CAPITOLO 26
Quella notte non dormii quasi per niente. Sophie era nel letto accanto al mio. Avevo provato a convincerla a restare nella sua stanza, come facevamo sempre, ma dopo quello che era successo a scuola non avevo avuto il coraggio di lasciarla sola. La guardavo dormire. Il respiro regolare. I capelli sparsi sul cuscino. Una mano stretta intorno all'angolo della coperta. Sembrava così piccola. Troppo piccola per dover affrontare tutto quello che la sua malattia le aveva già portato via.
Allungai una mano e le sfiorai la fronte. Era fresca. Normale. Eppure continuavo a controllarla. Ogni pochi minuti. Ogni volta che si girava nel sonno, io aprivo gli occhi. Ogni volta che il suo respiro sembrava cambiare, il mio cuore accelerava. Sapevo che l'episodio di quella giornata non era stato particolarmente grave. Il medico me l'aveva detto. I valori erano scesi, sì, ma non abbastanza da richiedere una trasfusione. Mi aveva raccomandato di tenerla sotto osservazione per qualche giorno e di rispettare scrupolosamente la terapia. Avevo imparato a convivere con quella sensazione di paura e amore. Quella specie di allarme silenzioso che viveva dentro di me da quando Sophie era piccola. Mi bastava vederla pallida per sentire il panico. Mi bastava una telefonata della scuola per pensare al peggio. Chiusi gli occhi. Provai a respirare lentamente. Domani sarebbe andato tutto meglio. Doveva andare tutto meglio.
La mattina lasciai Sophie dalla nostra vicina. La signora Wilson viveva due appartamenti più in là e ormai conosceva la nostra routine quasi quanto me. Mi chinai davanti a mia figlia. «Come ti senti?»
Sophie mi sorrise. «Bene.»
«Sicura?»
«Sì, mamma.»
Le baciai la fronte. «Oggi riposi, d'accordo?»
«D'accordo.»
«E niente corse.»
Sbuffò. «Lo so.»
Sorrisi. «Brava.»
Mi strinse per qualche secondo. Poi mi salutò con la mano mentre uscivo. Rimasi sulla porta un momento più del necessario. Non volevo andare via. Ma dovevo. Avevo bisogno di lavorare. E soprattutto avevo bisogno di mantenere una vita normale. Per lei. Per me. Per entrambe.
Quando arrivai dai Rockford, la casa era già sveglia. Stavo entrando in cucina quando trovai Emily davanti alla finestra con una tazza tra le mani. Si voltò. «Hannah.»
«Buongiorno.»
Mi sorrise. «Come sta Sophie?»
Posai la borsa. «Meglio.»
Emily annuì. «Mi hai fatto preoccupare ieri.»
«Mi dispiace.»
«Non devi dispiacerti.» Si avvicinò. «Sei riuscita a dormire?»
La guardai. «Poco.»
«Immaginavo.»
Prese una seconda tazza e me la porse. «Caffè?»
«Grazie.»
Mi sedetti al tavolo. Per qualche secondo rimanemmo in silenzio. Poi Emily disse: «Daniel era molto preoccupato. Ma non l'avevo mai visto così agitato.» Non risposi. Lei si sedette di fronte a me. «Continuava a chiedermi se avessimo avuto notizie.»
Guardai il caffè. «È stato gentile ad accompagnarci.»
Emily fece una piccola pausa. «E stamattina mi ha chiesto di nuovo come stava Sophie, ma tu non eri ancora arrivata.»
Il cuore mi fece un battito più forte. «Davvero?»
«Sì.» Emily scrollò le spalle. «Credo che si sia affezionato a lei.» Quella frase mi colpì. Abbassai lo sguardo. «Sophie piace a tutti.»
«Lo so.»
Emily sorrise. «È impossibile non volerle bene.»
Mi scappò un sorriso. È vero!»
Per qualche secondo sembrò voler aggiungere qualcosa. Poi si limitò a prendere un sorso di caffè.
«Comunque, oggi non preoccuparti troppo della casa.»
La guardai. «Perché?»
«Perché stamattina la casa sarà vuota! Sto per uscire anche io, anzi sono già in ritardo, devo occuparmi di alcune cose per il matrimonio.»
La frase mi fece sorridere appena. «Almeno uno di voi due si sta impegnando!»
Emily rise. «Non hai idea di quanto sia difficile farlo scegliere tra due tipi di tovaglioli.»
Risi anch'io. Per la prima volta da quella telefonata della scuola, sentii il petto un po' meno pesante. Poi Emily prese una delle fotografie lasciate sul tavolo. «A proposito...» La guardai. «Ho ancora bisogno del tuo parere.»
«Sui fiori?»
«Sulle bomboniere!»
Mi mostrò due fotografie. «Queste o queste?»
Le presi. «Le seconde?»
«Sapevo che avresti scelto quelle.»
La guardai sorpresa. «E come facevi a saperlo?»
Emily sorrise. «Perché ormai comincio a conoscerti.»
Scossi la testa. «Sei terribile.»
«Lo so.»
Rise. Poi prese le fotografie e si alzò. «Vado a mostrargliele.»
«A Daniel?»
«Ovviamente, non è solo un invitato!»
La guardai allontanarsi. Prima di uscire dalla cucina, però, si fermò e tornò a voltarsi. «Hannah?»
«Sì?»
«Sono contenta che Sophie stia meglio.»
Sorrisi. «Anch'io.»
Emily annuì e se ne andò. Rimasi sola. Guardai le fotografie ancora sul tavolo. Poi istintivamente portai una mano al collo. Alla farfallina. Era lì. Come sempre. Chiusi gli occhi per un istante.
Ieri Daniel mi aveva guardata. Mi aveva accompagnata a casa. Aveva aspettato di sapere come stava Sophie. E quella mattina aveva chiesto ancora di lei. Forse Emily aveva ragione. Forse gli era semplicemente dispiaciuto. Forse era solo il suo modo di essere. Dovevo convincermene.
Perché c'era una cosa che non potevo permettermi di dimenticare. Daniel non sapeva la verità. E finché fosse rimasto così, io avrei potuto continuare a proteggere la vita che avevo costruito. O almeno era quello che continuavo a ripetermi.
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