Storia · capitolo 31

CAPITOLO 30

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Per tutta la mattina cercai di convincermi che quello che era successo non significava niente. Daniel mi aveva controllato la caviglia, tutto qui. Emily ci aveva visti. Fine. Niente di più. Era una cosa normale. O almeno avrebbe dovuto esserlo. Il problema era che niente, con Daniel, sembrava più normale.

A metà pomeriggio lo incontrai nel corridoio. Aveva il telefono in mano. «Come va?»

«La caviglia?»

«Sì.»

«Meglio.»

«Hai messo il ghiaccio?»

«Sì.»

«Quanto?»

Lo guardai. «Stai scherzando?»

«No.»

«Dieci minuti.»

«Troppo poco.»

«Daniel...»

«Devi metterlo almeno venti minuti.»

«Da quando sei diventato un dottore?»

«Da quando tu non sei brava a prenderti cura di te stessa!»

Alzai un sopracciglio, volevo dire così tante cose, ma quello che uscì è stato solo, «E tu sei sempre stato insopportabile!»

Sorrise. «E tu continui a dirmelo.»

Lo superai. «Perché continui a meritartelo.»

«Hannah.»

Mi voltai. Era ancora lì. «Cosa?»

«Sai che dobbiamo ancora parlare di quello che è successo, vero?»

La domanda mi spiazzò. «Non è necessario.»

«Voglio sapere cosa è successo, voglio darti una spiegazione.» Il tono cambiò.

«Va bene, lo faremo.»

«Sicura?»

Annuii. «Sì.»

«Bene.»

Feci per andarmene. «Hannah.»

Mi voltai di nuovo. «Cosa?»

«Ieri, quando sei caduta...» Aspettai. «Mi sono spaventato.»

Il cuore mi si strinse. «Non ce n'era bisogno.»

«Per me sì.»

Abbassai gli occhi. «Daniel...»

«Non capisco perché. Ma quando ti guardo mi dimentico che sono passati quattro anni.» Non riuscii a rispondere. Lui fece un passo verso di me. «E non mi piace. Dovrei riuscire a guardarti e non provare nulla, ormai, invece…»

Il cuore mi martellava. «E invece?»

Daniel mi fissò. «Invece sento troppo. E’ come se non fosse mai cambiato nulla. Come se non fossi sparita dalla mia vita per quattro anni.»

Quella frase mi attraversò. Non ci fu bisogno di altre parole. Lo vedevo nei suoi occhi lucidi. Lo sentivo nel modo in cui mi guardava. E la parte peggiore era che io provavo esattamente la stessa cosa. «Daniel...sai che non è possibile.»

«Dimmi di andare via.» Non riuscivo a parlare. «Hannah.»

Fece un altro passo. Adesso era davanti a me. Troppo vicino. «Dimmi di andare via.»

Aprii la bocca. Niente. Daniel abbassò gli occhi sulle mie labbra. Io smisi di respirare. Per un secondo pensai che mi avrebbe baciata. E la parte più terribile? Non volevo che si fermasse.

Poi una voce, dal corridoio, ci fece sobbalzare. «Daniel?»

Era Emily. Io feci immediatamente un passo indietro. Daniel si passò una mano tra i capelli e fece finta di prendere qualcosa dal frigorifero. «Tesoro sono in cucina!»

Emily arrivò lentamente. «Ti cercavo.»

«Eccomi. Stavo prendendo qualcosa da bere.»

Lei guardò me. Poi lui. Poi la distanza che, fino a un attimo prima, praticamente non esisteva.

«Hannah tutto bene?»

«Si grazie.»

Emily sorrise. «Bene.»

Mi rivolsi a lei. «Finisco di sistemare e torno a casa.»

«Certo.»

Passai accanto a entrambi. Quando fui abbastanza lontana, sentii Emily dire: «Daniel, domani abbiamo

appuntamento con il catering.»

Non mi voltai. Continuai a camminare. Ma sentii chiaramente il silenzio che seguì.

Quella sera ero a casa quando il telefono vibrò, all’improvviso. Lo presi. Un messaggio da un numero che conoscevo fin troppo bene. Aveva ancora lo stesso numero.

Daniel: «Come sta la caviglia?»

Rimasi a fissare lo schermo. Non sapevo cosa rispondere. Alla fine scrissi: «Meglio grazie.»

Passarono pochi secondi. «Bene.»

Pensai che fosse finita lì. Poi arrivò un altro messaggio.

Daniel: «E tu?»

Mi si strinse lo stomaco. «Io sto bene.»

La risposta arrivò quasi subito.

Daniel: «Non mi sembrava!»

Sorrisi involontariamente. «Sei sempre stato troppo attento.»

Tre puntini. Poi:

Daniel: «Solo con te.»

Chiusi gli occhi. Mi appoggiai al divano. Quattro anni. Quattro anni senza un suo messaggio. Senza la sua voce. Senza sapere dove fosse. E adesso bastavano tre parole per farmi tremare.

Un altro messaggio.

Daniel: «Buonanotte, Hannah. Dai un bacio alla piccola.»

Guardai lo schermo ancora per qualche secondo. Poi risposi: «Buonanotte, Daniel.»

Posai il telefono. Mi alzai. Andai nella stanza di Sophie. La trovai addormentata. Mi avvicinai al letto e le accarezzai i capelli. Lei si mosse appena nel sonno.

«Mamma...»

«Sono qui, amore.»

Le baciai la fronte. E mentre la guardavo dormire, una paura diversa mi attraversò. Non avevo più paura che Daniel si ricordasse di me. Quella paura era diventata realtà. Adesso avevo paura che ricordasse abbastanza da voler sapere tutto.

E soprattutto... avevo paura che un giorno avrebbe guardato Sophie negli occhi e avrebbe riconosciuto qualcosa che non avrei più potuto nascondere.

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