Storia · capitolo 20

CAPITOLO 19

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Il colloquio durò quindici minuti. La signora Rockford mi fece accomodare in un salotto talmente grande che, per un istante, ebbi paura di sporcare qualcosa semplicemente respirando.

«Ha già lavorato come domestica?»

«No.»

«Come cameriera?»

«Sì. Da diversi anni.»

«E perché vuole cambiare?»

Esitai. «La caffetteria dove lavoro chiuderà.»

Lei annuì. «Ha figli?»

La domanda mi irrigidì. Non per vergogna. Per paura che quella risposta potesse costarmi il lavoro. «Sì.»

«Quanti anni ha?»

«Quattro.»

«È un problema gestire gli orari?»

Scossi la testa. «No. Ho una persona che può aiutarmi quando ho bisogno.»

Era una mezza verità. Non volevo spiegare tutto. Non ancora. La donna mi studiò per qualche secondo.

Poi disse: «Cominci lunedì.»

Rimasi quasi senza parole. «Davvero?»

«Mi piace la sua sincerità.»

Sorrisi. «Grazie.»

Il lunedì mattina lasciai Sophie da una vicina che conosceva bene la nostra situazione e raggiunsi la casa dei Rockford. La villa era enorme. Non una casa. Una vera e propria tenuta. Giardino curato. Cancello automatico. Macchine costose. Personale. Mi sentii immediatamente fuori posto. Una domestica mi spiegò le mansioni. Pulizie. Camere. Lavanderia. Cucina. Commissioni. Non era facile. Ma gli orari erano esattamente quelli che mi servivano.

Alle quattro e mezza ero già libera. Potevo tornare da Sophie. Potevo accompagnarla alle visite. Potevo esserci. Per me valeva più di qualsiasi altra cosa.

I primi giorni andarono bene. La signora Rockford era esigente ma corretta. Il signor Rockford parlava poco. La loro figlia, invece, era un'altra storia. Emily. Ventidue anni. Bellissima. Bionda. Sempre perfettamente vestita. E incredibilmente viziata.

La prima volta che mi vide, mi guardò dalla testa ai piedi. «Sei la nuova domestica?»

«Sì.» Allungai la mano per presentarmi. «Hannah, piacere.»

«Okay.» Mi indicò un bicchiere sul tavolo. «Portalo via.»

Lo presi. «Grazie.»

Lei mi guardò come se avessi detto qualcosa di strano. «Non devi ringraziarmi, è il tuo lavoro.»

Sorrisi. «D'accordo.» Mi voltai.

Alle mie spalle la sentii dire: «Mamma cambia personale ogni tre mesi.»

La signora Rockford intervenne. «Emily.»

«Che c'è? È vero.»

Continuai a lavorare. Non mi interessava. Avevo già conosciuto persone come lei. Solo che adesso ero abbastanza adulta da non permettere alle loro parole di entrare sottopelle.

Dopo qualche settimana la casa cominciò a sembrarmi quasi familiare. Conoscevo i rumori. Gli orari. I gusti dei Rockford. Persino il modo in cui Emily lasciava le scarpe ovunque. Poi una mattina mi dissero che ci sarebbe stata una cena speciale. «Questa sera festeggeremo il fidanzamento di Emily. Avremo bisogno del tuo aiuto sia in cucina che poi per servire a tavola. Ci saranno molti ospiti importanti.»

La signora Rockford mi spiegò cosa dovevo preparare. Tavoli. Cristalli. Argenteria. Fiori. Tutto doveva essere perfetto. Gli invitati cominciarono ad arrivare. Uomini in abito. Donne con vestiti eleganti. Champagne. Risate. Musica. Io continuavo a muovermi avanti e indietro.

Poi sentii una voce. Una voce familiare. Una voce che non sentivo da quattro anni. Mi bloccai. Il vassoio quasi mi scivolò dalle mani. No. Non era possibile. Mi voltai lentamente. E lo vidi.

Daniel. Più adulto. Più elegante. Diverso. Ma era lui. Lo avrei riconosciuto ovunque. Il cuore cominciò a battermi così forte che ebbi paura che qualcuno potesse sentirlo. Per un attimo tornai indietro nel tempo. La palestra. Il lago. Le sue mani. La scommessa. Quella collana con la farfalla, che portavo ancora al collo come segno di rinascita personale. Il dolore. Sophie.

Quattro anni in cui mi ero convinta di averlo cancellato. Abbassai immediatamente gli occhi. Non volevo che mi vedesse. Non lì. Non così. Non quando, finalmente, avevo costruito una vita in cui non avevo bisogno di lui. Feci per voltarmi e andarmene, quando Emily gli andò incontro. Gli sorrise. Gli prese il braccio. E lo baciò. «Amore, finalmente sei arrivato.»

Mi mancò l'aria. Daniel le sorrise. «Scusa il ritardo, tesoro.»

Emily rise. «Sei ufficialmente il mio fidanzato ora, posso perdonarti tutto!»

Fidanzato. Quella parola mi attraversò come una lama. Guardai la mano di Emily. Un anello. Poi guardai Daniel. Il mio Daniel. Il ragazzo che mi aveva distrutta. Adesso stava per sposare un'altra.

Altre opere da leggere