Storia · capitolo 24

CAPITOLO 23

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Quando Daniel uscì dalla cucina, rimasi immobile. Sophie era seduta al tavolo e aspettava i suoi cereali come se quella mattina fosse uguale a tutte le altre. Per lei lo era. Per me no.

Avevo appena visto l'uomo che aveva cambiato la mia vita quattro anni prima parlare con nostra figlia senza sapere che fosse sua. E la cosa che mi faceva più paura era che non aveva avuto bisogno di sapere la verità per sentirsi incuriosito. Avevo visto il suo sguardo. Avevo visto il modo in cui l'aveva osservata. Troppo a lungo.

«Mamma?»

Mi voltai. «Sì?»

«Hai finito di preparare la colazione?»

Guardai il suo piatto. «Sì.»

«Allora perché sei ferma?»

Sorrisi. «Stavo pensando.»

«A cosa?»

«A niente.»

Sophie mi guardò per qualche secondo. «Quando dici niente, di solito è qualcosa.»

Scoppiai a ridere. «Da chi hai imparato a fare queste domande?»

«Da te.»

«Peggio ancora.»

Le sistemai una ciocca di capelli dietro l'orecchio. «Mangia.»

Lei obbedì. Io invece continuai a pensare a Daniel.

Per il resto della mattina cercai di evitarlo. Non fu difficile. Emily lo occupò per gran parte della giornata. Provavano a definire alcuni dettagli del matrimonio. Invitati. Location. Fiori. Fotografo. Io ascoltavo soltanto quando mi veniva chiesto qualcosa. Quando passavo accanto a loro, evitavo di guardare. Non volevo sapere. Ma sentivo i suoi occhi, continuamente, puntati su di me. Provavo qualcosa che non volevo ammettere. Non gelosia. Almeno, non volevo chiamarla così. Era più simile a un dolore vecchio. Una cosa che credevo di aver superato e che, invece, bastava un solo sguardo per riportare in superficie.

Mi concentravo sul lavoro. Sul pavimento. Sui bicchieri. Sui fiori. Su qualsiasi cosa non fosse Daniel. Stavo sistemando alcuni asciugamani nel corridoio quando sentii la voce di Emily alle mie spalle.

«Hannah.»

Mi voltai. «Sì?»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo.»

Emily si appoggiò allo stipite della porta. Era la prima volta che mi parlava senza darmi qualcosa da fare. «Tu e Daniel vi conoscete da molto tempo?»

Il cuore mi fece un salto. «Ci siamo conosciuti al college.»

«Me l'ha detto.»

Abbassai gli occhi. «Ah si?»

«Eravate amici?»

Esitai. «Sì.»

Non era una risposta completamente falsa. Non era nemmeno la verità. Emily mi osservò per qualche secondo. «Strano.»

«Cosa?»

«Niente.» Sorrise appena. «È solo che quando lui ti guarda sembra che si ricordi qualcosa.»

Sentii la gola seccarsi. «Non credo.»

Emily annuì. «Probabilmente mi sbaglio.»

E se ne andò. Rimasi ferma. Non era arrabbiata. Non era gelosa. Non aveva fatto scenate. Era soltanto curiosa. Ed era molto peggio. Perché la curiosità porta alle domande. E le domande portano alle risposte.

Appena dopo pranzo, vidi Daniel entrare in cucina. Ero sola. Mi irrigidii. «Hannah.»

«Daniel.»

«Come stai?»

«Bene. Tu?»

«Adesso meglio.»

Lo fissai stupita. «Daniel...»

«Era solo una battuta!»

«Non sei molto bravo con le battute.»

«Una volta ridevi.»

«Una volta ero diversa.»

La sua espressione cambiò. «Sì.» Lo disse piano. «Lo sei.»

Per qualche secondo rimanemmo in silenzio. «Posso chiederti una cosa?»

«Dipende.»

«La bambina di stamattina.»

Il cuore mi fece un salto. «Sophie?»

«Sì.»

Feci finta di essere occupata con i piatti. «Cosa vuoi sapere?»

«Quanti anni ha?»

Alzai gli occhi. La domanda era arrivata. Sapevo che prima o poi l'avrebbe fatta. «Quattro, te lo aveva detto.»

Daniel annuì. «Quattro…»

«Sì.»

«Li ha compiuti da poco?»

Lo guardai. «Perché ti interessa?»

Esitò. «Curiosità.»

«Non hai bisogno di sapere altro.»

La sua espressione cambiò. «Non volevo metterti a disagio.»

«Lo stai facendo.»

«Scusa.»

Rimase in silenzio per qualche secondo. Poi disse: «È una bambina molto bella.»

«Lo è.»

«Ha gli occhi chiari.»

Sentii il cuore accelerare. «Sì.»

«Molto chiari.»

«Daniel.»

Si fermò. «Va bene.»

Fece per andarsene. Poi si voltò. «Sophie è un bel nome.»

«Grazie.»

«L'hai scelto tu?»

«Sì.»

Sorrise appena. «Le sta bene.» E uscì.

Mi appoggiai al bancone. Respirai lentamente. Non aveva fatto nulla. Non aveva detto niente di sospetto. Aveva soltanto fatto delle domande. Domande normali. Domande che avrebbe potuto fare chiunque. Eppure io sapevo che per me non erano normali. Perché io conoscevo la risposta a quella domanda che lui non aveva ancora avuto il coraggio di formulare. Sophie era sua figlia.

E più Daniel si avvicinava, più diventava difficile continuare a proteggerla con una bugia.

Quella sera tornai a casa prima del solito. Sophie era seduta sul tappeto e colorava. Appena mi vide, sorrise. «Mamma!»

Mi inginocchiai accanto a lei. «Cosa stai facendo?»

«Una famiglia.»

Guardai il foglio. C'erano tre figure. Una donna. Una bambina. Un uomo molto più alto degli altri due.

Mi si strinse il petto. «Chi è questo?»

Sophie indicò il disegno. «Questo è Daniel.»

Rimasi immobile. «Perché hai disegnato Daniel?»

«Perché oggi mi ha detto che sono brava a disegnare.»

Sorrisi, anche se sentivo gli occhi bruciare. «Ah.»

«E questa sei tu.» Indicò la donna. «E io.» Poi indicò l'uomo. «E lui.»

Guardai il disegno. Tre persone. Una famiglia.

Sophie lo aveva disegnato senza sapere quanto quella semplice immagine avrebbe potuto farmi paura. «Mamma?»

«Sì?»

«Perché piangi?»

Mi asciugai velocemente una lacrima. «Non piango.»

«Sì.»

Sorrisi. «Sono felice.»

Lei mi abbracciò. La strinsi forte. E mentre affondavo il viso nei suoi capelli, capii che il tempo aveva iniziato a correre. Daniel aveva cominciato a fare domande. E prima o poi avrebbe trovato quella a cui non sarei più riuscita a mentire.

Perché Sophie aveva esattamente l'età che avrebbe dovuto avere la figlia nata dalla nostra ultima notte insieme?

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