Storia · capitolo 28

CAPITOLO 27

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Quel pomeriggio pensai che la giornata sarebbe trascorsa senza sorprese. Mi sbagliavo.

Stavo sistemando alcuni libri nella biblioteca quando sentii Emily chiamarmi dal piano di sopra. «Hannah!»

Alzai gli occhi. «Sì?»

«Puoi venire un attimo?»

Lasciai quello che stavo facendo e salii. La trovai davanti alla camera da letto con due scatole aperte sul pavimento. «Ho bisogno di te.»

«Che succede?»

«Devo scegliere alcune cose per il ricevimento e non riesco a decidermi.»

Sorrisi. «Ormai sono diventata la tua consulente ufficiale.»

«Esattamente.»

Mi porse due piccoli campioni di tessuto. «Questo o questo?»

Li guardai. «Secondo me il primo. È fine ed elegante.»

«Perfetto. È quello che piace di più anche a me!»

Lo prese. Poi si voltò verso il corridoio. «Ah, Daniel è nello studio, puoi dirgli di venire qui?»

Mi bloccai. «Io?»

«Sì. Per favore.» Emily mi mise i campioni in mano. «Devo rispondere a una telefonata.»

E prima che potessi protestare, entrò nella stanza e chiuse la porta. Rimasi ferma nel corridoio. Fantastico. Inspirai lentamente e mi diressi verso lo studio. Bussai. Nessuna risposta. Bussai di nuovo. «Daniel?»

«Entra.»

Aprii la porta. Era davanti alla finestra, con la giacca appoggiata sulla poltrona e le maniche della camicia leggermente arrotolate. Mi fermai un secondo. Non avrei dovuto notarlo. Ma lo feci. E odiavo il fatto che, nonostante fossero passati quattro anni, il mio corpo sembrasse ricordare ancora prima della mia mente.

Daniel si voltò. «Che succede?»

«Emily vuole che tu vada da lei.»

«Adesso?»

«Sì.» Fece un sospiro. «Naturalmente.» Mi sorrise. «Vieni con me?»

«No.»

«Perché?»

«Perché devo finire di sistemare la biblioteca.»

«Ci metterai due minuti.»

«Daniel.»

Lui rise. «Sei sempre stata testarda.»

«E tu sempre insopportabile.»

Il sorriso sul suo viso aumentò. «Finalmente.»

«Cosa?»

«Questa.» Indicò il mio viso. «La ragazza che mi rispondeva male.»

Scossi la testa. «Non ti rispondevo male.»

«Mi chiamavi insopportabile.»

«Perché lo eri.»

Fece un passo verso di me. «E adesso?»

Il mio cuore accelerò. «Adesso non è cambiato molto.»

«Bene.»

Fece un altro passo. Troppo vicino. Sentii il suo profumo. Lo stesso che avevo cercato di dimenticare.

Abbassai gli occhi. «Emily ti sta aspettando.»

«Lo so.»

Non si mosse. «Allora perché non vai?»

«Perché mi piace parlare con te.»

Sollevai lo sguardo. «Daniel...»

«Cosa?»

«Non dovresti.»

Il suo sorriso si spense appena. «Parlare con te?»

«Sai cosa intendo.»

Per qualche secondo nessuno dei due parlò. Poi Daniel abbassò gli occhi sulla mia collana. La farfallina brillò appena sotto la luce della finestra. La sfiorò con lo sguardo. «Io ricordo perché te l'avevo regalata.»

Istintivamente portai una mano al ciondolo. Deglutii. «Io no.»

«Bugiarda.»

Sorrise. «Te la misi al collo perché dicevi che le farfalle erano l'unica cosa che poteva ricordarti che si può cambiare senza smettere di essere se stessi.»

Il cuore mi si fermò. «Te lo ricordi davvero.»

«Ricordo molte cose.» La sua voce si abbassò. «Più di quanto dovrei.»

Quella frase rimase sospesa tra noi. Feci un passo indietro. Il tallone urtò il bordo del tappeto. Persi leggermente l'equilibrio. Daniel mi afferrò immediatamente per la vita. Il contatto mi attraversò come una scarica. Le sue mani rimasero ferme sui miei fianchi. Io tenevo ancora una mano appoggiata al suo petto. Ci guardammo. Troppo vicini. Per un secondo non esistette niente. Né Emily. Né il matrimonio. Né i quattro anni trascorsi. Solo noi. Solo quel modo in cui mi guardava. Daniel abbassò gli occhi sulle mie labbra. E io smisi di respirare.

Poi il cellulare squillò. Ci separammo di colpo. Daniel tirò fuori il telefono dalla tasca. «È Emily.»

Mi allontanai. «Devi andare.»

«Sì.»

Rispose. «Amore?» La voce di Emily arrivò dall'altra parte della chiamata.

Chiusi gli occhi per un istante. Era bastata una parola. Una sola. Per ricordarmi dove mi trovavo. E soprattutto dove non dovevo essere. Daniel mi guardò mentre parlava. Poi chiuse la chiamata. «Devo andare.»

Annuii. «Lo so.»

Passò accanto a me. Quando fu sulla porta, si fermò. «Hannah.»

Mi voltai. «Sì?»

Mi guardò ancora per qualche secondo. «Non sei cambiata più di quanto pensi.» Poi uscì.

Rimasi sola nello studio. Portai una mano al petto. Il cuore mi batteva ancora troppo forte. E la cosa peggiore non era essere stata tra le sue braccia. La cosa peggiore era che, per una frazione di secondo... avevo desiderato restarci.

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