È affezionato a lei.»

«Sì.» Emily rimase in silenzio. «Ma non è solo quello.»

Non risposi. Non potevo.

Quel pomeriggio stavo sistemando una stanza quando sentii qualcuno fermarsi sulla porta. «Posso?» Mi voltai. Daniel.

«Certo.»

Entrò. Non chiuse la porta. Rimase sulla soglia. «Volevo chiederti una cosa.»

«Dimmi.»

Mi guardò. «Quando compie gli anni Sophie?»

La domanda mi fece irrigidire. «A giugno.»

Daniel abbassò appena lo sguardo. «Giugno.»

«Sì.»

«Che giorno?»

«Il dodici.»

Per un istante non disse nulla. Il suo viso cambiò appena. «Capito.»

«Perché me lo chiedi?»

«Curiosità. Sarebbe bello organizzare qui il suo compleanno. Solo per questo.»

Ma non sembrava curiosità. Sembrava che stesse facendo un conto nella sua testa.

«È nata a giugno di quattro anni fa, quindi.»

Il mio cuore cominciò a battere più forte. «Sì.»

Sorrise appena. «Mi sembra più grande.»

«A quattro anni crescono in fretta.»

«Già.»

Ci fu un breve silenzio. Poi guardò verso il corridoio. «Le piacciono molto le farfalle.»

Il cuore mi diede un colpo. «Sì, fin da quando era piccola.»

«Anche a te.» Lo disse con naturalezza.

Mi strinsi nelle spalle. «È vero!»

Daniel annuì lentamente. Non aggiunse altro. Si voltò verso la porta. «Vado, ci vediamo.»

«Va bene.»

Fece per andarsene, ma si fermò sulla porta. «Hannah.»

«Sì?»

Lo guardai. «Sophie è una bambina speciale.»

Poi uscì. Rimasi ferma al centro della stanza. Aspettai che i suoi passi sparissero nel corridoio. Solo allora lasciai andare il respiro. Non mi aveva chiesto niente. Non davvero. Eppure, qualcosa era cambiato. Daniel aveva cominciato a ricordare dettagli. Piccoli dettagli. Innocui, presi uno alla volta. Ma io sapevo quanto potevano diventare pericolosi se avesse iniziato a metterli uno accanto all'altro. E per la prima volta mi chiesi se sarei riuscita a tenerli separati abbastanza a lungo.

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