Storia · capitolo 26

CAPITOLO 25

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Per il resto della mattina cercai di evitare Daniel. Non era difficile. La casa era grande abbastanza da permettermi di trovarmi sempre in una stanza diversa dalla sua. O almeno, quello era il piano.

Alle undici ero in cucina. Alle undici e dieci ero in lavanderia. Alle undici e venti stavo sistemando la biblioteca. Alle undici e trenta tornai in cucina. E fu lì che lo trovai.

Daniel era appoggiato al bancone con una tazza di caffè tra le mani. Alzò gli occhi appena entrai. «Stai scappando da me?»

Mi bloccai sulla porta. «No, ho da fare.»

«Peccato.» Abbassò lo sguardo sulla tazza. «Perché sembrava proprio quello.»

Posai alcune cose sul tavolo. «Sto lavorando.»

«Lo so.»

«E allora?»

«Niente.» Fece un sorso. «Mi piace solo infastidirti.»

Quella frase mi fece sorridere prima ancora che potessi impedirmelo. Daniel se ne accorse. Naturalmente. «Ecco.»

«Cosa?»

«Quello.»

«Cosa?»

«Hai sorriso.»

Scossi la testa. «Non dire stupidaggini.»

«Non è cambiato.»

Mi irrigidii. «Cosa?»

Daniel mi fissò. Per qualche secondo sembrò quasi sorpreso dalle sue stesse parole. «Il tuo sorriso.»

Il cuore mi batté più forte. «Daniel...»

«Quando cercavi di non ridere.» Fece un piccolo sorriso. «Facevi sempre così.»

Lo guardai. Per un attimo dimenticai persino dove mi trovavo. Quattro anni erano passati. Quattro anni in cui avevo cercato di dimenticare la sua voce, il suo sorriso, il modo in cui mi guardava. Eppure lui ricordava.

«Non mi ricordavo di farlo.»

«Io sì.»

Abbassai gli occhi. «Hai una memoria strana.»

«Solo per certe cose.»

Rimasi in silenzio. Poi il mio telefono squillò. Il suono improvviso mi fece sobbalzare. Guardai lo schermo. Numero privato.

Risposi. «Pronto?»

Una voce femminile arrivò dall'altra parte. «Signora Miller?»

Il cuore mi fece un salto. «Sì.»

«Chiamo dalla scuola di Sophie.»

Mi si gelò il sangue. «È successo qualcosa?»

Daniel smise immediatamente di bere. Mi fissò. «Sophie non si sente bene da circa un’ora. Abbiamo provato a contattarla più volte, ma adesso è molto pallida e si lamenta di avere le vertigini.»

Mi alzai di scatto. «Dov'è?»

«È nell'infermeria.»

«Sto arrivando.»

Chiusi la chiamata. Presi la borsa.

«Che succede?»

Non gli risposi subito. Ero già diretta verso l'ingresso. «Sophie non sta bene.»

Daniel mi seguì. «Cosa ha?»

«E’ a causa della sua malattia.»

Le mani mi tremavano mentre cercavo le chiavi della macchina. Le lasciai cadere. «Merda.»

Daniel le raccolse prima di me. «Hannah.»

«Devo andare.»

«Vengo con te.»

Scossi subito la testa. «No.»

«Sì.»

«Daniel, non c'è bisogno.»

Mi guardò. «Sei agitata.»

«Sto bene.»

«No, non stai bene.»

Prese le chiavi dalla mia mano. «Così agitata non guidi.»

«Posso farlo.»

«Hannah.» Il tono della sua voce non lasciava spazio a discussioni. «Ti accompagno io.»

Lo guardai. Una parte di me voleva rifiutare. Un'altra era troppo spaventata persino per pensarci. Alla fine annuii. Durante il tragitto continuai a guardare il telefono. Come se fissarlo potesse farlo squillare. Come se una nuova telefonata potesse darmi una risposta.

«Posso chiederti cosa ha Sophie?» La voce di Daniel era più calma di quanto mi aspettassi.

«Ha un tipo di anemia rara.»

Lo vidi stringere le mani sul volante. «È grave?»

«A volte i suoi valori si abbassano e la fanno stare male.»

«E adesso?»

«Non lo so.» Deglutii. «Devo vederla.»

Daniel annuì. Non fece altre domande. Per la prima volta da quando era tornato nella mia vita, apprezzai il suo silenzio.

Pochi minuti dopo arrivammo davanti alla scuola. Scesi dall'auto prima ancora che Daniel avesse spento completamente il motore. Entrai di corsa.

