CAPITOLO 31
Quella mattina capii subito che qualcosa non andava. Sophie era seduta a tavola davanti alla sua colazione, ma non aveva toccato quasi nulla. La guardai attentamente. «Amore?»
Lei alzò gli occhi. «Sì?»
«Non hai fame?»
Scosse la testa. «Un po'.»
Mi avvicinai. Aveva il viso più pallido del solito. Le sfiorai la fronte. Non aveva febbre. «Ti senti bene?»
«Sì, mamma.»
Mi sorrise. Ma era un sorriso piccolo. Stanco. Quello che ormai conoscevo bene. Mi sedetti accanto a lei. «Ti senti stanca?»
«Un pochino.»
Rimasi in silenzio. La guardavo e dentro di me qualcosa continuava a dirmi che non era il caso di mandarla a scuola. Forse ero diventata troppo apprensiva. Ma non me la sentivo di rischiare.
«Oggi non vai a scuola, va bene tesoro?»
Sophie mi guardò. «Davvero?»
«Davvero.»
Il suo viso cambiò immediatamente. «Posso venire al lavoro con te?»
Sorrisi. «Solo se prometti di non combinare guai.»
«Non ne combino mai.»
Risi. «Questa è la più grande bugia che hai detto oggi!»
Sophie scoppiò a ridere. E per un attimo quella paura sparì. Solo per un attimo.
Quando arrivammo dai Rockford, Sophie sembrava stare meglio. Appena vide il grande giardino uscì quasi di corsa. «Piano!»
«Sto bene!»
La seguii con lo sguardo mentre correva sull'erba. Rideva. Saltava. Inseguiva una farfalla. Mi venne da sorridere. Forse avevo avuto paura per niente. Emily uscì sulla terrazza poco dopo. Quando vide Sophie, sorrise. «E lei cosa ci fa qui?»
«Non l'ho mandata a scuola.»
«È successo qualcosa?»
«Stamattina era un po' pallida.»
Emily guardò Sophie. «Adesso non sembra affatto pallida!»
«E’ un sollievo! Ma la signorina ha promesso di non combinare guai!»
Sophie mi guardava sorridendo. Anche Emily rise. «Quella bambina potrebbe distruggere metà della casa e riuscirebbe comunque a farsi perdonare.»
Sophie, come se avesse sentito, si voltò verso di noi. «Ho sentito!»
Emily scoppiò a ridere. «Visto?»
Sophie le corse incontro. «Emily, vieni!»
«Dove?»
«Ti devo far vedere una cosa.»
La prese per mano e la trascinò verso il giardino. Le osservai per qualche secondo. Era strano. Emily si era affezionata a Sophie più di quanto avessi immaginato. E per un attimo mi sentii persino sollevata.
La mattinata passò velocemente. Sophie giocò quasi per tutto il tempo. Disegnò. Corse. Rise. Perfino Daniel, quando passò in giardino, si fermò qualche minuto a guardarla. «Oggi sembra in gran forma.»
«Stamattina era pallida, non me la sono sentita di mandarla a scuola.»
Lui la osservò. «Adesso non direi, ma hai fatto bene!»
Sophie arrivò correndo verso di noi. «Daaaaniel!»
Lui sorrise. «Ciao, piccola.»
«Guarda!»
Gli mostrò un disegno. Daniel si chinò per guardarlo. «È bellissimo.»
«Ci siamo io e mamma.»
«Lo vedo.»
Sophie indicò un'altra figura. «E questo sei tu.»
Mi si bloccò il respiro. Daniel rimase in silenzio. Guardò il disegno. Poi Sophie. «Io?»
«Sì.»
«Perché ci sono anch'io?»
Sophie fece spallucce. «Perché mi stai simpatico.»
Daniel sorrise. «Allora sono fortunato.»
Mi voltai. Non volevo vedere la sua espressione. Non volevo pensare al fatto che mia figlia stava iniziando ad affezionarsi a lui. Non volevo pensare a quanto fosse pericoloso. Ma era bello vederli insieme.
Verso l'ora di pranzo, Emily e i suoi genitori si erano sistemati nella sala da pranzo. Daniel era con loro. Io ero in cucina a preparare qualcosa per Sophie. «Sophie!» La chiamai. «È pronto! Vieni a mangiare.»
Sentii la sua voce dall'altra parte della casa. «Arrivo mammina!»
Sorrisi. Continuai a sistemare i piatti. Sentivo i passi, dal piano di sopra, correre da una parte all’altra. Dopo qualche secondo, non sentii più nulla. Mi voltai. «Sophie?»
Silenzio. Mi asciugai le mani e uscii dalla cucina. Alzai gli occhi verso la scala. Sophie era in cima. Aveva una mano appoggiata al corrimano. «Amore, vieni.»
