CAPITOLO 1
La prima regola per sopravvivere a una festa al college è non attirare l’attenzione. La seconda è non bere mai qualcosa che non hai visto versare con i tuoi occhi. La terza, e probabilmente la più importante, è non accettare mai di giocare al gioco della bottiglia quando sei Hannah Miller.
Quella sera, naturalmente, infransi tutte e tre le regole. La festa si teneva nella casa di uno dei ragazzi della squadra di hockey, una di quelle ville che sembravano uscite da una pubblicità: musica troppo alta, luci colorate, bicchieri abbandonati ovunque e almeno duecento persone che avevano deciso che il modo migliore per dimenticare gli esami fosse ubriacarsi fino a perdere la dignità. Io avevo già perso la mia molto prima di entrare. Stavo appoggiata al muro del soggiorno con un bicchiere di rum e cola in mano, cercando di sembrare perfettamente a mio agio. Non lo ero. Non lo ero mai, in posti del genere.
Mi sistemai il maglione sulle cosce per la quinta volta in meno di dieci minuti. Era una cosa che facevo continuamente. Tirare. Sistemare. Coprirsi. Come se un pezzo di stoffa potesse convincere gli altri a non guardare. O, peggio ancora, a non giudicare. «Hannah!» Mi voltai di scatto.
Tre ragazze del mio corso stavano attraversando il soggiorno. Le conoscevo abbastanza da sapere che non erano venute a cercarmi di proposito. «Ehi.» Una di loro mi sorrise. Quel tipo di sorriso che non arriva mai fino agli occhi. «Non vieni a sederti con noi?»
Guardai il divano. Era pieno. «Non c'è posto!»
«Ah già, non c’entri.» Una risatina. Poi se ne andarono.
Abbassai gli occhi sul mio bicchiere. Non mi faceva male. Ormai ero allenata. Avevo imparato che esistevano molti modi per dire a una persona che non era abbastanza. A volte bastava un'occhiata. A volte una battuta. A volte un vestito che non trovava della tua taglia. E qualche volta bastava semplicemente entrare in una stanza e capire che tutti avrebbero preferito che fossi qualcun'altra.
Sospirai. «Cinque minuti e me ne vado.» Lo dissi a me stessa. Era la frase che ripetevo ogni volta. Cinque minuti. Poi tornavo a casa, dimenticavo quella serata e poi il lunedì sarei tornata alle lezioni facendo finta che non mi importasse. Stavo per raggiungere l'ingresso quando qualcuno mi afferrò per un braccio.
«Ehi, dove scappi?» Era Megan.
La riconobbi dal profumo dolciastro ancora prima di guardarla. «Sto andando a casa.»
«Adesso?»
«Sì.»
«Ma la festa è appena iniziata!»
«Per me è iniziata circa un'ora fa.»
Lei rise. «Vieni a giocare. Ci siamo tutti.»
«Preferirei tornare a casa…»
«Hannah.»
Non ebbi nemmeno il tempo di protestare che mi trascinò, per un braccio, verso il centro del soggiorno. Ed è lì che lo vidi. Daniel. Daniel Carter. Uno di quei ragazzi che non avevano bisogno di fare nulla per attirare l'attenzione. Alto. Capelli scuri. Maglietta della squadra di hockey. Sorriso sicuro. Era seduto sul tappeto, in cerchio, con alcuni compagni di squadra, una bottiglia vuota al centro e il braccio appoggiato distrattamente sul ginocchio. Lo conoscevo di vista. Tutti lo conoscevano. Daniel era il tipo di ragazzo che poteva entrare in un'aula in ritardo, non prendere appunti per un'ora intera e ricevere comunque il sorriso della ragazza seduta davanti.
Io ero il tipo di ragazza che cercava una sedia libera prima ancora di entrare in una stanza. I nostri mondi non si sarebbero mai incontrati. O almeno questo era il mio pensiero.
«Seduta.»
«Megan, davvero, io…»
«Siediti.»
Mi lasciò cadere accanto agli altri. Qualcuno mise la bottiglia al centro. «Regole semplici!» urlò un ragazzo. «Chi viene scelto deve baciare la persona indicata dalla bottiglia.»
«No.» Lo dissi immediatamente.
Tutti si voltarono. Qualcuno rise. «Che c'è, Miller? Hai paura?»
«No.»
«Allora gioca.»
Avrei dovuto alzarmi. Avrei dovuto prendere la mia borsa. Avrei dovuto seguire la mia prima regola. Invece rimasi lì. La bottiglia cominciò a girare. Una volta. Due. Tre. Le persone urlavano, ridevano, si prendevano in giro. Io tenevo gli occhi incollati sul pavimento. Finché sentii la bottiglia fermarsi. Sollevai lentamente lo sguardo. Il collo della bottiglia indicava me. Per un secondo nessuno parlò. Poi partì un coro. «Miller! Miller! Miller!» Risate. «Finalmente!»
«Adesso vediamo chi sarà lo sfortunato!»
Sentii il viso diventare caldo. «Non gioco.»
Daniel rise. Era la prima volta che lo sentivo ridere così vicino. Alzò gli occhi verso di me. I suoi si fermarono nei miei. E per qualche motivo assurdo smisi di respirare. Poi qualcuno spinse la bottiglia un'ultima volta. Ripartì. Girò. Rallentò. E si fermò. Davanti a Daniel. Il soggiorno esplose. Io rimasi immobile. Daniel mi guardò. Per qualche secondo sembrò quasi sorpreso. Poi si alzò. Si avvicinò. E si fermò davanti a me. «Credo tocchi a noi.»
Avrei voluto dire qualcosa di intelligente. Qualcosa di spiritoso. Qualcosa che mi salvasse. Invece riuscii soltanto a sussurrare: «Credo di sì.»
Lui sorrise. Poi si chinò verso di me. E mi baciò. Fu un bacio breve. Solo pochi secondi. Eppure, per me, il mondo intero sembrò fermarsi. Non avevo mai immaginato che sarebbe successo. Non con lui. Non in quel modo. Quando si allontanò, Daniel mi guardò ancora. Quella volta senza ridere.
«Hannah, giusto?» Annuii. «Daniel.»
Lo sapevo. Avrei voluto dirglielo. Invece sorrisi. E fu in quel preciso momento che commisi il mio errore più grande. Perché per la prima volta in vita mia qualcuno come Daniel Carter mi aveva guardata come se fossi davvero lì. Come se mi vedesse. Non avevo ancora idea che, quattro mesi dopo, quel ragazzo avrebbe avuto in mano la possibilità di spezzarmi il cuore. E che io avrei avuto un segreto abbastanza grande da cambiargli la vita per sempre.
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