Una delle insegnanti mi venne incontro. «Signora Miller?»

«Dov'è Sophie?»

«In infermeria.»

La seguii quasi correndo. Quando aprii la porta, la vidi. Era sdraiata sul lettino. Pallida. Troppo pallida. Appena mi vide, cercò di sorridere. «Mamma.»

Mi precipitai accanto a lei. «Amore mio.» Le presi la mano. Era fredda. «Come ti senti?»

«Stanca.»

Mi chinai e le baciai la fronte. «Sono qui.»

L'insegnante mi spiegò rapidamente che Sophie si era sentita debole durante la mattinata e che, dopo aver parlato con la responsabile dell'infermeria, avevano ritenuto necessario contattarmi.

«Dobbiamo portarla in ospedale.»

Annuii subito. «Sì.»

Era già stabilito da tempo dove portarla quando aveva questi episodi. L'ospedale dove era seguita conosceva la sua storia clinica. Mi chinai verso Sophie. «Tesoro, adesso andiamo in ospedale, d'accordo?»

Lei annuì piano. La presi in braccio. «Io sto bene, mamma.»

Sorrisi cercando di non piangere. «Lo so.»

Quando uscii dall'infermeria, trovai Daniel ad aspettarmi nel corridoio. I suoi occhi si posarono immediatamente su Sophie. Per un istante non disse nulla. Poi si avvicinò. «La porto io.»

Scossi la testa. «No, ce la faccio.»

«Lo so.» Abbassò lo sguardo verso Sophie. «Ma stai tremando.» Aveva ragione. Non me n'ero nemmeno accorta. «L'auto è qui.»

Daniel allungò una mano. «Dammi almeno la borsa.»

Esitai. Poi gliela consegnai. Tornammo alla macchina. Questa volta non protestai quando prese nuovamente le chiavi. Salii dietro con Sophie tra le braccia.

Daniel si mise al volante. Durante il viaggio tenni la mano di mia figlia stretta nella mia. «Mamma?»

«Sì, amore?»

«Posso dormire?»

Le sorrisi. «Certo.»

Pochi minuti dopo chiuse gli occhi. Io continuai a guardarla. Daniel, invece, guidava in silenzio. Quando arrivammo in ospedale, l'accettazione era già pronta a riceverla. Una volta visitata, ci dissero che i suoi valori erano scesi e che era molto affaticata, ma che fortunatamente non era necessario fare una trasfusione. Solo controlli, riposo e monitoraggio.

Nonostante le parole rassicuranti del medico, sentii le gambe cedere. Mi sedetti. Respirai lentamente. Sophie era al sicuro. Per il momento, era questo che contava.

Alzai gli occhi. Daniel era ancora lì. In piedi a qualche passo da me. Non se n'era andato. Non aveva fatto domande. Non aveva cercato di entrare in uno spazio che non gli apparteneva. Era semplicemente rimasto. Quando il medico ci autorizzò a tornare a casa, raccolsi la borsa.

«Puoi andare.»

Daniel scosse la testa. «Vi riporto io.»

«Davvero, non serve.»

«Hannah.» Mi guardò. «Sei ancora agitata.»

Abbassai gli occhi. «Non posso guidare così.»

«Esatto.»

Per un attimo lo guardai. Poi annuii. «Va bene.»

Durante il viaggio Sophie dormì. Io la tenevo stretta. Daniel guidava. Quando arrivammo a casa, scese e mi aprì la portiera. «Faccio io.»

Prese con delicatezza la borsa. Io sollevai Sophie. Prima di entrare mi voltai verso di lui. «Grazie.»

Daniel mi guardò. «Fammi sapere come sta.»

«Lo farò.»

Esitò. Poi disse piano: «E Hannah...»

«Sì?»

«Non devi affrontare tutto da sola.»

Quelle parole mi colpirono. Perché lui non sapeva quanto fosse difficile. Non sapeva quante volte avevo avuto paura. Non sapeva quante notti avevo passato sveglia accanto al letto di Sophie. E soprattutto non sapeva che, per quattro anni, avevo fatto di tutto per convincermi che non avrei mai più avuto bisogno di lui. «Grazie.»

Daniel fece un piccolo cenno con la testa. Poi tornò alla macchina. Lo guardai allontanarsi. Sophie dormiva tra le mie braccia. Io avevo ancora il cuore che correva. E per la prima volta da quando Daniel era tornato nella mia vita, capii una cosa. Forse la parte più difficile non sarebbe stata impedire a Daniel di scoprire la verità. Forse sarebbe stato riuscire a non lasciarlo entrare di nuovo nella mia vita.

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