Storia · capitolo 34

CAPITOLO 33

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Non so quanto tempo rimasi seduta accanto al letto di Sophie. Forse minuti. Forse ore. In ospedale il tempo aveva smesso di avere importanza. Esistevano soltanto i monitor. I bip regolari delle macchine. La flebo. Il respiro di mia figlia. E il sacchetto di sangue appeso accanto al suo letto. Il sangue di Daniel. Non riuscivo a smettere di guardarlo. Era lì. Poco alla volta entrava nel corpo di Sophie. Ogni goccia mi sembrava impossibile. Ogni goccia mi ricordava una verità che avevo cercato di tenere nascosta per quattro anni.

Mi sedetti più vicino. Presi la sua mano. Era così piccola dentro la mia. «Sono qui, amore.»

Sophie non rispose. Dormiva. Aveva ancora il cerotto sulla fronte. Il viso pallido. Ma il suo respiro era più regolare. Mi bastava quello. Continuai a stringerle la mano. «Devi essere forte.» La mia voce si spezzò. «Mamma è qui.»

Alzai gli occhi verso il vetro. Daniel era dall'altra parte. In piedi. Da solo. Non poteva entrare durante la trasfusione. Aveva ancora i segni del prelievo sul braccio. Una piccola medicazione. Mi guardava. Non distoglieva gli occhi da me. Quando i nostri sguardi si incontrarono, si avvicinò al vetro. Appoggiò lentamente una mano. Io guardai quella mano. Poi guardai Sophie. E per un istante mi mancò il respiro.

Era come se ci fossero due vite separate da quel vetro. La mia e quella di Daniel. E in mezzo, Sophie. La cosa che ci legava senza che lui lo sapesse. Chiusi gli occhi. Non potevo permettermi di pensare al resto. Non ora.

Passò ancora del tempo. Poi un'infermiera entrò. Controllò i valori. Guardò il monitor. Poi il sacchetto ormai quasi vuoto. «La trasfusione sta andando bene.»

Sentii le spalle abbassarsi. Come se per la prima volta da ore potessi respirare. «I valori stanno risalendo?»

«Sì. Continueremo a monitorarla.»

Le sorrisi tra le lacrime. «Grazie.»

L'infermiera mi toccò leggermente il braccio. «Adesso dobbiamo aspettare e vedere come reagisce.»

Annuii. Non mi importava quanto avrei dovuto aspettare. Sarei rimasta lì. Per sempre, se necessario. Quando mi fecero uscire dalla stanza per visitarla, Daniel era ancora lì. Seduto su una sedia. La testa appoggiata al muro. Aveva gli occhi chiusi. Mi fermai. Non volevo svegliarlo. Ma lui aprì gli occhi quasi subito. «Come sta?»

Mi avvicinai. «Meglio.»

Si alzò. «La trasfusione?»

«È andata bene.»

Chiuse gli occhi per un istante. E vidi la tensione abbandonargli il volto. «Bene.»

«Grazie Daniel, per quello che hai fatto.»

Mi guardò. «Non devi ringraziarmi.»

«Sì, invece.» Scossi la testa. «Devo.»

Daniel rimase in silenzio. Poi abbassò gli occhi. «È una bambina.» La sua voce era bassa. «Chiunque avrebbe fatto la stessa cosa.»

Io sapevo che non era vero. Non chiunque avrebbe lasciato tutto. Non chiunque si sarebbe tuffato in una piscina. Non chiunque avrebbe donato il sangue senza pensarci due volte. Ma non dissi nulla.

Qualche ora dopo il medico uscì. «La situazione è stabile.» Mi alzai immediatamente. «Possiamo trasferirla nel reparto pediatrico. Per fortuna non ha più bisogno del monitoraggio intensivo.»

Sentii le gambe tremare. «Quindi... sta bene?»

«Sta meglio.»

Quelle due parole furono sufficienti. Mi misi una mano sulla bocca. Le lacrime arrivarono tutte insieme. «Grazie.»

Il medico sorrise. «È ancora presto per abbassare completamente la guardia, ma la fase più critica è passata.»

Annuii. Piangevo. Ma stavolta erano lacrime diverse. Daniel mi raggiunse. Non disse niente. Si limitò a mettermi una mano sulla spalla. E io, per la prima volta, non mi allontanai.

In serata mi permisero di entrare da Sophie. Era ancora addormentata. Sembrava più tranquilla. Mi sedetti accanto a lei. Le accarezzai i capelli. «Sei stata bravissima.» Le baciai la fronte. «La mamma è qui.»

Sophie mosse appena le labbra. «Mamma...»

Mi chinai subito. «Sono qui.»

Aprì appena gli occhi. «Ho paura.»

Mi si spezzò il cuore. «Non devi.»

«Tu resti?»

Le presi la mano. «Sempre.»

Chiuse di nuovo gli occhi. Mi voltai verso il vetro. Daniel era ancora lì. Quando incontrò il mio sguardo, mi fece un piccolo cenno. Poi si allontanò. Quando il medico mi disse che potevo tornare a casa per qualche ora, guardai Sophie. «Non voglio lasciarla.»

