Storia · capitolo 30

CAPITOLO 29

La mia unica ragione di Jessy VIbes

La mattina dopo mi svegliai con la caviglia che pulsava. Niente di grave. Almeno così continuavo a ripetermi. Mi vestii lentamente, cercando di non caricare troppo il piede, e quando arrivai dai Rockford speravo soltanto di riuscire a superare la giornata senza attirare l'attenzione.

Avevo appena iniziato a sistemare la cucina quando sentii dei passi alle mie spalle.

«Hannah, fammi vedere.»

Mi voltai. Daniel. «Cosa?»

Indicò la mia gamba. «La caviglia.»

«Sto bene.»

«Non è quello che ti ho chiesto.»

Sbuffai. «È solo un po' dolorante.»

Si avvicinò. «Fammi vedere.»

«Daniel, davvero. Non serve.»

«Hannah.» Quella voce. Calma. Bassa. La stessa che usava quando aveva già deciso qualcosa.

«Non fare il medico.»

«Non sto facendo il medico.»

«E allora?»

«Mi preoccupo.»

Quelle due parole mi fecero abbassare gli occhi. «Non ce n'è bisogno.»

«Per me sì.»

Lo guardai. Era serio. Troppo serio. «Siediti.»

«Perché?»

«Perché voglio controllarla.»

«Daniel...»

«Ti ho detto di sederti.»

Non so perché ma lo ascoltai. Forse perché certe abitudini rimangono incastrate nella memoria del corpo prima ancora che nella testa.

Mi sedetti sullo sgabello vicino all’isola della cucina, con la schiena rigida e le mani strette alle ginocchia, quasi a volermi fare minuscola. Daniel non disse nulla: si limitò ad avvicinarsi e a inginocchiarsi davanti a me. Trovarmelo lì, all'altezza delle mie gambe, mi fece mancare un battito d'aria. Esitai, poi sollevai il piede di pochi centimetri, sentendomi ridicola, esposta in un modo che non riuscivo a controllare. Con movimenti lenti, quasi trattenuti, Daniel afferrò l'orlo del mio pantalone e lo tirò su. Quando i polpastrelli sfiorarono la caviglia, le sue dita si fermarono per una frazione di secondo, come se anche lui si fosse appena reso conto dell'intimità di quel contatto. Le sue dita si mossero con delicatezza sulla caviglia. Inspirai. Quel gesto mi provocò dei brividi lungo tutta la schiena. Sentii il sangue salirmi alle guance in un'ondata impietosa, calda e ingestibile. Distolsi subito lo sguardo, fissando un punto indefinito sul pavimento pur di non incrociare i suoi occhi. Possibile che il suo tocco avesse ancora questo potere su di me? Mi sentivo vulnerabile, scoperta, spaventosamente trasparente sotto le sue mani.

«Qui ti fa male?»

«Un po'.»

«E qui?»

«No.»

Le sue dita si spostarono lentamente. «Di qua?»

«Sì.»

Daniel alzò gli occhi verso di me. «Fa male?»

«Un pochino.»

«Hai un livido.»

«Passerà.»

«Sei caduta in una piscina.»

«Me ne sono accorta.»

Un sorriso comparve sul suo viso.

«Spiritosa.»

«Non sei tu quello che mi ha sempre detto che parlo troppo?»

«Io?»

«Tu.»

«Non me lo ricordo.»

Lo guardai.

«Tu ricordi tutto.»

Il suo sorriso si spense lentamente.

«Con te, sì.»

Il cuore mi diede un colpo.

Abbassai lo sguardo.

Daniel continuava a tenere il mio piede tra le mani.

Avrei dovuto allontanarlo.

Non lo feci.

«Dovresti mettere del ghiaccio.»

«Lo farò.»

«Adesso.»

«Daniel.»

«Adesso.»

«Sei sempre stato così autoritario?»

«Solo quando serve.»

Sorrisi. «Mi ricordavo un ragazzo diverso.»

«Io mi ricordo una ragazza che litigava con me per qualsiasi cosa.»

«Forse mi mancava.»

La frase mi uscì senza pensare. Silenzio. Daniel alzò lentamente gli occhi. «Ti sono mancato?»

Il mio respiro si fermò. «Non ho detto questo.»

«Lo so.»

Ma il suo sguardo diceva il contrario. Rimanemmo immobili. Poi sentimmo dei passi.

«Daniel?»

Emily. Mi raddrizzai di colpo. Daniel non fece in tempo ad alzarsi. Emily comparve sulla porta. Si fermò. Guardò lui. Poi me. Poi la mia gamba. Il mio piede era ancora tra le mani di Daniel.

Per qualche secondo nessuno disse niente. «Oh! Disturbo?»

Daniel si alzò lentamente. «Le stavo controllando la caviglia.»

Emily annuì. «Vedo.» Il suo tono era tranquillo. Quasi troppo. «Come sta?»

«Ha un livido.»

«Niente di serio.»

Emily guardò me. «Bene.»

Poi tornò a guardare Daniel. «Sei sempre così premuroso con le persone che lavorano per noi?»

Il tono era leggero. Ma qualcosa, nel suo sguardo, non lo era. Daniel la fissò. «E' caduta.»

«Lo so.» Emily sorrise. «Ero lì anch'io.»

Silenzio. Daniel fece un passo indietro. «Le serve del ghiaccio.»

«Lo prendo io.» Emily andò verso il frigorifero.

Io mi alzai. «Non serve.»

Appena poggiai il piede a terra, una fitta mi attraversò la caviglia. Daniel mi afferrò immediatamente per il braccio. «Piano.»

Emily si voltò. Vide la sua mano sul mio braccio. E questa volta non disse niente. Prese il ghiaccio. Me lo porse. «Tieni.»

«Grazie.»

Emily sorrise. «Figurati.»

Poi guardò Daniel. «Tra poco dobbiamo uscire.»

«Lo so.»

«La wedding planner ci aspetta.»

«Arrivo.»

Emily annuì. Prima di uscire dalla cucina, però, si fermò. «Hannah?»

«Sì?»

«La prossima volta che hai bisogno di qualcosa, puoi dirlo a me.»

La guardai. «Certo.»

Emily sorrise. «Bene.»

Uscì. Rimasi immobile. Daniel mi guardò. «È arrabbiata?»

«Non lo so.»

«Ma sembrava infastidita.»

«Forse non le piace vedere il suo fidanzato inginocchiato davanti a un'altra donna.»

Lo dissi con un sorriso, cercando di alleggerire la situazione. Daniel, invece, non sorrise. «Non stavo facendo niente.»

«Lo so.»

«Hannah.»

«Cosa?»

«Non stavo facendo niente.» Questa volta la sua voce era più bassa.

Mi guardava come se volesse che capissi qualcosa. Qualcosa che io non volevo capire. «Lo so, Daniel.» Mi voltai. «Davvero.»

Ma mentre me ne andavo, sentii il suo sguardo sulla schiena. E una parte di me, quella che avevo cercato di seppellire per quattro anni, sapeva che mentivo.

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