Lei sorrise. «Arrivo.»
Scese il primo gradino. Poi il secondo. Il terzo. Si fermò. Mi guardò. «Mamma...»
La sua voce era strana. «Sì?»
Fece un altro passo. Poi il suo corpo si irrigidì. Gli occhi si chiusero. «Sophie!» La vidi perdere l'equilibrio. Un attimo. Un solo, maledetto attimo. Poi cadde. Il suo corpo rotolò giù per le scale. Un gradino. Due. Tre. Poi il rumore sordo del corpo che colpiva il pavimento. Silenzio. Rimasi immobile. Per un secondo non riuscii nemmeno a respirare. Poi urlai. «SOPHIEEE!»
Corsi verso di lei. Era riversa a terra. Immobile. Non si muoveva. E c'era sangue. Sangue ovunque. Una parte della mia mente smise di funzionare. Mi inginocchiai accanto a lei. «Sophie!» Le presi il viso tra le mani. «Amore mio, guardami.» Nessuna risposta. «Sophie!»
Il sangue le scendeva dalla testa e si stava allargando sul pavimento. Sentii un urlo uscire dalla mia gola. «AIUTO! AIUTO! QUALCUNO MI AIUTI!»
La porta della sala da pranzo si spalancò. Daniel fu il primo ad arrivare. Dietro di lui comparvero i signori Rockford ed Emily.
Daniel si fermò per una frazione di secondo. Vide me. Vide Sophie. Vide il sangue. Il suo volto cambiò completamente. «Hannah...»
«Aiutami!» La mia voce uscì rotta. «Ti prego!»
Daniel non esitò. Si inginocchiò accanto a noi. «Sophie?» Le mise delicatamente una mano sulla guancia. «Sophie, mi senti?»
Niente. Io tremavo così forte che non riuscivo quasi più a parlare. «È svenuta... era sulle scale... è caduta...»
«Va tutto bene.»
«No!» Lo guardai. «Non si sveglia!»
Daniel mi afferrò il viso. «Hannah, guardami.» Lo feci. «Respira?»
Abbassai lo sguardo. Il petto di Sophie si alzava appena. «Sì.»
Daniel inspirò profondamente. Poi la prese tra le braccia. «Andiamo.»
«Cosa?»
«La portiamo in ospedale.»
Emily fece un passo verso di lui. «Aspetta! Daniel, dobbiamo chiamare un'ambulanza.»
Lui non si fermò. «Non possiamo aspettare.»
Il signor Rockford intervenne. «Daniel, lascia che chiami la sicurezza. Possiamo far arrivare un'ambulanza in pochi minuti.»
Daniel si voltò. «Non abbiamo pochi minuti.»
Emily lo guardò sconvolta. «Daniel, oggi abbiamo l'appuntamento con la wedding planner. Dobbiamo essere lì tra meno di un'ora.»
Lui la fissò. Per un istante. Un lungo istante. Poi abbassò gli occhi su Sophie. Quando parlò, la sua voce era fredda. «Non me ne importa niente.»
Emily rimase immobile. Daniel strinse Sophie contro il petto. «Questa bambina ha bisogno di un ospedale, ora.»
«Daniel... Non puoi...»
«Emily, spostati.»
Lei non si mosse subito. Poi lo fece. Daniel attraversò l'ingresso con Sophie tra le braccia. Io gli corsi dietro. «Aspetta!»
Mi voltai appena. Emily era ancora ferma accanto ai suoi genitori. Mi guardava. Ma non aveva più quella semplice curiosità negli occhi. Aveva paura. Paura di quello che stava vedendo. Paura di quello che significava il modo in cui Daniel aveva reagito. Io non avevo il tempo di chiedermi altro. Uscii.
Daniel aveva già aperto la portiera. «Hannah sali, spingile questo asciugamano sulla ferita.»
Mi sistemai sul sedile posteriore e presi Sophie tra le braccia. Daniel si mise al volante. Il motore si accese. «Daniel...»
«Ci penso io.» Partì.
La villa scomparve alle nostre spalle. Io tenevo Sophie stretta. Il suo viso era pallido. Troppo pallido. «Amore mio...» Le sfiorai la guancia. «Mamma è qui.»
Daniel guidava senza dire una parola. Le mani strette sul volante. La mascella tesa. Gli occhi fissi sulla strada. Poi guardò lo specchietto. Mi vide. Vide Sophie. E per la prima volta da quando lo conoscevo, ho visto la paura sul suo volto. Una paura così forte da farmi quasi dimenticare tutto il resto. Il passato. Daniel. Emily. La verità. In quel momento esisteva soltanto una cosa. Mia figlia.
E mentre l'auto correva verso l'ospedale, non potevo ancora sapere che quella corsa avrebbe cambiato per sempre le nostre vite.
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