L'infermiera intervenne. «Resterà monitorata. E lei ha bisogno di prendere un po' d’aria.»

Esitai. Non volevo andare. Ma ero stremata. Non ricordavo l'ultima volta in cui avevo mangiato. Non ricordavo l'ultima volta in cui avevo chiuso gli occhi. E avevo bisogno di una doccia. Di vestiti puliti. Di qualche ora di sonno.

Daniel mi aspettava fuori. «Ti accompagno.»

«Posso andare da sola. Hai fatto fin troppo.»

«No. Hannah.» Mi guardò. «Hai dormito pochissimo.»

«Sto bene.»

«Non stai bene. Dai sali in macchina che ti accompagno.» Annuii.

In macchina non parlammo quasi per tutto il viaggio. Fuori era già buio. Le luci della città scorrevano sui finestrini. Io guardavo davanti. Daniel guidava. Avevo la testa appoggiata al sedile. Ero stanca. Terribilmente stanca. A metà strada il suo telefono squillò. Il nome sul display si illuminò. Emily. Lo vidi. Daniel lo vide. Ma non rispose. Il telefono smise di squillare. Pochi secondi dopo ricominciò. Di nuovo Emily. Daniel prese il telefono. Guardò lo schermo. Poi lo posò senza rispondere.

Mi voltai verso il finestrino. «Dovresti rispondere.»

«No.»

«Ma è Emily. Ti starà aspettando.»

«Adesso non mi interessa.»

Lo guardai. Quelle parole mi fecero battere il cuore. «Daniel...»

«Non voglio parlare del matrimonio.» Silenzio. «Non stasera.»

Non seppi cosa rispondere.

Quando arrivammo sotto casa mia, Daniel parcheggiò. Spense il motore. Per qualche secondo nessuno dei due si mosse. Guardai fuori dal finestrino. La mia casa. La mia vita. Il posto che avevo costruito senza di lui. Eppure, dopo quella giornata, sembrava che Daniel fosse tornato a occupare uno spazio che avevo cercato di cancellare.

Aprii la portiera. Poi mi fermai. Mi voltai verso di lui. «Daniel.»

«Sì?»

Avevo così tante cose da dire. Grazie per avermi accompagnata. Grazie per esserti tuffato. Grazie per aver salvato Sophie. Grazie per averle donato il sangue. Ma nessuna sembrava abbastanza. «Grazie.»

Mi guardò. «Per cosa?»

Abbassai gli occhi. «Per tutto.»

Per qualche secondo rimase in silenzio. «Non devi ringraziarmi.» I suoi occhi erano fissi nei miei. «Non ho fatto niente di straordinario.»

«Devo andare.»

«Aspetta.» Mi voltai. Daniel mi guardava ancora. «C'è una cosa che non capisco.»

Il cuore mi accelerò. «Cosa?»

«Oggi, quando il medico ha parlato del gruppo sanguigno di Sophie...» Si fermò. «Tu non sei rimasta sorpresa.» Daniel mi studiò per qualche secondo. «Tu sapevi quanto fosse raro quel gruppo?»

Abbassai gli occhi. «Lo so da sempre, quando l’ho portata in ospedale la prima volta aveva solo sei mesi. E in quell’ospedale non avevano neanche una sacca di sangue del suo gruppo, ci fecero trasferire

d’urgenza al Sant Christopher Hospital, dov’è in cura tutt’ora. Ma perché me lo chiedi?»

Si appoggiò allo schienale. «È solo che oggi ho avuto una strana sensazione.»

«Che sensazione?»

Mi guardò. «Che ci sia qualcosa che non mi stai dicendo.»

Il mio cuore sembrò fermarsi. Forzai un sorriso. «Sei stanco, Daniel.»

«Probabilmente.»

Fece un piccolo cenno. Ma non sembrava convinto. Scesi dall'auto. Chiusi la portiera. Feci qualche passo verso il portone. Poi mi voltai. Daniel era ancora lì. Mi guardava attraverso il parabrezza. Non partiva. Come se stesse cercando una risposta che io non avevo avuto il coraggio di dargli. Entrai.

Chiusi la porta alle mie spalle e mi appoggiai al muro. Finalmente sola. Portai una mano alla bocca per soffocare un singhiozzo. Per quattro anni ero riuscita a proteggere il mio segreto. Avevo creduto che bastasse stare lontana da Daniel. Che bastasse non pronunciare il suo nome. Che bastasse non permettergli di conoscere Sophie troppo da vicino. Ma quel giorno aveva donato il suo sangue a mia figlia. E adesso sapevo che qualcosa era cambiato. Perché Daniel aveva iniziato a farsi domande. E, per la prima volta da quando era tornato nella mia vita, avevo paura che non fosse più questione di se avrebbe scoperto la verità. Ma quando.

Altre opere da leggere