CAPITOLO 20
Non riuscivo a respirare. Continuavo a ripetermi che dovevo soltanto fare il mio lavoro. Portare i bicchieri. Ritirare i piatti. Controllare che tutto fosse in ordine. Niente di più. Avevo passato quattro anni a costruire una vita in cui Daniel non esisteva. Non potevo permettere che bastasse una sola sera per distruggerla.
Mi voltai verso la cucina. Avevo bisogno di stare lontana da lui. Da loro. Soprattutto da lei. Emily. La sua fidanzata. Quella parola continuava a rimbombarmi nella testa. Fidanzata. Non sapevo perché mi facesse ancora così male. Daniel non mi doveva niente. Erano passati quattro anni. Quattro anni in cui io avevo avuto Sophie. Quattro anni in cui lui aveva avuto una vita che non mi apparteneva. Eppure vederlo lì, con il braccio intorno a Emily, mi aveva fatto sentire di nuovo quella ragazza di vent'anni che non sapeva come smettere di amarlo.
«Hannah.» Mi voltai. La signora Rockford mi indicò un tavolo. «Puoi portare questi bicchieri agli ospiti?»
«Certo.»
Presi il vassoio. Inspirai. E tornai nella sala. Cercai di non guardarlo. Giuro che ci provai. Ma era impossibile. Daniel era seduto accanto a Emily. Lei gli teneva una mano sul braccio. Rideva. Parlava con gli ospiti. Ogni tanto si avvicinava a lui. E lui sorrideva. Mi concentrai sul vassoio. Un bicchiere alla volta. Uno. Due. Tre.
Poi arrivai davanti a loro. «Champagne?» La voce mi uscì quasi normale.
Emily prese il bicchiere. «Grazie.»
Daniel no. Non alzò nemmeno gli occhi. «Amore, vuoi?»
«No, grazie.» La sua voce. La stessa. Ancora capace di farmi tremare le mani.
Mi voltai immediatamente. Andai verso l'altro lato della sala. Respirai. Non importa. Non importa. Era una bugia. Importava ancora.
La serata continuò. Gli invitati aumentarono. La musica diventò più alta. Emily ricevette complimenti. Il signor Rockford fece un brindisi. «Alla nostra Emily e a Daniel.»
La sala applaudì. Emily si alzò e gli mise le braccia intorno al collo. Daniel sorrise e la baciò. Ma, quando si staccò, il suo sguardo si fermò su di me. Distolsi immediatamente lo sguardo ed entrai in cucina.
Più tardi mi trovai costretta a tornare nella sala. «Puoi portare i bicchieri al tavolo vicino alla finestra?» mi chiese una collega.
Annuii. «Sì. Vado subito.»
Presi il vassoio. Camminai lentamente. Passai dietro Daniel. E fu allora che successe. La collanina scivolò fuori dal colletto dell'uniforme. Mi fermai per sistemarla. Un piccolo movimento. Niente di più. Continuai a camminare.
«Aspetta.»
Mi fermai improvvisamente quando sentii la sua voce. Il mondo si fermò. Non mi voltai.
«Hannah?»
Chiusi gli occhi. Non poteva essere. Mi girai lentamente. Daniel era in piedi. Mi guardava. Non guardava il mio viso. Guardava la collana. La piccola farfalla tra le mie dita. Il suo volto cambiò. Prima confusione. Poi incredulità. Poi qualcosa che somigliava al dolore. Fece un passo verso di me.
«Quella...» La sua voce si spezzò. Guardò di nuovo il ciondolo. Poi i miei occhi. Il colore gli abbandonò il viso. «No.» Scosse lentamente la testa. «Non può essere.» Io non riuscivo a parlare. Lui fece un altro passo. «Hannah?»
Questa volta disse il mio nome come se avesse appena ritrovato qualcosa che credeva morto. Io strinsi la farfalla nel palmo. E finalmente lo guardai. «Ciao, Daniel.» Lui impallidì.
Non riusciva a parlare. Il suo sguardo scese ancora sulla farfalla. Poi tornò ai miei occhi. «Sei...» Si fermò. Come se dirlo ad alta voce potesse rendere tutto reale. «Sei davvero tu.»
Non era una domanda. Annuii. Daniel fece un passo verso di me. Poi un altro. «Io...» Si passò una mano tra i capelli. Era il gesto che faceva quando era nervoso. Lo riconobbi immediatamente. E per un istante rividi il ragazzo di quattro anni prima. Ma non esisteva più. Nessuno di noi due era più quello di allora. «Hannah, dove sei stata?»
La domanda mi colpì. Avrei voluto rispondere. Avrei voluto dirgli tutto. Sophie. La paura. La malattia. La solitudine. Invece dissi soltanto: «È passato molto tempo.»
Alle sue spalle arrivò la voce di Emily. «Amore?»
Daniel si voltò appena. Poi tornò a guardarmi. E io capii che aveva appena cominciato a chiedersi perché fossi sparita. Quello che ancora non sapeva era che non avevo trovato soltanto un modo per vivere senza di lui. Avevo avuto una figlia. Una figlia che aveva i suoi occhi.
Altre opere da leggere
Diario di una donna a modo
Non ci sapremo più. Diario di una donna a modo. Justine ha tutto: una villa perfetta, un marito impeccabile, una figlia, tende di lino e buone maniere. Poi, un pomeriggio d'aprile, guarda oltre la vetrata e vede lui. Walter spacca la legna a mani nude, un uom
Spalla a spalla
Marzia è una donna matura che piace; sceglie un matrimonio comodo e una vita ordinata oltre Ruggero, un amore che le resta in testa. Sapeva farsi guardare. Ruggero l'ha costretta a farsi ascoltare. E scoprirsi oltre le apparenze. Marzia sa quello che fa. Abbas
Watch Over Me - Un amore sotto copertura.
Charlotte Laurenz ha sempre desiderato una cosa: essere una ragazza normale. Ma essere la figlia di un uomo destinato a diventare il Presidente degli Stati Uniti significa vivere sotto gli occhi di tutti, con una sicurezza che non lascia spazio alla libertà e
LETTERA ALLA MAREA
LETTERA ALLA MAREA Camilla teneva il foglio in mano mentre scriveva con la sua penna preferita. Scriveva in piedi accanto al letto, le lenzuola bianche disfatte. Schiena dritta, le gambe nude; le piaceva sentire il freddo percorrerle la pelle. Vent’anni, ca