Storia · capitolo 19

CAPITOLO 18

La mia unica ragione di Jessy VIbes

Quattro anni possono sembrare tantissimi. Oppure niente. Dipende da quello che hai vissuto. Per me erano stati entrambi. Quattro anni prima avevo lasciato il college con un cuore spezzato e una bambina ancora invisibile sotto la mia mano.

Adesso Sophie correva per casa con i capelli biondi che le arrivavano quasi alla vita, gli occhi azzurri enormi e una risata capace di riempire ogni stanza. Era la cosa più bella che avessi mai visto.

«Mamma!»

Alzai gli occhi. Sophie entrò in cucina con uno dei suoi vestitini rosa e un calzino solo. «Dimmi.»

«Dov'è il mio unicorno?»

«Quale dei dodici?»

Ci pensò. «Quello vero.»

Sorrisi. «Quello vero è probabilmente sotto il divano.»

«Allora deve essere salvato.»

La guardai correre via. «Sophie, prima fai colazione!»

«Dopo!»

«Adesso!»

«Dopo!»

«Sophie!»

La sentii ridere. E risi anch'io. Quella era la nostra vita. Non perfetta. Ma nostra.

La mia vita, invece, aveva preso una direzione che non avrei mai immaginato. Il mio corpo era cambiato. Molto. Non perché avessi deciso di diventare bella. Avevo semplicemente perso peso negli anni. Il lavoro. Lo stress. Le notti passate in ospedale. Le giornate in cui avevo così tante cose da fare da dimenticarmi di mangiare. Con il tempo avevo anche imparato a prendermi cura di me. Ero diventata più sicura. Più adulta. Mi guardavo allo specchio e finalmente riconoscevo la persona che vedevo. Non mi importava di essere la ragazza più bella. Avevo smesso di volerlo. Adesso volevo soltanto stare bene. Per me. Per Sophie.

L'unica cosa che non era cambiata era il lavoro. Lavoravo in una piccola caffetteria vicino a casa. Il posto mi piaceva. La proprietaria, Margaret, era stata una delle prime persone a darmi una possibilità quando ero rimasta incinta. Sapeva di Sophie. Sapeva delle nostre difficoltà. E mi aveva sempre lasciato gli orari che mi permettevano di accompagnarla alle visite.

Quella mattina, però, mi chiamò nel retro del locale. «Hannah, devo parlarti.»

La guardai. Dal tono capii subito che non era una buona notizia. «È successo qualcosa?»

Margaret sospirò. «Ho deciso di chiudere.»

Rimasi in silenzio. «Per quanto?»

«Definitivamente purtroppo, le spese sono diventate troppe e non riusciamo a gestirle.»

Sentii lo stomaco stringersi. «Quando?»

«Tra tre settimane, mi dispiace Hannah.» Margaret mi prese la mano.

Tre settimane. Ripetei mentalmente quelle due parole. Avevo bisogno di quel lavoro. Non soltanto per l'affitto. Per tutto. Per Sophie. Per le sue cure. Per le visite. Per la sua vita. «Anche a me.» Annuii. «Troverò qualcosa.»

«Lo so.»

Ma, mentre uscivo dal locale, non ero così sicura.

Quella sera, dopo aver messo Sophie a letto, aprii il computer. Cercai annunci. Segretaria. Commessa. Receptionist. Barista. Assistenza clienti. Niente. O gli orari erano incompatibili con quelli di Sophie oppure lo stipendio non bastava. Poi comparve un annuncio.

Cercasi collaboratrice domestica per famiglia privata.

Lessi. Orario dal lunedì al venerdì. Nessun turno serale. Retribuzione molto più alta di quella che guadagnavo alla caffetteria. Esperienza non indispensabile.

La cosa che mi colpì fu soprattutto una frase: Possibilità di orario flessibile.

La lessi due volte. Poi guardai verso la porta della camera di Sophie. Era quello che mi serviva. Non era il lavoro che avevo immaginato per me. Ma ormai avevo smesso di chiedere alla vita cosa avessi immaginato. Le chiedevo soltanto cosa fosse necessario. Mandai il curriculum. Chiusi il computer. Mi infilai nel letto. Sophie dormiva nella stanza accanto. Chiusi gli occhi.

Non avevo idea che quel semplice annuncio stesse per rimettere in discussione tutta la mia vita. Non sapevo ancora che la famiglia per cui avevo appena mandato il curriculum era una delle più ricche. E soprattutto non sapevo che, tra quelle mura, avrei incontrato di nuovo l'unico uomo che avevo passato quattro anni a dimenticare.

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