Storia · capitolo 35

CAPITOLO 34

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Daniel

Quando arrivai a casa, erano quasi le undici. Parcheggiai nel vialetto e rimasi qualche secondo dentro l'auto. Non avevo voglia di entrare. Non avevo voglia di parlare. E soprattutto non avevo voglia di affrontare Emily. Ma sapevo che mi stava aspettando. Il telefono vibrò, un messaggio.

Emily: Dobbiamo parlare. Dove sei?

Sbuffai. Non c'era bisogno che me lo ricordasse. Entrai. La trovai in salotto. Era ancora vestita con gli stessi abiti della mattina. Seduta sul divano. Le mani strette una dentro l'altra.

Quando mi vide, si alzò. «Finalmente.»

Chiusi la porta. «Sono stato in ospedale.»

«Lo so.»

«Allora sai anche perché.»

Emily mi guardò. «Sì.» Fece una pausa. «Ma non so perché non hai risposto alle mie chiamate.»

Appoggiai le chiavi sul mobile. «Non potevo.»

«Non potevi o non volevi?»

La guardai. «Emily...»

«Ci sposiamo tra poche settimane, Daniel.»

«Lo so.»

«Avevamo un appuntamento con la wedding planner. E tu sei sparito per tutto il giorno.» La sua voce si alzò appena. «Per una bambina che conosci da quanto? Una settimana?»

Mi bloccai. Non mi piacque quella frase. «Non parlare di lei in questo modo.»

Emily rimase in silenzio. «Non volevo dire questo.»

«Ma l'hai detto.»

«Daniel...» Si avvicinò. «Sto cercando di capire.»

«Non c'è niente da capire.»

Emily mi fissò. «Ah davvero?» Non risposi. «Perché io ero lì.» La sua voce era più bassa adesso. «Ho visto come hai reagito. Vedo come la guardi.»

Abbassai lo sguardo. Sapevo esattamente a cosa si riferisse. La piscina. La scala. La macchina. L'ospedale. «Era una bambina ferita.»

«Non parlo del fatto che l'hai aiutata.» Emily fece un altro passo. «Parlo di Hannah.»

La guardai. «Cosa vuoi dire?»

«Quando è caduta in piscina ti sei buttato dentro senza pensarci.» Silenzio. «Oggi hai preso Sophie in braccio e sei corso all'ospedale come se fosse tua.» Non risposi. «E quando io ti ho detto del matrimonio...» Si fermò. «Non ti importava.»

Quella parola mi colpì. Perché era vera. In quel momento non me ne era importato niente. Non del matrimonio. Non della wedding planner. Non delle fedi. Niente. Avevo visto Hannah in ginocchio accanto a sua figlia e avevo sentito una paura che non riuscivo ancora a spiegarmi.

Emily abbassò lo sguardo. «Io ti conosco, Daniel.» La guardai. «E tu non sei così con chiunque.» Non risposi. «Quindi dimmelo.»

«Cosa?»

«Cosa c'è tra te e Hannah?»

Mi irrigidii. «Niente.»

«Non è vero.»

«È la verità.»

Emily scosse la testa. «Vi guardate come due persone che hanno una storia.»

Quelle parole mi rimasero addosso. Una storia. Sì. Ne avevamo avuta una. Una storia che avevo cercato di dimenticare. Una storia finita senza una spiegazione. Una ragazza che un giorno era sparita dalla mia vita. E adesso era tornata. Con una bambina. «Ci conoscevamo al college.»

«Questo lo so già.»

«Eravamo amici.»

Emily mi guardò negli occhi. «Solo amici?»

Esitai. Fu solo un secondo. Ma lei lo vide. «Ecco.»

«Cosa?»

«Hai esitato.»

«Perché è passato tanto tempo.»

«No.» Emily fece un piccolo passo indietro. «Hai esitato perché non è tutto.»

Rimasi in silenzio. Non sapevo cosa risponderle. Perché la verità era che non sapevo nemmeno io cosa fosse tutto. Sapevo soltanto cosa ricordavo. Il suo sorriso. La sua voce. La farfalla al collo. Il modo in cui mi guardava. Il modo in cui mi aveva fatto sentire. E poi il vuoto. Quattro anni di vuoto.

Emily si asciugò una lacrima. «Io ti amo, Daniel. Ci stiamo per sposare…»

Quelle parole mi fecero abbassare gli occhi. «Lo so.»

«Allora dimmi che non c'è niente tra voi.»

La guardai. Avrei dovuto dirlo. Avrei dovuto rassicurarla. Avrei dovuto dirle che Hannah non significava niente. Ma per la prima volta non riuscivo più a pronunciare quella frase. Emily lo capì.

E il suo viso cambiò. «Non lo dici perché non puoi.» Non risposi. «Non puoi dirmelo, vero?»

Si allontanò. «Emily...»

Prima di salire le scale, però, si voltò. «Una cosa voglio saperla.»

«Cosa?»

«Quanti anni ha Sophie?»

La guardai. «Quattro.»

Emily annuì. «Quattro.» Come se stesse ripetendo quel numero per imprimerselo nella memoria. «E Hannah?»

Aggrottai la fronte. «Cosa?»

«Quanti anni aveva quando l'hai conosciuta?»

La domanda mi fece riflettere. «Diciassette anni.»

Emily rimase ferma. «Diciassette.»

Annuii. «Sì.»

«E quanto tempo è passato da quando è sparita?»

«Quattro anni.»

Ci guardammo. Emily non disse niente. Neanch'io. Poi salì le scale. La sentii chiudere la porta della camera. Rimasi solo. Quattro anni. Sophie aveva quattro anni. Mi passai una mano sul volto. Era soltanto una coincidenza? Doveva esserlo.

Ma nella mia testa comparve improvvisamente un'immagine. Hannah. Il giorno in cui era sparita. Il suo viso. La paura nei suoi occhi. Quella sera avevo pensato che mi avesse semplicemente lasciato. Che avesse deciso di cancellarmi dalla sua vita. Eppure perché? Perché era sparita proprio allora?

Mi alzai e andai verso il tavolo. Presi il telefono. Aprii la galleria. Scorsi vecchie fotografie. College. Hockey. Amici. Feste. Poi la vidi. Hannah. Una fotografia scattata al lago. Lei sorrideva. La farfalla brillava sul suo collo. Mi fermai.

Quattro anni. Sophie aveva quattro anni. E quella mattina, in ospedale, avevo donato il sangue a una bambina che aveva lo stesso raro gruppo sanguigno che ho io. Rimasi immobile. No. Era impossibile.

Ma allora perché, guardando Sophie, avevo avuto quella sensazione? Perché il suo sguardo mi era sembrato così familiare? Perché quando aveva sorriso avevo sentito qualcosa che non riuscivo a spiegare? E soprattutto perché Hannah aveva avuto paura?

Mi sedetti. Guardai ancora la fotografia. Poi lo schermo del telefono. Poi quella fotografia. Una volta. Due. Tre. E una domanda che fino a quella sera non avevo mai avuto il coraggio di formulare mi si piantò nella testa. Sophie era davvero soltanto la figlia di Hannah?

Strinsi il telefono tra le dita. Per la prima volta dopo quattro anni cominciai ad avere paura della risposta.

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